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Startup: bolla o non bolla? Ecco cosa aspettarci per l’Italia e l’Europa

Cosa sta succedendo nel mondo delle startup? Ci sono evidenti segnali di una nuova bolla pronta a scoppiare, ma segni di solidità e maturità dell’ecosistema (anche in Italia). Le ragioni dell’inversione di rotta, le possibili conseguenze in Europa e nel nostro paese, gli scenari possibili

16 Ago 2022
Pierluigi Casolari

founder di Unconventional Road, autore di Startup 3.0, blog su startup, innovazione e web 3.0

Photo by Annie Spratt on Unsplash

Siamo all’alba di una terza crisi finanziaria, dopo la bolla del 2000 e il crollo del 2009? Ci sono evidenti segnali di una nuova bolla e questo porta con sé altri importanti interrogativi: quali saranno le conseguenze per il settore strategico delle startup che finalmente era decollato?

In particolare, che cosa succederà all’ecosistema startup in Europa dove finalmente si stavano raccogliendo i primi frutti?

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I segnali evidenti di bolla

I segnali di una nuova bolla ci sono tutti. YCombinator, l’acceleratore in Silicon Valley da cui sono usciti AirBnB, Stripe e Uber, pochi mesi orsono ha inviato una lettera alle sue startup con un messaggio chiaro: stringere i denti, ridurre le spese e gestire in maniera più attenta il business perché sono in arrivo tempi difficili. Quanto difficili Y Combinator non l’ha saputo dire. Ma negli stessi giorni, altri grandi investitori hanno detto che i loro investimenti sarebbero stati più selettivi nei mesi futuri. È il caso di Soft Bank o Tiger Global, nomi altisonanti del mondo del venture capital internazionale.

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Per non parlare di alcuni turbo-unicorni europei come Gorillas, il servizio di spesa a domicilio che ti porta la spesa in pochi minuti, che ha chiuso la sede in Italia e ha licenziato centinaia di dipendenti. Gorillas, la startup tedesca che aveva raccolto oltre 1 miliardo in pochi mesi, era presente in 5 città italiane e stava diventando l’unicorno più esplosivo d’Europa, un cigno nero per dirla con le parole di Nassim Nicholas Taleb che minacciava (o a seconda dei punti di vista: prometteva) di riformare completamente il mondo della GDO ha dovuto rivedere completamente i propri piani e ritirarsi in Germania da cui era partito. Segnali non rassicuranti arrivano anche dal mondo del fintech, dove unicorni come Klarna, specializzata nei pagamenti rateizzati online (buy now pay later) ha fatto l’ultima raccolta di capitale ad una valutazione di un quinto rispetto a quella precedente. Insomma, una svalutazione senza precedenti.

Le ragioni alla base del cambiamento

Che cosa sta succedendo dunque? Y Combinator menziona la guerra e in effetti dietro al conflitto locale Russia-Ucraina si sta configurando un nuovo assetto geopolitico. Il mondo non sarà più una tavola liscia per la globalizzazione infinita. Si stanno creando poli differenti e non comunicanti tra loro. Il polo occidentale atlantico e il polo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). I venture capital che sono a metà della catena del denaro (tra i Limited Partner da cui recuperano i fondi e le startup in cui li impiegano) stanno tirando il freno a mano. Vogliono evidentemente capire cosa succede. Ma è possibile decidere di prendere tempo in un mondo che vive di crescita continua? È sufficiente dire alla startup di ridurre le spese mensili (burn rate) per tirare più a lungo? In un’economia che vive di speculazione queste tattiche suonano un po’ come mettere la testa sotto la sabbia mentre sopra divampa il caos.

Eppure, fino all’anno scorso i segnali indicavano una crescita pazzesca.

La crescita in Europa

Soprattutto in Europa, che finalmente aveva superato i 100 miliardi di euro investiti in startup nel 2021. Con 150 unicorni all’attivo, l’Europa poteva in qualche modo presentarsi sul tavolo internazionale come uno dei protagonisti dell’innovazione. Inoltre, nel corso degli anni, l’Europa ha sviluppato anche un proprio profilo non sovrapponibile a quello US. In Europa la maggior parte degli unicorni sono nel settore fintech e nel settore della sostenibilità. E tra gli investitori figurano spesso grandi banche e istituzioni finanziarie. Negli Stati Uniti è invece la finanza speculativa a guidare la crescita: venture capital e investitori privati miliardari.

Nel corso degli anni il mercato è maturato in Europa, la maggior parte degli unicorni sono guidati da imprenditori seriali che vantano esperienze di successo. Iniziano a definirsi settori con maggiori probabilità di successo, gli investitori si sono organizzati in differenti tipi di investimento (investimenti iniziali, round A, round B, round C) a seconda della fase di avanzamento della startup. Insomma, il mercato è formalmente maturo. Ma basta quello per esorcizzare la bolla? Una bolla che potrebbe essere devastante, visto che le scaleup e le startup impiegano centinaia di migliaia di persone.

La situazione in Italia

In Italia, paradossalmente visto che da sempre è fanalino di coda in Europa degli investimenti, il primo semestre del 2022 mostra addirittura un segno “+” negli investimenti. Nei primi sei mesi dell’anno sono stati investiti oltre un miliardo di euro in startup e imprese innovative. I dati italiani forniscono qualche spunto interessante. Rispetto al totale degli investimenti, è in forte crescita il corporate venture capital. Ovvero gli investimenti di aziende “più grandi” in startup. È un modello che sembra avere più riscontro in Europa che in USA. Fa parte probabilmente del DNA europeo meno avvezzo alla modalità “disruptive” dell’innovazione targata Silicon Valley e più propenso ad un modello evolutivo, gradualistico. Non è un caso che salvo qualche eccezione, sono poche le scale up nel settore blockchain, web 3, crypto in Europa. Settori che invece sono caratterizzati dall’ambizione alla trasformazione più che al miglioramento di processi. La presenza costante di banche e istituti finanziari negli investimenti sia ai VC europei che negli Unicorni fa presagire un’innovazione che punta più ad aggiornare i modelli di business che non a trasformarli. In prospettiva questo potrebbe trasformarsi in più resilienza rispetto all’incipiente crisi, ma anche in meno capacità di trasformare e guidare il futuro.

Conclusioni

Da un lato dunque abbiamo segnali di una crisi, segnali significativi che non possiamo ignorare. Dall’altro invece vediamo segnali di segno opposto che depongono a favore di solidità e maturità dell’ecosistema (anche in Italia). La maturità in Europa è all’insegna di un tipo di innovazione meno dirompente, meno strategica e più tattica, che piace al mondo delle corporation esistenti ma che potrebbe non essere all’altezza di disegnare un futuro adeguato. Oggi stiamo vivendo sfide epocali. La pandemia, la guerra, le sfide ambientali potrebbero richiedere grandi trasformazioni e l’approccio timido, moderato, centrista dell’innovazione europea potrebbe non essere la risposta giusta. Anche se paradossalmente lo rende meno attaccabile dalla speculazione finanziaria.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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