Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Direttore responsabile Alessandro Longo

Il punto

Tante chiacchiere sull’innovazione. E dimentichiamo ciò che serve davvero

di Alfonso Fuggetta, Politecnico di Milano

22 Ott 2015

22 ottobre 2015

È bello che in Italia si parli di Innovazione. Il problema è che non basta parlarne: bisogna farla. E da noi, purtroppo, se ne fa poca. Tanti miti stanno sempre più appesantendo il nostro dibattito e, soprattutto, il nostro operare quotidiano: sui giovani, gli hackaton, le startup…

Per innovare serve entusiasmo, servono giovani motivati e preparati, servono dinamiche agili che rendano possibile ed economicamente efficiente investire in “cose nuove” e rischiose.

Tuttavia, questi principi che sono certamente sacrosanti, nella narrazione di oggi sono stati banalizzati e semplificati. Molto francamente, non se ne può più di sentire slogan come “cambiamo tutto, diamo spazio ai giovani, facciamo un hackathon, con le startup rinnoviamo il paese, i fablab sono le industrie del domani”. Sono tutte frasi singolarmente positive nelle giuste dosi, ma divengono una iattura se esasperate e banalizzate come oggi troppo spesso avviene. 

I giovani

Certamente dobbiamo valorizzare i giovani. Certamente essi sono portatori di freschezza e idee essenziali per cambiare le cose. Ma è illusorio che la gioventù possa da sola ovviare a problemi strategici o di mercato di una impresa. Peggio, è profondamente ingiusto usare questi argomenti per iniziative dove i giovani vengono usati per “generare idee” o “fare dei prototipi” gratuitamente (o quasi), dicendo che così si “mettono in mostra”. 

In generale, troppo spesso rischiamo di trasformare un giusto e legittimo sforzo volto a valorizzare i giovani in un ben meno nobile strumento per usare forza lavoro entusiasta a basso costo.

Gli hackathon

Ho visto che adesso per qualunque problema si propone di fare un hackathon come strumento per portare l’innovazione in impresa. Certamente fare hackathon può servire per stimolare la generazione di idee oppure per coinvolgere le persone. Ma veramente pensiamo che l’innovazione possa essere ridotta solo ad un happening che in un giorno o due risolve problemi di mercato o di produzione di una impresa? Ma se fosse così semplice facciamo un hackathon permanente di sistema paese e in poco tempo diventiamo i migliori del mondo! E che ci vuole!

Le startup

È il tema del giorno. Tutti parlano solo di questo. Sembra sia il problema nazionale. Per sgombrare il campo da equivoci, dico subito che creare startup va benissimo. Ma non possiamo pensare che basti farle per trasformare il tessuto produttivo dell’Italia e che sia l’unica cosa alla quale un intero paese si aggrappa. È come dire che per un pranzo pensiamo solo al dolce senza preoccuparci di antipasto, primo e secondo.

Perché le startup abbiano veramente un impatto sul sistema paese devono inserirsi in un tessuto imprenditoriale che sia capace di valorizzarle: comprandole, usandone i prodotti e servizi, integrandole nelle proprie filiere produttive. È solo così che le startup crescono, diventano imprese vere e proprie, incidono sulle altre imprese utenti, diffondono innovazione, si radicano e fanno crescere il territorio. Guarda caso, da noi le startup nascono come in altri paesi, ma crescono molto meno di quel che accade in altri paesi!

Se le startup non sono integrate nel tessuto imprenditoriale del paese, certamente accadrà che qualche giovane tragga vantaggio da una exit di successo (fatto assolutamente positivo e legittimo); certamente facciamo felici imprese straniere che si portano via il know-how che faticosamente viene sviluppato da tante nostre startup che non trovano acquirenti nostrani; di certo non cambiamo il paese, né rendiamo competitive le migliaia di aziende, spesso medio-piccole, che tutti i giorni si trovano a confrontarsi con la competizione internazionale.

 

Quel che serve

Per spingere il sistema paese ad innovare serve una grande realismo che eviti stereotipi, scorciatoie e banalizzazioni. E serve mettere in campo una serie di strumenti diversificati e complementari che, un po’ alla volta, cambino dinamiche e comportamenti consolidati da decenni. Ne cito qui qualcuno, senza avere l’ambizione di chiudere il dibattito.

– Facciamo crescere le startup, certamente. E rendiamo più semplice fare investimenti in startup: perché nonostante tante chiacchiere, ancora oggi per un investitore è più conveniente operare all’estero che in Italia.

– Favoriamo i processi di crescita dimensionale delle imprese esistenti. Sono loro per prime che dovrebbero finanziare o comprare le startup, per incorporare al proprio interno le innovazioni che vengono proposte. Oggi invece continuiamo a pensare che “piccolo è bello”, senza neanche renderci conto che se confrontiamo l’Italia con altri paesi, “piccolo” da noi vuol dire “microscopico”. E poi ci lamentiamo o sorprendiamo che la spesa in innovazione delle imprese italiane è metà della media dell’Europa a 15 (fonte OCSE)? Oppure veramente pensiamo che l’innovazione si fa “a basso costo” con qualche studente e un hackathon?

Incentiviamo l’innovazione diffusa. Tutti devono innovare. Perché ciò accada dobbiamo aiutare e spingere le imprese a trovare i propri percorsi di innovazione. Servono strumenti generali e automatici per favorire questi processi, come il credito di imposta per ricerca e innovazione di cui tanto si parla e che mai viene rilanciato come dovrebbe.

Serve un procurement pubblico illuminato e strategico. E invece ci troviamo con procedure al massimo ribasso che favoriscono volumi, bassa qualità, status quo.

 

Un cambiamento profondo

L’innovazione, vera, seria, profonda per l’Italia è vitale come l’acqua per viaggiatore nel deserto. Ma stiamo correndo il rischio enorme di banalizzarla, di trasformarla in un totem o in uno stereotipo comunicativo che ignora complessità, sfide e contesto.

Il rischio non è tanto sprecare soldi o non veder accadere alcunché. Il vero rischio è che nelle persone, negli imprenditori, nei decision makers si consolidi la percezione che alla fin fine siano “tutte chiacchiere” perché non vedono un reale effetto sistema. E che magari si torni a dire, come molti dicono, che piuttosto che innovare dovremmo affidarci ad una salutare svalutazione di una bentornata liretta.

Non si tratta di “benaltrismo”. Si tratta di affrontare con serietà un tema che determina il futuro del nostro paese.

 

  • Federico Tomassetti

    Io credo che la radice del problema sia la mancanza di comprensione del valore dell’innovazione. In questo contesto un libero professionista o una startup che offra servizi innovativi non trova lo spazio per cui crescere. Il risultato e’ di scoraggiare le persone a sviluppare le competenze nei settori tecnologici e spingere molti fra i migliori ad andarsene. Nel mio piccolo con un dottorato e un’esperienza sviluppata in 4 paesi faccio fatica a trovare clienti italiani che apprezzino il valore dei servizi che offro. “Un programmatore è un programmatore” è la conseguenza di “un programma è un programma”, dell’inabilità a capire che ruolo giochi la tecnologia nell’impresa di oggi. Purtroppo una conseguenza è la desertificazione delle competenze che, come me e molti altri, anche quando si sviluppano in Italia, possono poi essere sfruttate solo all’estero.

  • Federico Tomassetti

    Io credo che la radice del problema sia la mancanza di comprensione del valore dell’innovazione. In questo contesto un libero professionista o una startup che offra servizi innovativi non trova lo spazio per cui crescere. Il risultato e’ di scoraggiare le persone a sviluppare le competenze nei settori tecnologici e spingere molti fra i migliori ad andarsene. Nel mio piccolo con un dottorato e un’esperienza sviluppata in 4 paesi faccio fatica a trovare clienti italiani che apprezzino il valore dei servizi che offro. “Un programmatore è un programmatore” è la conseguenza di “un programma è un programma”, dell’inabilità a capire che ruolo giochi la tecnologia nell’impresa di oggi. Purtroppo una conseguenza è la desertificazione delle competenze che, come me e molti altri, anche quando si sviluppano in Italia, possono poi essere sfruttate solo all’estero.

  • sandy

    si inserisce nel suo commento la teoria di http://adottaunastartup.com, ove si identifica un modello per il futuro di imprese già esistenti, che stanno subiscono vecchie mentalità e mercati sofferenti, nell’adozione all’interno di propria struttura, giovani, idee e startup che possano rinnovarle dall’interno.

  • Cami A.

    I giovani non sono psicologicamente “equipaggiati” per l’innovazione: ne sanno e ne hanno avute troppe e rimangono attaccati a quello che conoscono.
    La forma mentis dei giovani d’oggi è istruita a istruirsi. Hanno imparato troppo, e adesso non si sognano neanche di superare una cultura che hanno tanto faticato ad assorbire.
    Per innovare bisogna saper lasciare andare, vuol dire un po’ dimenticare qualcosa, mettere in discussione, oltre che avere fame. Gli innovatori di oggi avevano fame ieri. Una fame anche fisica che veniva da un sociale specifico.
    Quindi sono piuttosto d’accordo con chi pensa che quello che può salvare l’innovazione è istillare nei cuori la volontà, l’entusiasmo, l’ambizione, la voglia di emulazione, l’amore per il progresso o il genio. E poi ci vuole concretezza. E’ la cosa che più conta. Perché un’idea innovativa ha bisogno di braccia, gambe, parole, teste che si arrovellano, giorni brutti, giorni molto brutti, giorni belli, per poter diventare vera. E allora molti sgraneranno gli occhi. Altri continueranno a chiacchierare di innovazione. Ma qualcuno l’avrà fatta.

  • Alvaro

    Mi sono occupato di innovazione per anni e, purtroppo, ho visto troppe volte e da vicino lo scenario rappresentato da Fuggetta. Credo che la realtà sia che cambiare è fatica e in ogni innovazione (trasformazione ?) qualcuno finisce per subire il cambiamento (i.e. ci rimette in qualche modo: quote di mercato, potere personale, rendite di posizione,…) e proprio per questo ne parla (magari per ottenere dei finanziamenti) ma poi non la fa (e usa i fondi per fare interventi di facciata o, peggio, ripianare le perdite…).
    Temo molto che sarà il mercato ad obbligarci ad innovare davvero e in genere quando ci si muove obbligati dal mercato non è divertente. In Toscana dicono: “è il bisognin che fa trottar la vecchierella”.

  • Pier Luigi Caffese

    In Italia chi non vuol innovare sono i suoi colleghi Rettori ed in paricolare Vago con vecchia scienza al Post Expo.Lei legge poco e non ha letto il mio progetto Post Expo che innova l’industria ed il modo di fare università in digitale.Al post Expo io ho 60.000 posti,il suo collega Vago 15.000 da un trasloco di studenti per cui chiede 650 milioni che è una cifra assurda.Io con 450 metto 15 grattacieli dove innoviamo industria,agricoltura,sanità.Il Polimi ha il mio progetto ed allora aderisca.

  • Roula

    Thank you so much for the message. It’s really true and especially when you face it in large traditional companies where they didn’t understand the important role of a Ph.D holder: Dottorato di Ricerca, that is primordial in my humble opinion to lead the Digital Innovation best practices: a tactical role as CIO/CTO between the strategic CEO and the line of business and IT developers. The CIO role to be efficient, had to: 1) implement the DevOps approach, 2) be complemented with fresh graduate team to develop with creativity and 3) deal with business team having technical background (laurea to MBA)…So they can sell appropriately…. I am a Ph.D holder and thsi title is not valued at companies in Italy. Hope very soon, we can fill this gap.

    Thank you,

Articoli correlati