emendamento del mef

Venture Capital, in arrivo due miliardi. Che bello: ma resta il nodo competenze

Lo stanziamento di due miliardi di euro assegnati al MiSE come dotazione per il fondo per il sostegno al Venture Capital è un’eccellente notizia. Ma la novità eclatante è un’altra: d’ora in poi tutte le PA potranno agevolmente costituire dei fondi di investimento “usando” FNI. E resta il nodo delle competenze

28 Ott 2021
Gianmarco Carnovale

Serial tech-entrepreneur

teoria complessità

Un emendamento del MEF al decreto Infrastrutture ora alla Camera assegna nuove risorse, per due miliardi di euro, e nuove linee di azione a CDP Venture Capital: passa la linea “più soldi”, che è solo la parte minore del gap italiano, rimane fuori dal radar il problema “zero competenze” nel Paese.

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Due miliardi di euro, come ci siamo arrivati

L’emendamento è stato già approvato dalle commissioni Ambiente e Trasporti. Tra addetti ai lavori si parlava già da almeno due mesi di questi due miliardi di euro di dotazione in corso di stanziamento, e la cui origine non era come in passato di volontà politica ma – stavolta – “tecnica”, frutto cioè della conoscenza e dell’importanza che dà al settore il nuovo AD di Cassa Depositi e Prestiti Dario Scannapieco, proveniente dallo European Investment Fund (FEI) che prima di perorare la causa con il Ministro dell’Economia e Finanze – il tecnico Daniele Franco, di rito draghiano – sembra che abbia voluto valutare a fondo l’operatività passata della controllata CDP Venture Capital SGR – Fondo Nazionale Innovazione (FNI).

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E alla fine della informale quanto severa “due diligence”, era arrivata la fumata bianca sull’operato dell’AD di FNI Enrico Resmini, fatto su cui in verità speravano in molti – compreso chi scrive – data l’evidente ed energica spinta che il suo ingresso ha dato al settore nonostante mancasse di esperienza pregressa in questo specifico comparto. La conferma della fiducia in Enrico Resmini da parte di Scannapieco è bastata a mettere in moto il Ministro dell’Economia e Finanze, ma nonostante il settore si aspettasse uno stanziamento in Legge di Bilancio, ecco che invece appare nel Decreto Trasporti in esame in Parlamento una “riformulazione” di emendamento del MEF, uno di quei tecnicismi con cui il Governo interviene nelle conversioni parlamentari poco prima che i Decreti divengano Legge dello Stato, quando intendono attivare scelte prese in alto senza lasciare il tempo a nessuna forza politica di farsi venire appetiti sullo stanziamento. In realtà e ad onor del vero va anche detto che dire “riformulazione” è solo il nome tecnico dell’atto, in realtà il Governo ha preso un emendamento e ne ha riscritto integralmente contenuti e finalità.

Fatto sta che la riformulazione è arrivata, il Parlamento – come sempre avviene in questi casi – ha rapidamente approvato, e a sorpresa succedono queste due cose:

  • 2 miliardi di euro del fondo per la ricapitalizzazione delle grandi imprese (su 40 disponibili) vengono assegnati al MiSE come dotazione per il fondo per il sostegno al Venture Capital, ma in realtà solo per pertinenza perché già destinati dalla stessa legge per atterrare in CDP Venture Capital SGR come dotazione di investimento, purché affiancati da co-dotazione del 30% che presumibilmente proverrà da dotazione della capogruppo CDP S.p.A. Quindi in realtà la dotazione finale ad incrementare quella attuale sarà di quasi 3 miliardi di euro, e non di 2 come stanno scrivendo tutti.
  • Forse ancor più eclatante, l’altro comma dell’emendamento dice che d’ora in poi tutte le amministrazioni dello Stato come Ministeri, Regioni, Comuni, partecipate ed enti di varia natura, che gestiscano denaro di svariate provenienze come Fondi Coesione, fondi europei (FESR, FSE), PNRR, possano farsi assistere da CDP Venture Capital per costituire dei fondi ovvero sottoscrivere fondi di venture capital di quest’ultima.

La vera notizia bomba

Ora, sebbene tutti si siano soffermati sulla dotazione certa ed immediata, in realtà quelli stanziati dal MEF sono soldi una tantum. La vera notizia bomba è la seconda, e cioè che da oggi in poi tutte le PA potranno agevolmente costituire dei fondi di investimento “usando” FNI, che ha le competenze e la struttura per diventare davvero quella piattaforma di abilitazione nazionale per il Venture Capital che si era pensato di far nascere quando l’allora Ministro per lo Sviluppo Economico Luigi Di Maio volle fondere Invitalia Ventures con Fondo Italiano d’Investimento, dando vita a CDP Venture Capital che poi divenne pienamente operativa grazie al lavoro in continuità di Stefano Patuanelli che lo sostituì nel ruolo al MiSE con il cambio di Governo.

La dotazione che può arrivare grazie alla parte dell’emendamento passata in sordina, quindi, può portare sotto la gestione di FNI ben più dello stanziamento di 2 miliardi, e soprattutto può farlo in modo ricorrente, dato che il limite diventerà la volontà di avviare tali strumenti da parte delle diverse amministrazioni, che potranno sottoscrivere fondi chiedendo magari delle destinazioni strategiche specifiche – es: una partecipata di Stato come ANAS potrebbe chiedere e sottoscrivere con propria dotazione un fondo verticale su smart road, così come una Regione a vocazione turistica potrebbe chiedere a FNI di costituire un fondo su tourism technology, usando fondi FESR per dotarlo di finanza.

Il nodo delle competenze

Tutto ciò costituisce una notizia eccellente perché, riprendendo un concetto che uso spesso nei convegni, finalmente la nostra industria del venture inizierà a disporre di volumi di liquidità non più assimilabili ai soldini del Monopoli. Quello dell’incremento della liquidità, però, è solo metà del problema italiano: tutti i founder (e per l’amor di qualsiasi cosa in cui crediate: smettetela di chiamarli “startupper” che è una parola inventata in Italia ed usata solo dai nostri millantati guru, che fa sgranare gli occhi e poi ridere qualsiasi operatore estero) sanno perfettamente che il vero problema nel Paese non risiede nella scarsità di dotazione finanziaria, ma nella scarsità di competenze dei gestori di Venture Capital privati: provenendo tutti dalla finanza tradizionale, dalla consulenza, dal Private Equity, dal mondo bancario, sono per la maggior parte dei “gestori di soldi” capaci di far poco più che Private Equity di piccolo taglio chiamandolo Venture Capital, in quanto privi sia di quelle competenze tecnologiche che dell’esperienza imprenditoriale necessarie a riconoscere team e progetti di valore quando questi non mostrano ancora un fatturato rilevante, e che sono invece le caratteristiche fondamentali di tutti i gestori di venture capital dei Paesi maturi.

Conclusioni

L’accresciuta dotazione di FNI, nonostante sarebbe splendido se andasse tutta a costituire un vero fondo Growth che con 3 miliardi sarebbe il minimo sindacale per poter confrontarsi con soggetti omologhi esteri, temo che andrà in gran parte nel cassetto “Fondo di Fondi”, cioè a sottoscrivere nuovi fondi di venture capital privati per facilitarne la nascita. Ma se è innegabile che in Italia debbano nascere più gestori privati, e se fa piacere sapere informalmente che siano molte decine – si parla di quasi cento – le richieste pervenute in tal senso a FNI da parte del mercato, domandarsi chi siano queste persone e quali competenze abbiano per gestire dei “veri” fondi di Venture Capital è più che lecito.

Un rinomato aforisma di quel vecchio gran maestro di calcio quale è Zdenek Zeman, dice: “Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri”. Lo riporterei nella costruenda industria italiana del Venture Capital, auspicando che l’attenzione non sia più rivolta a “quanto” si investe, guardando piuttosto a come si investe e perché – ovvero con che risultato cercato. Se fossi io a scegliere, pretenderei che ogni nuovo fondo di Venture Capital dotato di soldi pubblici fosse composto almeno da un partner straniero, proveniente da esperienze fatte in fondi di ecosistemi maturi. Mi pare che avesse fatto così, venticinque anni fa, un piccolo paese di nome Israele quando decise di diventare una startup nation.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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