Il digitale non rappresenta più soltanto uno strumento di modernizzazione, ma un vero e proprio fattore di resilienza e competitività, ancor più in un contesto internazionale – come quello attuale – instabile, segnato da tensioni geopolitiche, crisi economiche, cambiamenti demografici e nuovi equilibri globali.
Per istituzioni, imprese e cittadini significa ripensare processi, servizi e competenze. Per la PA, in particolare, significa assumere un ruolo guida nell’accompagnare il Paese per affrontare i cambiamenti e le sfide del futuro.
Garantire uno sviluppo digitale coerente e sostenibile richiede però un disegno complessivo: infrastrutture solide e sicure, strategie unitarie e capacità di innovare agilmente.
Da un lato servono infrastrutture materiali, in particolare connettività e data center, per assicurare a tutti i residenti pari accesso ai servizi digitali. Le tecnologie, inoltre, stanno evolvendo verso modelli sempre più ibridi, nei quali reti tradizionali e satellitari si integrano per offrire copertura anche nelle aree più remote. Al tempo stesso, la crescita dei data center impone linee guida chiare per orientare gli investimenti, evitando sprechi e garantendo sostenibilità ambientale e territoriale.
Indice degli argomenti
Strategia per l’Italia digitale oltre il 2026: non disperdere i progressi
Dall’altra parte, l’Italia ha compiuto passi in avanti significativi sulle infrastrutture immateriali: identità digitale, pagamenti digitali, interoperabilità tra sistemi, valorizzazione del dato pubblico. Risultati raggiunti soprattutto grazie agli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che hanno accelerato un percorso già in atto ma frammentato.
Per non disperdere questi progressi, diventa essenziale costruire una strategia per l’Italia digitale che travalichi l’orizzonte del 2026, anno di chiusura delle iniziative legate al PNRR, e che continui a liberare il potenziale dell’innovazione digitale nei prossimi anni.
Pubblica amministrazione: luci e ombre della digitalizzazione
Noi partiamo dunque da una buona performance rispetto ai “building blocks” della DPI, ovvero della Digital Public Infrastructure attraverso cui la Pubblica Amministrazione eroga servizi. Rispetto a 59 milioni di abitanti, noi abbiamo più di 40 milioni di identità digitali attive. Abbiamo registrato 40 milioni di transazioni per un controvalore di 9 miliardi di euro per la piattaforma dei pagamenti verso la PA, 2,3 miliardi di fatture elettroniche e 50 milioni di transazioni tra soggetti che scambiano informazioni dentro la PDND (Piattaforma Digitale Nazionale Dati).
I numeri della DPI: piattaforme, transazioni e interoperabilità
Sulla piattaforma di interoperabilità, “a bordo” ci sono 8.000 Pubbliche Amministrazioni. Questi numeri descrivono una base tecnologica ormai diffusa, con strumenti che stanno diventando standard operativi per servizi, pagamenti e scambio dati.
Dove ci perdiamo? In tutto quello che sta a monte della digitalizzazione, ovvero nella semplificazione dei processi. Ci perdiamo nella giungla organizzativa della burocrazia, nell’estrema complessità dell’organismo amministrativo, risultato di un processo incrementale con scelte legislative spesso senza un piano organico: da una parte si legifera, dall’altra non si vede come questa produzione di leggi vada a impattare sulla macchina organizzativa.
Processi e semplificazione nella strategia per l’Italia digitale
Si pone quindi il problema della governance: ma oggi la Pubblica Amministrazione è veramente in grado di garantire il governo di tutte le piattaforme e i servizi che ne innervano la complessità? Le 11.000 pubbliche amministrazioni, più le 8.000 scuole, non possono avere tutte le competenze per gestire complessità crescenti; a maggior ragione, come potremmo pretendere che il 70% degli 8.000 comuni con meno di 5.000 abitanti possano avere veramente un responsabile della transizione digitale e occuparsi seriamente della sicurezza dei dati dei propri cittadini?
Le piattaforme al servizio dei cittadini devono vedere una progressiva convergenza sotto piattaforme comuni, senza pregiudizi nei confronti di eventuali esternalizzazioni, ma a due condizioni: che le strutture esterne forniscano soluzioni comuni per conto di tutti; e che i partner privati siano pienamente consapevoli di cosa significa esercitare un servizio pubblico, che è un servizio alla persona, alla base della democrazia.
Governance della strategia per l’Italia digitale: piattaforme comuni e sicurezza
Il secondo grande problema della Pubblica Amministrazione è quello delle risorse umane. I dipendenti pubblici in Italia sono 3.400.000 e si prevede che circa 700.000 andranno in pensione entro il 2033. Di fatto, tuttavia, la tendenza prevalente è a “riempire i vuoti” lasciati nell’organizzazione, invece che a cogliere questa opportunità per un ricambio qualitativo e per una introduzione massiva di talenti.
L’impiego pubblico offre tuttora retribuzioni più attraenti rispetto al privato al momento dell’ingresso, ma questa competitività si perde nel percorso di carriera. Ciò porta a flussi migratori da un’amministrazione all’altra in cerca di migliori condizioni e, per le professionalità migliori, è quasi irresistibile l’attrazione del privato. I recenti provvedimenti per la valorizzazione del merito possono certamente favorire la retention di alcune professionalità; abbiamo verificato anche che molti giovani – e non solo – scelgono l’impiego pubblico con uno spirito di servizio.
AI e re-skilling: opportunità professionali e rischio “inerziale”
Rimane tuttavia che l’impatto della desertificazione demografica, unita alla scarsa competitività dell’impiego pubblico e alla mancata trasformazione delle organizzazioni, rischia di ampliare il gap tra l’impiego pubblico e il settore privato. L’introduzione delle nuove tecnologie di Intelligenza Artificiale consentirà rapidamente di ridurre le attività ripetitive e offrirà opportunità professionali assai più gratificanti anche nel settore pubblico, ma per questo è necessario un massiccio investimento di formazione e re-training delle risorse esistenti.
Altrimenti rischiamo di continuare a vivacchiare, e la Pubblica Amministrazione rischi di ridursi a “refugium peccatorum”, con un ennesimo spreco di risorse umane e finanziarie.
La ricerca TIG/Gruppo Maggioli sull’innovazione digitale nella PA
All’interno di questo scenario, discusso durante l’appuntamento annuale del Digital Italy Summit a Roma, si colloca la ricerca condotta da TIG – The Innovation Group e Gruppo Maggioli. Su 476 rispondenti appartenenti a Comuni, Unioni di Comuni, Città Metropolitane e Province, il 96% dichiara uno o più progetti digitali sviluppati negli ultimi 12 mesi. I principali ambiti riguardano l’adozione di piattaforme digitali pubbliche (66%) e migrazione al cloud (63%).
Tra le aree in evoluzione spiccano, inoltre, la dematerializzazione dei processi (47%), su cui si sta lavorando, e l’integrazione dei dati (37%), considerato un ambito centrale di intervento: senza integrazione, il rischio è avere sistemi isolati che non dialogano, limitando l’efficienza. Soltanto il 4% dei rispondenti dichiara che all’interno del proprio ente non sono stati sviluppati progetti digitali negli ultimi 12 mesi.
L’importanza dei fondi del PNRR per i progetti digitali è riconosciuta dal 90% degli enti e cresce la percezione della loro efficacia: 35% contro il 30% dell’anno precedente. Si sta avvicinando però il momento in cui gli enti dovranno sostenere le sfide della transizione digitale con risorse proprie o modelli alternativi. Ad oggi, solo il 26% dei rispondenti dichiara di essersi attivato sul tema “post-PNRR”.
Tra questi, il 42% ha avviato programmi di formazione, il 23% si sta adoperando per il reperimento di risorse economiche alternative e il 20% ipotizza una rivalutazione e un ripensamento dei progetti; circa un quarto, però, non ha ancora individuato azioni concrete per intervenire.
La formazione rappresenta un tassello decisivo: il 69% degli enti ha dichiarato di aver organizzato iniziative di formazione digitale per i dipendenti nell’ultimo anno. L’8% non ha saputo dare una risposta precisa e il 23% ha risposto in modo negativo. In particolare, rispetto agli ambiti più trattati ci sono: con il 48% l’aggiornamento su applicativi verticali, il 40% cybersecurity e gestione frodi informatiche, il 33% aggiornamento sulle strategie e i piani di trasformazione digitale della PA.
Seguono il 24% su gestione, analisi e visualizzazione dei dati, il 17% su uso dell’Intelligenza Artificiale, il 6% su project management e il 9% su altro.
Sul fronte delle principali minacce informatiche, i comuni e le PA locali percepiscono come principali rischi: l’errore umano al primo posto con il 67% (ad esempio phishing, mancata formazione, ecc.), 48% ransomware e altri malware, 37% disinformazione, 29% attacchi cyber basati su Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI), 27% compromissione degli account (ad esempio furto di credenziali, attacchi BEC).
Seguono 9% vulnerabilità nei sistemi legacy, 8% mancata compliance a normative (NIS2, DORA, GDPR), 5% attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), 3% rischi derivanti dalla supply chain digitale, 3% minacce interne (insider threat) e 4% altro.
Per quanto riguarda l’adozione dell’Intelligenza Artificiale, siamo ancora nelle fasi iniziali: il 18,2% dichiara di utilizzare strumenti di AI generativa, ma solo il 2,6% in modo avanzato o consolidato, il 15,6% in modo “sperimentale”; l’11% assistenti e agenti AI per l’automazione dei processi e il 9% modelli per l’analisi avanzata dei dati (ma in entrambi i casi non più del 2% in modo avanzato/consolidato).
Anche in questo caso, gli ostacoli principali sono la mancanza di competenze interne (59%), la resistenza al cambiamento (45%), la preparazione ancora limitata della dirigenza (36%), l’immaturità tecnologica delle soluzioni attuali (30%) e la mancanza di un chiaro contesto giuridico (28%). La governance e la formazione restano fattori chiave per superare queste barriere.
In conclusione, l’Italia è oggi in una fase di transizione: demograficamente fragile, ma con un mercato digitale in fermento e una PA più consapevole della propria centralità nella trasformazione. Le sfide sia strutturali sia organizzative sono ancora molte, ma la direzione è chiara. Servono nuove competenze tecnologiche per colmare gli attuali gap, visione strategica, capacità di governance e investimenti mirati per trasformare il digitale in una leva stabile di competitività e sviluppo, non soltanto per il Paese ma per l’intera Europa.













