È martedì mattina. Un funzionario dell’ufficio tecnico di un comune lombardo da 8.000 abitanti sta ascoltando l’ennesima demo di un chatbot per la generazione di documenti normativi. È la quarta in sei settimane. Il fornitore promette: risponde alle domande dei cittadini in linguaggio chiaro, genera bozze di regolamenti, suggerisce riferimenti normativi aggiornati. Prezzo: 1.200 euro all’anno.
A 40 chilometri di distanza, un suo collega di un comune della stessa dimensione ha già firmato un contratto identico, con un fornitore diverso, per un servizio quasi identico, allo stesso prezzo. Nessuno dei due lo sa. Nessuno ha detto loro che esiste un consorzio che avrebbe potuto negoziare un accordo comune per entrambi, e per altri ottanta comuni della provincia. Nessuno ha coordinato niente.
Benvenuti nella digital transformation della PA italiana versione 2026, AI-Mode.
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Mille comuni, mille chatbot
Il paradosso è clamoroso, ma quasi nessuno lo nomina. La pubblica amministrazione italiana sta adottando l’intelligenza artificiale. Davvero, questa volta. Non è uno di quei momenti in cui il mercato parla e la PA sta ferma: dai comuni capoluogo ai piccoli enti locali, qualcosa si sta muovendo. Soluzioni AI per la gestione documentale, per l’analisi dei regolamenti, per i chatbot di front-office, per il supporto alla redazione di atti amministrativi.
Il problema non è che la PA non fa nulla. È che lo fa da sola.
Ogni ente affronta lo stesso problema partendo da zero, spesso senza sapere che il comune confinante ha già percorso quella strada. Il mercato dei fornitori si è adattato perfettamente a questa frammentazione: per rispondere a una domanda dispersa e non coordinata, ha prodotto offerte individuali, su misura del singolo ente, a prezzi da 500 a 2.000 euro all’anno, per la stessa cosa. Abbastanza basso da non richiedere gara, abbastanza alto da generare margini interessanti, moltiplicato per circa 8000 comuni.
Fate i conti. Se anche solo il 10% dei comuni italiani acquistasse individualmente un servizio AI da 1.000 euro l’anno, stiamo parlando di quasi 8.000.000 euro di spesa pubblica polverizzata per comprare, sostanzialmente, la stessa cosa. Soluzioni che non si parlano tra loro, che non condividono i dati, che non scalano, che non producono un patrimonio comune.
Questo non è un mercato efficiente. È uno spreco.
Chi dovrebbe fare da bussola non c’è
La domanda che segue è ovvia: perché non interviene qualcuno a coordinare?
In teoria, i soggetti ci sarebbero. AgID pubblica il Piano Triennale per l’Informatica nella PA, che contiene linee guida sull’adozione dell’AI. Le Regioni hanno funzioni di coordinamento territoriale. I Consorzi di enti locali, come il modello dei CST (Centri di Servizi Territoriali) previsto già dal Codice dell’Amministrazione Digitale, esistono proprio per questo: aggregare la domanda, evitare la duplicazione degli investimenti, garantire livelli di servizio omogenei a una pluralità di enti.
In pratica, su questo tema, la regia latita.
Non per malevolenza. Per inerzia strutturale. Gli enti centrali tendono ad agire come produttori di norme e linee guida, raramente come partner operativi degli enti periferici. Il linguaggio del Piano Triennale è quello degli obiettivi e delle misure, non quello di chi deve spiegare a un RTD di un comune da 3.000 abitanti quale soluzione AI ha senso acquistare, a quali condizioni, con quali verifiche.
Lavorando con enti locali del territorio, sento spesso la stessa cosa: “Ci dicono che dobbiamo innovare, ma poi siamo soli.” Non è una lamentela. È una fotografia della realtà. L’assistenza tecnica all’adozione dovrebbe essere la funzione principale degli enti di coordinamento nel momento di transizione che stiamo vivendo. Non lo è ancora.
Il risultato è che la “periferia digitale”, cioè i comuni sotto i 15.000 abitanti che rappresentano oltre l’85% degli enti locali italiani, naviga a vista. Comprano ciò che gli viene proposto, spesso da fornitori con solidità tecnologica da valutare, senza benchmark, senza riferimenti, senza un ecosistema di supporto.
La PA è assente dove si decide il futuro
C’è un secondo problema, meno visibile del primo ma forse più grave nel lungo periodo.
Gli eventi dedicati all’intelligenza artificiale si moltiplicano. Conferenze, workshop, hackathon, demo day: il mondo dell’AI si incontra, si confronta, costruisce ecosistemi. Startup, grandi aziende, università, investitori, ricercatori. Il dibattito è vivace, stimolante, ricco di prospettive.
La PA, in questi contesti, è quasi invisibile. Quando c’è, è in platea. Raramente sul palco. Quasi mai come soggetto protagonista che porta i suoi problemi concreti, le sue esigenze specifiche, la sua capacità di acquisto e di impatto sistemico.
Questo è un errore che ha conseguenze pratiche precise. I fornitori di soluzioni AI sviluppano prodotti per i mercati che frequentano. Se la PA non è presente dove si costruiscono le visioni di settore, i prodotti che arriveranno sul mercato PA saranno adattamenti di soluzioni pensate per altri contesti: il retail, la finanza, la sanità privata. Soluzioni che dovranno essere calate in un ecosistema normativo, procedurale e organizzativo completamente diverso, spesso a caro prezzo.
La PA italiana ha 3,2 milioni di dipendenti, gestisce servizi che toccano la vita di 60 milioni di persone, produce e gestisce volumi documentali che nessun soggetto privato può avvicinare. È il cliente più trasformativo che il mercato potrebbe avere. Se smettesse di stare in silenzio e iniziasse a portare la propria domanda al centro del dibattito, cambierebbe le traiettorie di sviluppo dell’intero settore.
Una P-AI, una pubblica amministrazione che adotta e orienta l’intelligenza artificiale in modo strategico, sarebbe il volano dell’intero sistema-Paese. Non perché lo diciamo noi, ma perché i numeri lo dicono.
L’equivoco europeo: modelli vs adozione
C’è poi una terza questione, di scala europea, che si intreccia con tutto il resto.
Da qualche anno l’Europa ha deciso che la sua risposta alla sfida AI di USA e Cina passa dalla costruzione di modelli linguistici europei, di infrastrutture di calcolo continentali, di chip europei. L’ambizione è comprensibile: nessuno vuole dipendere per sempre da OpenAI o da Byte Dance. La direzione, però, è sbagliata.
Diciamolo con chiarezza: la battaglia dei modelli e dei chip è persa. Non perché l’Europa non abbia talenti o risorse, ma perché gli investimenti in gioco sono di un ordine di grandezza che nessun bilancio statale europeo può sostenere da solo, e la coordinazione necessaria tra paesi su asset così strategici si è rivelata, storicamente, impossibile da mantenere. USA e Cina investono decine di miliardi l’anno in questo settore. L’Europa conta i milioni.
Inseguire quella corsa è come decidere di battere Usain Bolt partendo dal secondo giro di pista.
C’è però un campo in cui l’Europa potrebbe essere prima al mondo, e dove nessuno ha ancora vinto: un’adozione responsabile e sistemica dell’AI nelle organizzazioni complesse. Le istituzioni, i servizi pubblici, le amministrazioni.
Mentre USA e Cina corrono a produrre tecnologia, chi sta pensando seriamente a come integrarla in modo etico, sostenibile e democraticamente controllabile nei sistemi pubblici? Nessuno. L’Europa ha già in tasca lo strumento normativo più avanzato del pianeta su questo tema, l’AI Act, che tutto sommato, almeno, proviamo a fare. È imperfetto, dibattuto, criticato da più parti. Ma esiste. Ed è un punto di partenza che nessun altro ha.
Se l’Europa smettesse di rincorrere e iniziasse a guidare sull’adozione, potrebbe definire gli standard globali di riferimento per l’uso dell’AI nella pubblica amministrazione, nella sanità, nell’istruzione, nella giustizia. Sarebbe un vantaggio competitivo reale, duraturo, e perfettamente coerente con i valori che il continente dichiara di voler difendere.
Cosa si può fare, e chi deve farlo
La buona notizia è che nessuno di questi problemi è irrisolvibile. Servono scelte, non miracoli.
Sul fronte della frammentazione, la direzione è quella del coordinamento degli acquisti. I Consorzi di comuni esistono, alcuni funzionano già molto bene su altri temi: i CST, le CUC (Centrali Uniche di Committenza), le aggregazioni regionali. Il passo successivo è estendere questo modello agli acquisti di servizi AI: bandi aggregati, capitolati tecnici condivisi, standard di interoperabilità minimi come condizione di accesso. Non serve inventare nulla: serve applicare a un tema nuovo strumenti che esistono già.
Sul fronte della presenza, serve che la PA smetta di essere spettatrice e torni protagonista. Gli RTD potrebbero portare ai tavoli di settore le esigenze reali degli enti, non le slide istituzionali. I Comuni innovativi potrebbero costruire case history da portare nei contesti dove si formano le visioni di mercato. ANCI, Formez, i Consorzi potrebbero diventare luoghi di costruzione di una domanda qualificata, non solo di formazione.
Sul fronte europeo, il cambio di paradigma richiede coraggio politico. Smettere di allocare risorse su fronti persi e concentrarsi su ciò che si può vincere non è ammissione di sconfitta: è strategia intelligente. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva dentro questa visione, almeno in parte. La sfida è mantenerla viva nella fase post-PNRR, che si sta aprendo adesso.
La P-AI o si costruisce ora, o non si costruisce
C’è una finestra temporale. Non è aperta per sempre.
Il mercato AI si sta consolidando rapidamente. Le soluzioni che diventeranno standard nella PA dei prossimi dieci anni si stanno definendo adesso. I fornitori che guadagnano posizioni dominanti lo stanno facendo adesso. Le traiettorie di sviluppo tecnologico si stanno orientando adesso.
Se la PA continua ad adottare in modo frammentato, senza regia, senza presenza nel dibattito, senza una visione europea condivisa, tra cinque anni ci ritroveremo con quasi 8000 chatbot diversi che non si parlano, dipendenza strutturale da tecnologie sviluppate altrove per contesti diversi, e un’occasione storica definitivamente perduta.
Se invece riusciamo a costruire una P-AI, una pubblica amministrazione che adotta con intelligenza, che coordina gli acquisti, che porta la propria voce nei luoghi dove si decide il futuro del settore, che aiuta l’Europa a essere la prima al mondo nell’adozione responsabile, allora quella stessa PA frammentata e spesso criticata potrebbe diventare il motore della transizione del Paese.
Non è uno scenario fantascientifico. È una scelta.
E le scelte, si sa, si fanno o si subiscono.













