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Piccoli Comuni senza personale, Poste avanza: così cambia la PA sul territorio


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Il calo del personale comunale e l’espansione del progetto Polis stanno modificando l’accesso ai servizi pubblici nei piccoli centri. Poste può diventare uno sportello diffuso per molti adempimenti, ma resta aperta la distinzione decisiva tra erogazione dei servizi e funzione di governo locale

Pubblicato il 29 set 2026

Andrea Tironi

Project Manager – Digital Transformation



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Nel 2007 nei Comuni italiani lavoravano 479mila persone. Nel 2024 sono 342mila. Fate voi la sottrazione: un quarto abbondante dell’organico è sparito, il 28,4% secondo l’ultimo Rapporto IFEL, in vent’anni scarsi di blocchi del turnover, spending review e Comuni costretti a fare più con meno.

Non è finita. IFEL stima che nei prossimi sette anni altri 175mila dipendenti comunali usciranno per pensionamento o dimissioni, quasi la metà dell’organico attuale. E dal 2022 in poi, per la prima volta, le dimissioni volontarie superano i pensionamenti: chi può, se ne va prima. Verso altre PA più pagate, verso il privato, verso qualsiasi cosa non sia più reggere da solo lo sportello anagrafe di un Comune di 4mila abitanti con lo stesso carico normativo di un capoluogo.

L’età media dei dipendenti comunali è oggi sopra i 52 anni, con oltre un quinto degli addetti già sopra i sessanta e appena l’1,9% sotto i trenta. Una piramide demografica rovesciata che si autoalimenta: pochi giovani entrano, chi c’è invecchia, chi invecchia esce, e il vuoto si allarga.

Progetto Polis e Poste come sportello di Stato

Mentre questo accade nei Comuni, succede qualcos’altro in parallelo. Poste Italiane, attraverso il progetto Polis finanziato con oltre 1,2 miliardi tra fondi PNRR e risorse proprie, ha trasformato quasi 7.500 uffici postali in sportelli della Pubblica Amministrazione. In due anni ha erogato oltre 220mila servizi tra passaporti, certificati anagrafici e di stato civile, certificati previdenziali. Otto residenti su dieci nei piccoli centri, quando devono fare un passaporto, oggi vanno alla posta e non al Comune.

Due traiettorie che si incrociano. Da una parte lo svuotamento della macchina comunale. Dall’altra un soggetto esterno, storicamente estraneo alla PA locale, che entra a colmare il vuoto con capillarità che nessun Comune da solo potrebbe garantire.

La domanda che vale la pena affrontare senza girarci intorno, è: è questo il modello di PA territoriale che ci aspetta? Un pulviscolo di sportelli Poste per gli adempimenti quotidiani, e pochi comuni-hub da 10-15mila abitanti a fare da presidio amministrativo vero, sul modello degli ospedali che ormai da anni sono organizzati per bacini territoriali e non più uno per campanile?

Cosa può fare Poste, e cosa no

Prima di innamorarsi della tesi, però, va fatta una distinzione che apre il ragionamento.

Polis è nato per i Comuni sotto i 15mila abitanti, con l’obiettivo dichiarato di combattere lo spopolamento delle aree interne avvicinando i servizi ai residenti. Negli uffici Polis si possono fare oggi: rilascio del passaporto, richiesta di SPID, certificati anagrafici e di stato civile tramite ANPR, alcune pratiche INPS, in alcune province anche la CIE.

Tutti servizi certificativi. Tutti servizi che, dal punto di vista amministrativo, sono output di un procedimento già istruito altrove: l’anagrafe nazionale, l’INPS, la questura. L’operatore postale non decide nulla, raccoglie dati e li inoltra, oppure stampa un documento che il sistema centrale ha già validato.

Quello che Poste non fa, e strutturalmente non può fare, sono gli atti che richiedono la firma del Sindaco, la discrezionalità di un dirigente comunale, un procedimento amministrativo con istruttoria locale: un permesso di costruire, un’autorizzazione commerciale, una delibera, un provvedimento di polizia locale, la gestione di un contenzioso, una variazione di bilancio. Il Comune dove l’anagrafe funziona già non viene sostituito da Poste, semplicemente perché Poste non fa nulla che quel Comune non facesse anche prima, fa solo la stessa cosa più vicino a casa per chi in un piccolo centro deve fare 40 chilometri per uno sportello.

Questo distinguo non è un dettaglio tecnico. È l’angolo critico di tutto il discorso: se pensiamo a Poste come sostituto del Comune, stiamo confondendo l’erogazione di servizi certificativi con la funzione di governo. E sono due cose profondamente diverse.

Il parallelo con la sanità territoriale

Il paragone che viene naturale è quello con gli ospedali. Da anni la sanità italiana funziona per bacini territoriali: non c’è più un ospedale per ogni comune (sempre se c’erano a suo tempo), ci sono hub specializzati che servono decine di migliaia di abitanti, e presidi diffusi (case di comunità, ambulatori, farmacie con servizi CUP) che fanno da primo contatto.

Il parallelo regge fino a un certo punto.

In sanità la specializzazione tecnica giustifica la concentrazione: un intervento di cardiochirurgia richiede competenze, strumentazione, volumi minimi di casistica che non ha senso distribuire su mille presidi. La logica hub-and-spoke lì funziona perché il valore aggiunto è la competenza clinica concentrata.

Il Comune, invece, non è solo erogatore di servizi tecnici. È sede di rappresentanza democratica locale: sindaco, giunta, consiglio comunale sono eletti da quella comunità per governare quella comunità, non per processare pratiche. Un ospedale non ha bisogno di essere “vicino” nel senso politico del termine, deve essere raggiungibile in tempo utile. Un Comune sì: la vicinanza al cittadino di chi decide, non solo di chi eroga, è parte costitutiva del patto democratico locale.

Se applichiamo lo schema hub-and-spoke tale e quale al governo locale, rischiamo di risolvere un problema di erogazione (il certificato) creandone uno più serio di rappresentanza: comunità che restano senza un interlocutore politico di prossimità, con la funzione di governo accentrata in poli sovracomunali lontani, mentre la vetrina resta lo sportello Polis sotto casa.

Verso comuni-hub da 10-15mila abitanti?

Detto questo, la domanda iniziale non va liquidata con un semplice Si o No. Il modello di comuni-hub, di forme associative rafforzate, di unioni di comuni con funzioni consolidate, non è fantascienza: esiste già, in modo disomogeneo, in mezza Italia. I CST (Centri Servizi Territoriali), le unioni di comuni, le convenzioni per l’esercizio associato di funzioni fondamentali sono lo strumento normativo che già oggi permette a un piccolo Comune di non tenere in casa un RTD, un ufficio tecnico completo, un servizio di protezione civile strutturato, la Polizia Locale, condividendoli con altri enti del territorio.

La differenza rispetto a Polis è sostanziale: nelle unioni di comuni la funzione di governo resta nei singoli sindaci eletti, si condivide la macchina amministrativa, non la rappresentanza politica. È un modello di efficientamento della capacità amministrativa, non di esternalizzazione della funzione di governo a un soggetto terzo con logiche di mercato (Poste è quotata in Borsa, con azionisti a cui deve rispondere anche in termini di redditività, non solo di servizio pubblico).

Il rischio concreto, se lasciamo che la narrativa “Poste fa tutto” prenda piede senza questo distinguo, è duplice. Primo: diamo un alibi comodo per non affrontare il tema vero, cioè che i piccoli Comuni hanno bisogno di personale qualificato per le funzioni che nessuno sportello postale potrà mai fare. Secondo: rischiamo di trattare la vicinanza dello sportello come se fosse equivalente alla vicinanza del governo, illudendo i cittadini che il problema della prossimità istituzionale sia risolto quando in realtà si è solo spostato.

Cosa si può fare adesso

Tre strade concrete, non alternative tra loro.

Distinguere per legge cosa è esternalizzabile e cosa no

Distinguere per legge, con chiarezza, cosa è esternalizzabile e cosa no. Serve una cornice normativa che dica esplicitamente quali servizi certificativi possono transitare su sportelli esterni (Poste, ma in futuro anche altri) e quali restano vincolati alla funzione comunale con atto del Sindaco o del dirigente. Oggi questa distinzione esiste nella pratica ma non è mai stata scritta in modo sistemico, e la zona grigia lascia spazio a interpretazioni opportunistiche in fase di definanziamento degli enti.

Investire sul personale comunale rimasto

Investire sul personale comunale rimasto, spostandolo su compiti ad alto valore. Se le pratiche a basso valore aggiunto (il certificato, il rinnovo) migrano su sportelli diffusi, il personale comunale che resta va formato e riqualificato per fare le cose che solo il Comune può fare: istruttoria tecnica, programmazione, controllo di gestione, gestione dei fondi PNRR e post-PNRR, relazione con la cittadinanza sulle decisioni, non sugli adempimenti. È un cambio di missione, non solo di organico.

Usare l’AI per compensare la carenza di personale

Usare l’AI per compensare la carenza di personale, non come scusa per accettarla. Qui il rischio è reale: c’è una differenza enorme tra “usiamo l’AI per liberare tempo del personale rimasto verso attività a valore” e “usiamo l’AI per giustificare che il personale non serve più, tanto ci pensa il software”. Il primo è un’opportunità concreta già disponibile oggi con strumenti maturi. Il secondo è un modo elegante per istituzionalizzare il definanziamento.

Una domanda diversa da quella con cui siamo partiti

La domanda giusta non è “chi rilascia il certificato di residenza”. A quella ha già risposto Poste, con 7.500 sportelli e un investimento da 1,2 miliardi che nessun Comune da solo avrebbe potuto permettersi.

La domanda vera è: che tipo di prossimità istituzionale vogliamo per i prossimi vent’anni? Se la risposta è solo “uno sportello sotto casa”, Polis la sta già dando. Se la risposta include anche “qualcuno che risponde politicamente di quello che succede nella mia comunità, che conosco e che posso incontrare”, allora il tema non è quanti sportelli postali apriamo, ma quanto siamo disposti a investire perché quella funzione di governo locale non si sciolga silenziosamente nel definanziamento progressivo, nascosta dietro la comoda narrativa che “tanto ci pensa Poste”.

I 175mila dipendenti comunali che usciranno nei prossimi sette anni non sono un problema di sportelli. Sono un problema di chi, domani, avrà ancora voce in capitolo su cosa succede nel proprio Comune.

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