Con la chiusura del ciclo PNRR, la Space Economy italiana entra in una fase in cui la disponibilità di risorse pubbliche non basterà più, da sola, a sostenerne la crescita: a fare la differenza sarà la capacità del quadro regolatorio di trasformare infrastrutture, dati e competenze in un mercato di servizi aperto, prevedibile e accessibile anche a startup e PMI.
Il 2026 segna, per la Space Economy italiana, un passaggio che sarebbe riduttivo descrivere come una semplice scadenza contabile. Con la conclusione del ciclo di investimenti del PNRR, che in questi anni ha sostenuto progetti di grande rilievo quali la costellazione IRIDE e la Smart Space Factory, il comparto è chiamato a dimostrare di saper crescere anche quando l’impulso straordinario della spesa pubblica verrà meno, o comunque si ridurrà nella sua componente eccezionale.
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I numeri della Space Economy italiana dopo il PNRR
Secondo i dati raccolti dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, tra il 2021 e il 2024 il fatturato del segmento spaziale in senso stretto è passato da 1,9 a 3,1 miliardi di euro e l’occupazione da circa 5.900 a 8.900 addetti, con una dinamica più che doppia rispetto a quella, pure positiva, del comparto aeronautico[1].
A livello globale, il World Economic Forum stima che l’economia dello spazio possa crescere dai 630 miliardi di dollari del 2023 fino a 1.800 miliardi entro il 2035[2], con un valore che si genererà in misura crescente non tanto in orbita, quanto sulla Terra, nei settori che dei dati e dei servizi satellitari fanno quotidianamente uso.
Ci si interroga quindi quali scelte debba compiere oggi il Paese per non rallentare l’innovazione domani. E nel caso dello spazio, la risposta passa in larga misura dalle regole, perché è dalle regole che dipende se le risorse investite negli ultimi anni resteranno patrimonio di pochi grandi programmi istituzionali oppure diventeranno la base di un vero mercato nazionale dei servizi spaziali.
Dalla legge al mercato: le regole per la Space Economy italiana
Va riconosciuto, anzitutto, che l’Italia non parte da zero. Con la legge 13 giugno 2025, n. 89, recante “Disposizioni in materia di economia dello spazio”, il nostro Paese è stato il primo Stato membro dell’Unione europea a dotarsi di una disciplina organica delle attività spaziali, anticipando sotto molti profili l’impostazione della proposta di EU Space Act presentata dalla Commissione europea il 25 giugno 2025, e tuttora in corso di negoziazione.
La legge introduce un regime di autorizzazione preventiva, attribuisce all’Agenzia Spaziale Italiana un ruolo di regolatore tecnico e di vigilanza e affianca a questa componente, per così dire, di presidio un insieme di misure di sostegno: il Piano nazionale per l’economia dello spazio, il Fondo per l’economia dello spazio, norme speciali in materia di appalti.
Si tratta, a ben vedere, di una legge che non si limita a porre limiti ma che ambisce a orientare lo sviluppo del settore; una legge quadro, tuttavia, è per definizione una cornice, e la sua capacità di incidere sul mercato dipende da ciò che vi verrà inserito, cioè dai decreti attuativi previsti dall’articolo 13, chiamati a definire i requisiti di sicurezza, resilienza e sostenibilità, i contributi e i costi istruttori, le soglie di rischio per la graduazione dei massimali assicurativi, i criteri differenziati per startup e PMI e, aspetto spesso trascurato, le modalità di ricezione, gestione e diffusione dei dati di origine spaziale: è in questi dettagli, solo apparentemente tecnici, che si deciderà se la legge sarà percepita dagli operatori come una porta d’ingresso o come una barriera.
Dati satellitari e servizi nella Space Economy dopo il PNRR
L’osservazione della Terra è oggi uno dei segmenti più dinamici della filiera: secondo l’Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano, il mercato italiano dei relativi servizi ha raggiunto nel 2025 i 340 milioni di euro, con una crescita del 17% rispetto all’anno precedente, e il 71% dei dati utilizzati dalle imprese proviene ancora da fonti pubbliche, a partire da Copernicus[3].
Eppure, come ha rilevato Assonime in un recente approfondimento, a novembre 2025 i dataset spaziali ad alto valore rappresentavano appena lo 0,76% dei dati complessivamente accessibili e il loro riutilizzo si fermava a circa lo 0,3% dell’attività totale di riuso, con un’incidenza pressoché nulla in chiave transfrontaliera e intersettoriale[4].
Il dato è, a suo modo, controintuitivo, perché l’Unione europea dispone di uno dei quadri più avanzati al mondo in materia di open data e condivisione dei dati, dalla Direttiva Open Data al Data Governance Act, fino al Data Act.
Ma proprio per questo è istruttivo: dimostra che rendere i dati disponibili è condizione necessaria ma non sufficiente, e che un’impresa, specie se di piccole dimensioni, difficilmente costruisce un servizio su un dato che non sa se potrà licenziare, a quali condizioni, con quali livelli di qualità garantiti e con quali eventuali limiti legati alla sicurezza nazionale.
Il passaggio da una politica dei dati a una politica dei servizi, quello che Assonime efficacemente definisce “Space-as-a-service“, è prima di tutto una questione di certezza giuridica.
La legge n. 89/2025 offre, sotto questo profilo, un appiglio prezioso, laddove all’articolo 24 stabilisce che l’accesso ai dati, ai servizi e alle risorse delle infrastrutture spaziali nazionali sia garantito in modo equo e non discriminatorio e che, nella gestione dei servizi commerciali di osservazione della Terra, siano favorite soluzioni di partenariato pubblico-privato. Con un’infrastruttura come IRIDE, valorizzare le infrastrutture esistenti significa esattamente questo: costruire attorno a esse condizioni contrattuali, tariffarie e di accesso che consentano alle imprese di trasformarle in prodotti.
Startup, PMI e compliance nella Space Economy italiana
Se si guarda al settore con l’occhio di chi assiste quotidianamente imprese e investitori, le criticità che rischiano di rallentarne la crescita sono riconducibili, essenzialmente, a tre ordini di fattori.
Il primo è la dimensione delle imprese.
Due imprese su tre della filiera spaziale italiana dichiarano un fatturato inferiore a 10 milioni di euro[5]: realtà spesso eccellenti dal punto di vista tecnologico, per le quali tuttavia ogni adempimento, ogni procedimento dai tempi incerti, ogni copertura assicurativa sproporzionata rappresenta un costo che incide direttamente sulla capacità di stare sul mercato.
La legge ne è consapevole, tanto da prevedere che la solidità finanziaria di startup e PMI sia valutata anche alla luce della presenza di investitori istituzionali o della partecipazione a incubatori e acceleratori, e da consentire una riduzione del massimale assicurativo fino a 20 milioni di euro per sinistro per le startup innovative e gli operatori di ricerca, a fronte dei 100 milioni previsti in via ordinaria.
Resta però da vedere come queste aperture verranno declinate in sede attuativa e, soprattutto, se il mercato assicurativo sarà in grado di offrire coperture adeguate a costi sostenibili.
Il secondo è la stratificazione dei livelli normativi. Un operatore che oggi si autorizza in Italia deve già interrogarsi su cosa accadrà quando entrerà in vigore l’EU Space Act, con un regime armonizzato in materia di sicurezza, resilienza e sostenibilità destinato ad applicarsi anche agli operatori extra UE che offrono servizi nel mercato europeo.
A ciò si aggiungono la direttiva NIS2, il GDPR quando la risoluzione delle immagini rende le persone identificabili, la disciplina dei beni cd. dual-use, il Golden Power. Nessuna di queste regole è, in sé, irragionevole; è la loro somma, non coordinata, a generare un costo di compliance che pesa in misura sproporzionata proprio sugli operatori più piccoli.
Il terzo è la dipendenza dalla domanda pubblica, che nel settore spaziale resta e resterà un ancoraggio imprescindibile, ma che non può essere l’unico motore di un mercato che voglia attrarre capitali privati. Gli investitori cercano contesti prevedibili, nei quali le regole sono chiare prima che si debba investire, e non soltanto dopo.
Le scelte per la Space Economy italiana oltre il PNRR
Le considerazioni che precedono portano in ogni caso a ritenere che le scelte dei prossimi mesi non richiedano di stravolgere l’impianto esistente, ma di completarlo, con coerenza e con una certa rapidità. Sul piano strettamente regolatorio, occorrerebbe anzitutto:
Tre priorità tra decreti attuativi, norme europee e dati
- adottare i decreti attuativi della legge n. 89/2025 in tempi certi e secondo una logica di proporzionalità al rischio, sfruttando fino in fondo la possibilità, che la legge già offre, di prevedere criteri differenziati per startup e PMI ed esenzioni o riduzioni dei contributi istruttori;
- accordare fin d’ora il regime nazionale con quello che deriverà dall’EU Space Act, perché il vantaggio di chi è arrivato per primo si conserva soltanto se il passaggio al regime europeo è governato, e non subìto, evitando che chi è già autorizzato in Italia debba ricominciare da capo;
- dare finalmente uno statuto chiaro ai dati di origine spaziale, approfittando del decreto chiamato a disciplinarne la diffusione, anche a fini commerciali, per stabilire con precisione che cosa possa circolare liberamente e che cosa no, e per incoraggiare modelli di licenza uniformi che abbassino i costi di transazione di chi sviluppa servizi a valle.
Appalti e Fondo per l’economia dello spazio
Accanto alle regole vi sono poi gli strumenti che la legge mette già a disposizione e che, se ben utilizzati, possono fare più di qualunque nuova norma.
Il riferimento è, in primo luogo, agli appalti: la riserva di almeno il 10% del valore dei contratti non suddivisi in lotti a favore di startup innovative e PMI, il pagamento diretto dei subappaltatori e l’anticipazione del 40% del prezzo previsti dall’articolo 27 potrebbero rivelarsi decisivi, a condizione però che se ne verifichi l’applicazione concreta e che le stazioni appaltanti non ricorrano con troppa disinvoltura alle deroghe.
In secondo luogo, un ruolo importante potrà essere svolto dal Fondo per l’economia dello spazio, che con una dotazione iniziale di 35 milioni di euro non può certo sostituirsi al mercato, ma può orientarlo, e lo farà tanto meglio quanto più privilegerà il co-investimento e il partenariato con i privati, intervenendo proprio nelle fasi in cui il rischio è più alto e il capitale privato, da solo, tende a ritrarsi.
Vega-C dal programma istituzionale al servizio commerciale
Il 19 maggio 2026, con il lancio VV29 di Vega-C dal centro spaziale di Kourou, Avio ha condotto per la prima volta in autonomia le operazioni di lancio di un vettore sviluppato in ambito ESA e finanziato in prevalenza dall’Italia, debuttando come Launch Service Provider e Operator e affiancandosi ad Arianespace come secondo operatore europeo. È la prova che competenze maturate nei programmi istituzionali possono tradursi in capacità commerciale. Il compito della regolazione è rendere questo percorso replicabile anche per imprese di dimensioni molto più contenute.
Investimenti e regole per lo spazio italiano dopo il PNRR
Nel triennio 2026-2028 il Paese ha destinato all’ecosistema aerospaziale risorse complessive per 7,8 miliardi di euro e, nello stesso periodo, eserciterà la presidenza del Consiglio ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea[6]: difficilmente si ripresenterà una combinazione altrettanto favorevole di risorse, cornice normativa e proiezione internazionale. Proprio per questo, la scelta che l’Italia è chiamata a compiere oggi non riguarda tanto la quantità delle risorse, quanto la qualità delle regole che dovranno accompagnarne l’impiego.
Non si tratta di regolare di più, né di regolare di meno; si tratta di regolare meglio, affinché le regole siano chiare per chi entra, proporzionate per chi è piccolo, coordinate per chi opera su più livelli e prevedibili per chi investe.
Se sapremo farlo, la Space Economy italiana potrà passare da un’eccellenza fatta di grandi programmi a un mercato fatto di imprese; se non sapremo farlo, il rischio è che il valore generato dalle infrastrutture italiane venga intercettato altrove, da chi avrà trovato altrove le regole di cui aveva bisogno.
Note e fonti
[1] Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), L’Economia dello Spazio: frontiera di sviluppo tecnologico e industriale, maggio 2026, su dati CTNA, Survey sulla Filiera Nazionale Aerospazio, 2025 (fatturato e occupazione del settore spazio, anni 2021-2024). ↩
[2] World Economic Forum, Space: The $1.8 Trillion Opportunity for Global Economic Growth, 2024. ↩
[3] Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano, La Space Economy italiana nel post PNRR: la sfida della valorizzazione, marzo 2026, richiamato in MIMIT, L’Economia dello Spazio, cit. Il dato del 71% si riferisce alla quota di fonti pubbliche nell’approvvigionamento di dati di osservazione della Terra (di cui il 50% europee, il 30% italiane, il 20% extraeuropee). ↩
[4] Assonime, New Space Economy. Dalle politiche sui dati allo Space-as-a-service?, n. 3/2026, su dati della Commissione europea, Study supporting the evaluation of the Free Flow of Non-Personal Data Regulation, Open Data Directive and Data Governance Act, Final Report, 2025 ↩
[5] 1. Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano, L’evoluzione della Space Economy italiana nel 2025, marzo 2026 (survey su 122 rispondenti: il 66% delle imprese dichiara un fatturato inferiore a 10 milioni di euro). ↩
[6] MIMIT, L’Economia dello Spazio, cit., su dati COMINT, 2026 (3,5 miliardi di contributo all’ESA, 2,3 miliardi all’ASI, 2 miliardi tra PNRR e fondi ordinari di bilancio). ↩






























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