L'analisi

Quello che manca all’Agenda Digitale italiana

Il decreto è passato al Cdm, confermando le ultime bozze. Già nei giorni scorsi esperti e addetti ai lavori puntavano il dito sulle lacune. Fondi insufficienti, scarso impegno su banda larghissima e sugli incentivi a famiglie, commercio elettronico

Pubblicato il 03 Ott 2012

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Quello che manca all’Agenda Digitale italiana

Oggi il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo Crescita 2.0 (già noto come DigitItalia). E’ un tassello fondamentale per l’Agenda Digitale, che si compone, ricordiamolo, anche di altre misure.

Tutto sommato sono confermati i contenuti delle bozze, anche se quando scriviamo mancano ancora i dettagli sulle coperture finanziarie delle novità egov. E comunque ricordiamo che il decreto certo passerà dal dibattito parlamentare (al momento non è previsto si ponga la fiducia).

Già nei giorni scorsi gli esperti, politici e addetti ai lavori si erano pronunciati sulle lacune del disegno di Agenda realizzato dal governo.

Ieri per esempio Confindustria Cultura ha comunicato che “Non c’è più tempo: non si può parlare di cavi e reti super veloci senza pensare a cosa ci andrà su. Servono fatti: Iva ridotta sul digitale, campagne informative, lotta alla pirateria, incentivi agli operatori che investono”. Bersani (PD) in settimana ha chiesto 1 miliardo di euro per le infrastrutture. D’Angelo ha messo insieme molte lacune. Ricordiamo inoltre che il decreto passerà dal dibattito al Parlamento, dove c’è una proposta di legge bipartisan che vale come benchmark per tutto quello che c’è o manca nel decreto.

Le lacune più spesso segnalate?

1)Manca una vision sulla banda ultra larga, come segnalano D’Angelo, Morandini (Between), Bersani. Ci sono soltanto ad oggi 443 milioni di euro per il Sud. Il tema probabilmente sarà affrontato su altri tavoli (vedi scorporo rete Telecom e possibile accordo con Cassa depositi prestiti). E attende speranzosamente nuovi fondi europi.

2)Pochi incentivi all’offerta e alle pmi. Per esempio, non ci sono quelli sull’Iva per i prodotti elettronici (gli e-book non hanno un’Iva equiparata ai libri, per dirne una, e sono quindi più tassati). Lo segnala D’Angelo e lo vorrebbe la legge bipartisan. D’Angelo propone almeno di intervenire sulla semplificazione dei servizi online della Pa (com’è ha fatto il Regno Unito) e di “disporre la nullità ipso iure delle clausole contrattuali che vietino la vendita diretta su canali on line”. Confindustria chiede da tempo: semplificazioni burocratiche in tema di autorizzazioni ambientali e paesaggistiche, facilitazioni per la costituzione di “reti di imprese” per partecipare alle gare pubbliche in modo aggregato, sostegno all’export e al commercio elettronico. Aiuto per ottenere dalle banche finanziamenti. Alcune di queste cose sono concesse dal decreto solo alle start up innovative. Pare tuttavia che il governo includerà alcune misure di questo tipo nel decreto Semplificazioni e che Sviluppo economico lavora a un decreto specifico per le pmi.

3)Gli incentivi alla domanda sono molto indiretti (e il vero grande problema italiano è l’arretratezza culturale informatico). Si risolvono perlopiù nell’idea che i progressi della Scuola digitale innescheranno un circolo virtuoso. Giusto, sì, ma forse troppo lento.

4)Ovviamente c’è poi la partita dell’Agenzia per l’Italia Digitale, il cui ruolo sarà fondamentale per tramutare in realtà, passo passo, gli obiettivi dell’Agenda.

E’ evidente che il quadro è ancora incompleto. Si spera che lo sia un po’ di meno entro le prossime elezioni.

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Gekko78
Gekko78
13 anni fa

Cari signori, nel 2012, in Italia, occorre ancora sottoscrivere di proprio pugno una lettera, spedirla con raccomandata A/R e pregare che non vada smarrito l’avviso di ricevimento per dare disdetta ad un contratto con un’azienda di tlc, energia, etc.
Serve davvero l’ennesimo ente “Agenzia per l’Italia Digitale” che poi andrà a sua volta abolito? non basterebbe forse un po’ di buon senso (poco, perché è merce rara) e dare piena attuazione a quanto già legificato? a che serve obbligare le imprese ad attivare una PEC, se poi non sono obbligate ad accettare neppure una semplice disdetta via PEC?

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