trasparenza dati pubblici

Lockdown, abbiamo diritto di sapere tutti i motivi: miglioriamo il Foia

Lo Stato non è stato trasparente sui dati sulla cui base ha scelto quali chiusure fare in primavera. Ora che la pandemia torna a incidere sulle nostre vite, serve migliorare la legge Foia, perché non siano più ostacolate le istanze di accesso di cittadini, giornalisti e organizzazioni della società civile. Ecco le proposte

10 Nov 2020
Federico Anghelé

Direttore The Good Lobby

foia

Tutti noi cittadini a cui il Governo e le Regioni hanno chiesto – in primavera e ora di nuovo – pesanti sacrifici per contrastare la diffusione del virus avremmo diritto a sapere quali dati ed evidenze scientifiche, epidemiologiche giustifichino le leggi che hanno portato alla chiusura di certe attività e zone d’Italia. E che hanno supportato invece la scelta di lasciarne aperte altre.

L’accesso (negato) dal Governo alle informazioni in pandemia

Se questi dati continueranno a non esserci puntualmente forniti, come peraltro già accaduto nei mesi della chiusura forzata la scorsa primavera, noi cittadini saremo costretti a richiederli, come hanno fatto, tra gli altri, la Fondazione Einaudi di Roma e l’editorialista del quotidiano La Repubblica Riccardo Luna tramite Foia (Freedom of information act).

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La Fondazione Einaudi ha richiesto, senza fortuna, di accedere ai verbali del Comitato Tecnico Scientifico sui cui pareri dovrebbero basarsi le decisioni assunte dal governo in questi mesi di pandemia. Non molto diversa l’istanza presentata da Riccardo Luna: conoscere i contenuti del piano di emergenza pandemica che, alla luce dell’impreparazione che ha contraddistinto l’operato delle nostre istituzioni di fronte al diffondersi del Covid lo scorso marzo, non è materia esattamente irrilevante considerato che ci aspettano altri mesi di emergenza e restrizioni. Si tratta di due vicende emblematiche che si sono concluse almeno in parte positivamente nonostante la difficoltà nel veder riconosciuto il diritto di accesso.

Dopo aver intentato un ricorso al tribunale amministrativo del Lazio – che con sentenza del 23 luglio ha riconosciuto le ragioni della fondazione romana, intimando al governo di pubblicare i verbali – la Fondazione Einaudi ha ottenuto che gli atti del Comitato tecnico scientifico venissero “desecretati” nonostante fosse in ballo un appello in Consiglio di Stato. Benché pieni di omissis e di cancellature, sul sito della Protezione civile vengono oggi pubblicati regolarmente i verbali, sebbene con un ritardo di circa un mese e mezzo (sono disponibili ora quelli fino a metà settembre). Non ci stancheremo di ringraziare i giuristi che fanno capo alla Fondazione Einaudi per essersi battuti a favore di un diritto fondamentale come quello di accesso agli atti e ai documenti della pubblica amministrazione, sancito dal decreto legislativo 97/2016 che garantì anche agli italiani il FOIA.

Nel caso dell’istanza presentata da Riccardo Luna si è se non altro arrivati all’ammissione da parte del Ministero della Sanità dell’esistenza di un piano di emergenza redatto alle prime avvisaglie dei rischi di diffusione su larga scala del Covid, esistenza che era sempre stata negata al punto che tutte le richieste di accesso da parte del giornalista di Repubblica erano state negate.

Il Foia sospeso

Nonostante i precedenti tutt’altro che rassicuranti, il nostro Paese dovrebbe essere preparato ormai ad affrontare anche le conseguenze “indirette” dell’epidemia di coronavirus, quelle, per intendersi, che hanno limitato anche il diritto di accesso ai dati e alle informazioni nei mesi del lockdown. Seppur temporaneamente (da fine febbraio al 15 maggio) l’accesso alle informazioni è stato sospeso a causa dell’impossibilità per la maggior parte dei funzionari pubblici improvvisatisi smart worker di accedere agli archivi cartacei dei loro uffici di riferimento e pertanto di fornire risposte nei tempi congrui alle richieste di accesso. La sospensione è avvenuta nel pieno di una crisi che avrebbe necessitato non meno, bensì più trasparenza, per poter fornire informazioni tempestive sulla crisi sanitaria, per poter garantire in un momento cruciale ai giornalisti di accedere a dati fortemente richiesti dall’opinione pubblica, per poter controllare l’operato di governi che hanno limitato le libertà individuali fondamentali, qualche volta approfittando anche della situazione per svolte liberticide (è quel che è successo in alcuni Paesi dell’Europa orientale).

L’Italia si è in realtà adeguata a una tendenza internazionale che, quasi ovunque, ha comportato nel corso della prima ondata epidemica una sospensione del diritto di accesso o comunque una sua forte limitazione dovuta appunto ai ranghi ridotti in cui le pubbliche amministrazioni si sono trovate a operare. Questa negazione temporanea di un diritto avrebbe potuto essere meno pesante se da parte dei governi e delle amministrazioni ci fosse stato l’impulso a una messa online proattiva costante e capillare di tutte le informazioni e i dati indispensabili, ad esempio, a decifrare meglio e affrontare la pandemia. Non a caso l’International Press Institute ha fatto presente che le interruzioni dei FOIA nei vari Paesi hanno ostacolato il diritto all’informazione, contribuendo a erigere uno scudo contro giudizi e critiche verso molti governi.

Le priorità per una revisione organica del diritto di accesso

Ora che la seconda ondata tornerà di nuovo a incidere profondamente sulle nostre vite, ci auguriamo che il nostro governo faccia proprie le sollecitazioni del Difensore civico europeo rivolte alle istituzioni comunitarie a garantire “elevati standard di trasparenza, non nonostante la crisi, ma soprattutto durante la crisi”. E come i casi di richieste di accesso “in pandemia” insegnano, è giunto forse il momento di ripensare a tale diritto, magari migliorando quegli aspetti della legge che tendono a limitare se non addirittura ostacolare le istanze di accesso formulate da cittadini, giornalisti e organizzazioni della società civile. In un suo recente report dedicato all’impiego del Foia da parte dei giornalisti, l’associazione Transparency International Italia ha indicato le priorità per una revisione organica del diritto di accesso. In prima battuta va assicurata una maggiore tutela dell’identità del richiedente. Oggi, infatti, è previsto che laddove le informazioni richieste alle autorità pubbliche prevedano controinteressati, l’amministrazione debba inoltrare anche a loro la domanda per ottenerne il via libera. Ma in più di un caso giornalisti che indagavano sulla criminalità organizzata o su possibili reati si sono trovati a vedere le loro generalità condivise con soggetti potenzialmente pericolosi, perché le amministrazioni si erano dimenticate di omettere i dati personali del richiedente. Questa procedura non solo rischia di compromettere l’incolumità del richiedente, ma anche di disincentivare il lavoro d’inchiesta dei professionisti dell’informazione.

Per questo Transparency International suggerisce che i giornalisti e gli attivisti vengano tutelati dalle eventuali rappresaglie dei privati con una maggiore scrupolosità nel rimuovere ogni dato personale nell’inoltro delle richieste di accesso a terze parti.

Troppo spesso, inoltre, come spiegato nel report Foia4Journalists, le amministrazioni si trincerano dietro dinieghi generici per non fornire dati e informazioni a chi ne faccia richiesta. Al di là delle eccezioni all’accesso sancite dalla legge (segreti di stato, relazioni internazionali, sicurezza pubblica), le autorità pubbliche sarebbero sempre tenute a motivare le mancate risposte ai richiedenti, evitando formule che non spieghino il no all’accesso. Una riforma delle regole dovrebbe perciò sancire l’obbligo per le amministrazioni di giustificare in modo chiaro e circostanziato il diniego, affinché eventualmente il richiedente possa scegliere se ricorrere sulla base di informazioni precise. Il ricorso alla giustizia amministrativa è un altro tasto dolente: ha dei costi che non tutti possono sostenere, limitando di fatto la possibilità di veder riconosciuto un diritto. Per questo, Transparency International chiede corsie preferenziali per attivisti, giornalisti e associazioni che si avvalgono massicciamente del diritto di accesso generalizzato e che per questo dovrebbero poter contare su una riduzione dei costi in caso di ricorsi al TAR motivati dai dinieghi, a cui si dovrebbero aggiungere una “pseudonimizzazione della richiesta di accesso agli atti e la creazione di una corsia preferenziale per l’eventuale appello al Responsabile per la prevenzione della corruzione”.

Viene anche lamentata l’assenza di un’autorità di controllo che possa vigilare sull’operato delle pubbliche amministrazioni, in particolare per quanto riguarda i dinieghi immotivati o i silenzi di fronte alle richieste di accesso. Auspicabile che tale autorità sia in grado di comminare sanzioni a quelle amministrazioni che non applicano con rigore la disciplina normativa. Infine, per rendere il Foia uno strumento veramente accessibile a tutti, si propone che le amministrazioni indichino un delegato alle richieste di accesso, debitamente formato e in grado di dialogare con i cittadini. Magari sapendolo fare anche da remoto nel caso in cui la pandemia dovesse durare ancora a lungo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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