Politecnico di Milano

Agenda digitale italiana: l’incognita fondi dopo il 2026



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Un’analisi dettagliata dello stato dell’agenda digitale italiana attraverso i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, esaminando i traguardi raggiunti con il PNRR, l’integrazione dell’intelligenza artificiale e le preoccupanti prospettive di taglio ai finanziamenti pubblici

Pubblicato il 11 mar 2026



agenda digitale italiana
Foto: Shutterstock

L’Italia si trova oggi nel pieno di una transizione tecnologica che somiglia a una navigazione in mare aperto, dove l’obiettivo non è semplicemente l’adozione di nuovi strumenti informatici, ma un cambiamento radicale dell’architettura stessa dello Stato.

Secondo le analisi prodotte dall’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, presentate durante l’ultimo convegno annuale di settore, il Paese sta cercando di approdare a un “nuovo mondo” digitale, spinto dagli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e dagli obiettivi europei della Digital Decade 2030. La posta in gioco è la costruzione di un’infrastruttura solida che permetta alla Pubblica Amministrazione di operare non più per compartimenti stagni, ma come un ecosistema integrato e proattivo.

La rotta dell’agenda digitale italiana: i traguardi raggiunti con il PNRR

Il monitoraggio dei progressi nazionali, basato sui parametri della Commissione Europea, evidenzia come l’Italia stia recuperando terreno rispetto ai partner continentali con una velocità superiore alle aspettative storiche. Nonostante i ritardi accumulati negli anni passati a causa di una scarsa lungimiranza negli investimenti tecnologici, i dati aggiornati a fine 2024 e consolidati nel settembre 2025 mostrano un Paese sostanzialmente in linea con la media europea nei quattro pilastri fondamentali: infrastrutture, imprese, competenze e servizi pubblici.

Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale, sottolinea la necessità di osservare questi numeri con oggettività, evitando eccessi di pessimismo. Nelle sue dichiarazioni, Gastaldi ha precisato che «prima che si levino i cori dei disfattisti, i numeri ci dicono che stiamo raccogliendo molte informazioni e che siamo in linea», ricordando inoltre che il confronto con nazioni più piccole, come la Danimarca, risulta spesso fuorviante per una realtà complessa come quella italiana.

L’accelerazione impressa dal PNRR è evidente: dei 600 traguardi totali previsti dal Piano, ben 176 sono esplicitamente dedicati alla trasformazione digitale. L’Italia si è distinta per essere tra i primi Paesi in Europa nell’attuazione degli impegni presi, riuscendo persino a superare in anticipo alcuni obiettivi fissati per il giugno 2026. La diffusione dell’identità digitale tramite SPID e l’adozione del sistema di notifiche legali SEND hanno registrato una crescita che ha travalicato le previsioni iniziali, mentre l’adesione degli enti pubblici a pagoPA è ormai capillare. Tuttavia, il traguardo finale non è ancora raggiunto. Come evidenziato da Gastaldi, si registra infatti «un’ottima accelerazione, ma manca ancora il 30%. È necessario un rush finale, non dobbiamo alzare il piede dall’acceleratore».

Il sistema operativo del Paese: dal modello GaaP al cloud

Il futuro dell’agenda digitale italiana poggia sul concetto di Government as a Platform (GaaP). Si tratta di un modello, già adottato con successo da nazioni come l’Estonia e il Regno Unito, che mira a standardizzare le basi dati e i servizi delle amministrazioni locali e centrali. Un esempio concreto di questo sforzo è l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), che ha finalmente sostituito gli oltre 8.000 database comunali isolati, permettendo all’Italia di posizionarsi al quinto posto in Europa per disponibilità di Open Data.

A supporto di questa architettura, la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND) agisce come un connettore tra pubblico e privato. I volumi d’uso attuali mostrano l’imponenza dell’ecosistema: oltre 9.000 enti iscritti, circa 30.000 connessioni digitali attive e una media di un miliardo di e-service utilizzati quotidianamente. Parallelamente, la migrazione verso il Cloud ha segnato un punto di svolta strategico. Con uno stanziamento di 5 miliardi di euro, il Polo Strategico Nazionale (PSN) ha già accolto 380 Pubbliche Amministrazioni, superando ampiamente l’obiettivo di 280 enti previsto per la metà del 2026.

L’intelligenza artificiale e la visione di una “PA aumentata”

Una volta consolidate le infrastrutture, la sfida dell’agenda digitale italiana si sposta sul piano dell’intelligenza artificiale. L’analisi condotta dall’Osservatorio suggerisce che l’IA non sia più un’opzione, ma una necessità strutturale per sostenere l’erogazione dei servizi pubblici in un periodo caratterizzato dalla forte contrazione del personale amministrativo. L’obiettivo è la transizione verso una “PA aumentata”, dove la tecnologia valorizza il lavoro umano rendendo i processi di front-office e back-office proattivi e basati sull’analisi predittiva dei dati.

Per evitare che l’adozione di queste tecnologie avvenga in modo disordinato, l’Osservatorio ha identificato quattro direttrici prioritarie:

  • Il ripensamento dei processi affinché il servizio al cittadino sia il fine ultimo e l’IA il mezzo operativo;
  • L’affiancamento di agenti artificiali ai dipendenti pubblici per la gestione delle attività ripetitive;
  • L’investimento massiccio nella formazione per colmare il divario di competenze digitali;
  • La misurazione costante dell’impatto sociale per garantire che la tecnologia riduca le disuguaglianze.

Luca Gastaldi mette in guardia dal rischio di scivolare verso modelli distopici, richiamando la simbologia di Aldous Huxley. La preoccupazione principale riguarda l’uso di Large Language Models senza una strategia precisa, definiti dal Direttore come «pappagalli intelligenti». Nelle sue conclusioni sul tema, Gastaldi avverte che «le scelte dei prossimi mesi saranno come le pillole di Matrix: faranno la differenza», sottolineando come la collaborazione tra pubblico e privato sia l’unica via per un impatto sociale positivo.

Le “Colonne d’Ercole” del 2026 e il rischio dei tagli finanziari

Se da un lato la visione strategica appare chiara, dall’altro emergono serie preoccupazioni circa la sostenibilità economica a lungo termine. Tommaso Giaccardi, ricercatore dell’Osservatorio Agenda Digitale, ha delineato uno scenario finanziario complesso che attende il Paese dopo la scadenza del PNRR. Finora, l’Italia ha beneficiato di circa 10 miliardi di euro l’anno per il digitale, ma questa stagione di abbondanza è destinata a interrompersi. Giaccardi ha utilizzato una metafora geografica per descrivere questo limite temporale: «In passato abbiamo spesso fatto riferimento al giugno 2026 come al momento in cui la nostra “nave del digitale” raggiungerà queste Colonne d’Ercole, oltre le quali la rotta diventerà molto meno chiara».

L’interrogativo centrale sollevato dai ricercatori del Politecnico riguarda le modalità di finanziamento dell’approdo a questo “nuovo mondo”. Mentre il PNRR entra nella sua fase discendente, la Commissione Europea ha introdotto il programma STEP (Strategic Technologies for Europe Platform), finalizzato a sostenere il deep tech, il biotech e le tecnologie per la difesa. Tuttavia, questo nuovo corso europeo sembra privilegiare il settore privato, creando un potenziale vuoto di risorse per il comparto pubblico.

Il paradosso degli investimenti pubblici e il miliardo mancante

L’analisi dell’Osservatorio, condotta su tredici tra Regioni e Province Autonome, evidenzia un fenomeno di riduzione dei fondi destinati alla trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione. I dati mostrano una contrazione degli investimenti pari a circa il 30%, che si traduce in un minor stanziamento di circa un miliardo di euro per progetti legati alla PA, alla sanità digitale e allo sviluppo delle competenze. Questo dato potrebbe aggravarsi ulteriormente una volta completata la ricognizione su tutto il territorio nazionale.

Si delinea così un paradosso: proprio mentre l’Italia raggiunge una maturità tecnologica tale da poter implementare soluzioni avanzate, le risorse per consolidarle iniziano a scarseggiare. La ricerca evidenzia tre aree critiche colpite dai tagli:

  1. Gli investimenti diretti nella digitalizzazione degli enti locali;
  2. I progetti di innovazione nel settore sanitario;
  3. Le iniziative per la formazione digitale di cittadini e dipendenti pubblici.

La “fatica strutturale” e la capacità di spesa degli enti

Oltre alla diminuzione dei fondi nominali, l’agenda digitale italiana deve affrontare un ostacolo di natura burocratica e tecnica definito come «fatica strutturale». In collaborazione con PA Advice, l’Osservatorio ha riscontrato che molte amministrazioni non riescono a trasformare tempestivamente i fondi assegnati in interventi concreti. Spesso, le somme rimangono bloccate nelle casse degli enti per ragioni di gestione finanziaria interna o di cassa, interrompendo la continuità necessaria ai progetti di transizione.

Giaccardi evidenzia come questo comportamento rischi di vanificare gli sforzi compiuti durante la fase emergenziale del PNRR. Per evitare che la trasformazione si areni, è considerata prioritaria la definizione urgente di capitoli di spesa trasparenti e strategici. Senza una programmazione che guardi oltre il 2026, l’Italia rischia di restare a metà del guado, con infrastrutture moderne ma prive del supporto economico necessario per la loro manutenzione ed evoluzione. La sfida per i decisori politici sarà dunque quella di garantire che la fine dei fondi straordinari non coincida con un ritorno alla frammentazione tecnologica del passato.

L’identità digitale è fondamentale nella trasformazione degli Stati, permettendo ai cittadini di accedere in modo sicuro ai servizi pubblici e privati. Nell’ultima decade, numerosi Paesi hanno sviluppato modelli nazionali di identità digitale per garantire accesso sicuro ai servizi, rafforzare la fiducia dei cittadini e accelerare la trasformazione digitale. Sebbene ogni Stato adatti il sistema alle proprie esigenze specifiche, tutti condividono la sfida comune di offrire soluzioni inclusive, sicure e resistenti alle frodi.

Lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) è la credenziale che permette ai cittadini italiani di accedere a una vasta gamma di servizi online, dall’INPS e l’Agenzia delle Entrate fino a università, banche e aziende di servizi. Dalla sua adozione nel 2016, più di 34 milioni di italiani hanno attivato un’identità SPID, consolidandolo come uno strumento chiave della digitalizzazione del Paese. SPID permette di accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione con un’unica coppia utente-password.

SPID e CIE presentano differenze significative in termini di sicurezza, usabilità e gestione. La CIE (Carta d’Identità Elettronica) è gestita esclusivamente dallo Stato attraverso il Ministero degli Interni, mentre SPID ha un’architettura federata. La CIE presenta alcune problematiche come la necessità di un PIN/PUK e di un lettore fisico o dispositivo NFC, che ne hanno limitato l’adozione. I dati del Politecnico di Milano indicano che usare la CIE richiede il doppio del tempo rispetto a SPID. Inoltre, in caso di smarrimento o guasto della CIE, il cittadino potrebbe rimanere senza accesso ai servizi online per mesi, mentre con SPID questo problema non si presenta.

L’European Digital Identity Wallet è un sistema di identità digitale uniforme per tutti i cittadini europei, in cui la gestione dei dati sarà posta sotto il controllo delle persone titolari dei dati stessi. Il digital wallet non sostituirà le identità digitali nazionali come SPID e CIE, ma le integrerà aggiungendo funzionalità, contenendo documenti (es. patente) e attestazioni (es. diplomi universitari, titoli professionali, permessi e licenze pubbliche, dati finanziari). Sarà transfrontaliero per natura, valido in tutta Europa e rilasciato da entità pubbliche o private riconosciute a livello europeo, permettendo maggiore interoperabilità dei dati in maniera semplice, sicura e GDPR compliant.

L’Italia, come altri Paesi europei, si trova in un punto di evoluzione: deve mantenere l’accessibilità e la semplicità dei propri modelli di identità digitale, rafforzandone però le garanzie di sicurezza e allineandosi a normative come GDPR, NIS2 e AI Act. Un’altra sfida riguarda l’inclusione digitale degli anziani, che possiedono SPID solo nel 24% dei casi. Sarebbe opportuno implementare sistemi di deleghe che consentano agli anziani di registrarsi ed operare grazie all’aiuto di un parente stretto.

La Svizzera ha recentemente approvato tramite referendum la legge federale sull’identità elettronica (Id-e). Il 28 settembre 2025, il “sì” ha prevalso con il 50,4% dei voti favorevoli contro il 49,6% contrari, con un’affluenza del 49,55%. Questo risultato sorprendentemente equilibrato dimostra come il tema dell’identità digitale sia complesso e divisivo anche in paesi con forte tradizione di democrazia diretta.

La Cina ha adottato un approccio centralizzato e controllato dallo Stato per l’identità digitale. Dal 15 luglio 2025, la Cina ha implementato un innovativo sistema di identificazione internet nazionale gestito dallo Stato, che centralizza la verifica dell’identità degli utenti sotto la supervisione governativa. Questo sistema rappresenta un ulteriore passo nel controllo digitale da parte del governo cinese, ponendo questioni significative sul bilanciamento tra sicurezza nazionale e privacy individuale.

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