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Bani: “Addomesticare la tecnologia per migliorare la cittadinanza, ecco la nostra visione”

La cittadinanza digitale non può prescindere dall’empatia, dalla compassione, dal sentirsi parte di una comunità inclusiva e aperta. E di sicuro non si fa negli uffici. Se un’app o un widget esclude anche un solo cittadino non è tecnologia che possa alimentare pienamente la cittadinanza. Questa è la visione di Italia Login,

29 Giu 2017
Marco Bani

Responsabile Imprese Osservatorio Nazionale sulla Comunicazione Digitale

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Cosa significa essere cittadini oggi?

Nell’ultimo mese il dibattito politico si è concentrato sul tema della cittadinanza italiana, se e come estenderla, mentre la “fine della geografia” causata dall’abbattimento delle barriere di comunicazione ci porta sempre più a parlare di “cittadino globale”.

Se partiamo dal diritto, la cittadinanza è la condizione alla quale l’ordinamento di uno Stato riconosce la pienezza dei diritti civili e politici dei cittadini, elementi fondamentali della vita democratica.

Ma Democrazia è confusione, soprattutto in un grande Paese come l’Italia, con tante sfumature, interessi e punti di vista, dove la partecipazione attiva necessita di semplicità e chiarezza. E’ quindi fondamentale che il Governo possa utilizzare ogni strumento per risolvere problemi complessi: per non far sentire “stranieri” i propri cittadini è ormai inevitabile cambiare processi, comunicazione e servizi, abilitando la tecnologia al servizio delle persone.

Ma allora “cittadinanza digitale” è solo la possibilità di usufruire dei servizi pubblici utilizzando nuove e vecchie tecnologie?

Assolutamente no: il digitale non deve abilitare una nuova forma di “cittadinanza”, creando percorsi esclusivi o nuovi ostacoli, ma aumentare le possibilità di esprimere il nostro essere comunità, consentendo al cittadino di comprendere e attuare i propri diritti/doveri e alle amministrazioni di semplificarne l’esercizio facilitando l’accesso ai servizi digitali.

Non è solo una questione di aggiungere tecnologia e nuove funzionalità esclusive, creare app o siti che magari non vengono poi utilizzati, aggiungere un nuovo livello di burocrazia con un conseguente aggravio di risorse.

Si può parlare di “cittadinanza” quando solo un solo un quarto della popolazione usa servizi digitali (fonte DESI2017)?

Qual è la causa di questo? Non c’è un solo colpevole: scarsa connettività, scarse competenze digitali, scarso design.

Ogni volta ci si affatica nel pagare una multa online, ogni volta la frustrazione ci spinge a preferire di fare la fila allo sportello, ogni volta si costringe il cittadino a prendere nuove credenziali, nuovi devices, nuove abitudini, abbiamo sbagliato qualcosa.

Di una cosa siamo sicuri: la tecnologia è al servizio del cittadino, la pubblica amministrazione è al servizio del cittadino, quindi abbiamo il dovere di plasmare la tecnologia per venire incontro alle esigenze di tutti.

E se mai riuscissimo a risolvere anche uno solo dei grandi problemi della burocrazia, le file agli uffici, gli archivi di carta, i moduli da compilare, sarà grazie alla tecnologia, anche se talvolta può essere parte del problema, perché a volte finisce per dividerci, escluderci, creando nuove disuguaglianze.

Pensiamo ai 3 milioni di disabili, pensiamo a quel terzo di cittadini che non utilizza Internet, pensiamo ai richiedenti asilo e agli stranieri che non conoscono la nostra lingua.

Come fare in modo che la cittadinanza digitale non sia un percorso esclusivo, per pochi eletti?

Tim Cook, CEO dell’Apple, nel discorso dello scorso 9 Giugno ai neolaureati del MIT ci ricorda che: “La tecnologia può fare grandi cose. Ma non vuole [consapevolmente, ndr] fare grandi cose. Non vuole fare niente. Questo ruolo spetta a noi. Spetta ai nostri valori e al nostro impegno verso i nostri familiari, i vicini di casa, le nostre comunità, spetta al nostro amore per la bellezza e alla convinzione che le nostre fedi sono interconnesse, al nostro senso civico e alla nostra bontà d’animo”.

La cittadinanza digitale non può prescindere quindi dall’empatia, dalla compassione, dal sentirsi parte di una comunità inclusiva e aperta. Non esiste un cittadino digitale, un governo digitale, un’Italia digitale, ma un buon uso della tecnologia per migliorare l’efficienza delle imprese, i processi della pubblica amministrazione e la vita delle persone.

La tecnologia da sola non basta, serve anche attenzione al design per servizi pubblici semplici e funzionali, le arti liberali per uscire dal pensiero binario e capire le emozioni, le scienze umanistiche per una migliore comprensione delle conseguenze di un certo approccio e per stringere i legami sociali fra le diverse anime di una comunità.

Un mix interdisciplinare, o come direbbe Joi Ito, direttore del media lab, antidisciplinare, che va oltre le categorie attuali per dare risposte a una società sempre più liquida.

Non si può pensare di gestire i problemi dei servizi pubblici solamente in chiave aziendale, senza ricordarci che se una nuova app o un widget esclude anche un solo cittadino nell’utilizzo, per qualsiasi ragione, non è tecnologia che possa alimentare pienamente la cittadinanza.

Saremo soddisfatti quando si integrerà senza ostacoli nelle nostre vite e risolverà i problemi, senza cambiare le nostre abitudini per colpa delle sue limitazioni.

Come si “addomestica” la tecnologia per migliorare la “cittadinanza”?

La migliore strada per riportare l’umanità dentro la tecnologia è sforzarci di circondarci di persone.

Abbiamo bisogno della comunità tech (come stiamo facendo con Developers.it), delle imprese, della ricerca che possano lavorare insieme alla pubblica amministrazione per poter dare al cittadino la capacità di esprimere al meglio il suo ruolo attivo nella sfera pubblica, esercitando i nostri diritti ma essendo in condizione anche di poter anche adempiere in maniera semplice ai nostri doveri.

Non si fa la cittadinanza digitale all’interno degli uffici, non si riscopre l’empatia dagli schermi di un monitor. Bisognerebbe prevedere che coloro che progettano o sviluppano siti o app passino almeno due ore a settimane con i cittadini, osservando come usano la tecnologia.

Ma cosa sta facendo l’Agenzia per l’Italia digitale per promuovere la “cittadinanza digitale”?

“Immaginate un “luogo” accessibile da tutti, dove la pubblica amministrazione può modulare e sviluppare nuovi servizi preparati e amplificati dal lavoro di molti, anche dai cittadini che hanno la la passione del design e del coding. Pensate alla possibilità di gestire i vostri rapporti con la pubblica amministrazione senza dover fare la fila agli uffici”.

Nell’ultimo post su Italia Login, abbiamo introdotto le linee e i principi dell’ecosistema a servizio del Paese che l’Agenzia per l’Italia Digitale sta sviluppando con i finanziamenti del PON Governance. Italia Login è il punto di avvio di un processo di trasformazione digitale volto a rendere più semplice l’esperienza che i cittadini vivono interagendo con i servizi digitali della pubblica amministrazione.

Come? Realizzando nuove infrastrutture digitali (“piattaforme abilitanti”) e ricalibrando quelle esistenti sui bisogni effettivi dei cittadini. Tali infrastrutture permetteranno alle amministrazioni di migliorare i servizi che erogano online, incentivandone l’utilizzo.

Ogni cittadino – autenticandosi con SPID – potrà avere a disposizione informazioni sanitarie reperibili ovunque, pagamenti sotto controllo, comunicazioni con la PA essenziali e risolutive. Non solo, potrà ricevere informazioni (e notifiche) sulle opportunità e sugli obblighi filtrati in relazione al proprio profilo.

Abilitare la “cittadinanza digitale” significherà anche gestire in modo centralizzato le impostazioni associate al proprio profilo (ad esempio i canali di comunicazione preferiti, le informazioni di recapito, la lingua) che verranno usate per personalizzare i servizi. I cittadini digitali potranno scegliere di poter essere raggiunti sullo smartphone o per email invece che tramite comunicazioni cartacee; il tutto da un punto centrale di accesso.

Ecco perché Italia Login non sarà un ennesimo portale dei cittadini, ma un insieme di attività collegate tra loro, in sinergia con la visione del Team per la Trasformazione Digitale guidato da Diego Piacentini, che hanno gli obiettivi di:“Rendere il governo più semplice, più veloce, più agile; Cambiare il modo di processare la burocrazia, rendendola invisibile;

Dare informazioni chiare, accessibili e intelligenti; Trasformare il rapporto tra cittadini e governo, attraverso canali multipli”.

Solamente quando aumenterà l’uso dei servizi digitali potremo dire di aver riportato  la tecnologia al suo ruolo primario, ovvero risolvere problemi e connettere le persone, abilitando una nuova cittadinanza, palestra per migliorare il nostro vivere quotidiano.

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