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Direttore responsabile Alessandro Longo

open e big data

Come trasformare la PA in “piattaforma di dati”: l’esempio della Lombardia

di Roberto Soj e Marco Panebianco, Lombardia Informatica

20 Apr 2017

20 aprile 2017

Ecco alcuni esempi di come open data e big data possono favorire la trasformazione digitale della PA secondo il paradigma di Government as a “data” platform

I termini “Open data” e “Big data” sono sempre più utilizzati nel panorama tecnologico italiano, al punto da divenire parole chiave nel contesto anche della Pubblica Amministrazione.

Cerchiamo però di comprendere il reale significato da attribuire ad ognuno di questi elementi.

Il termine open data (dati aperti) o, più precisamente, open government data, trae origine dall’esperienza statunitense e intende definire un patrimonio informativo che porta con sé le caratteristiche fondamentali di essere “accessibile” e “riutilizzabile” da chiunque e per qualunque finalità, quale risultante del processo di condivisione e messa a disposizione a favore dei cittadini dei dati pubblici.

Per contro, i sistemi giuridici europei, e in primis l’Italia sono sempre stati più inclini a qualificare l’accesso e la disponibilità al dato della Pubblica Amministrazione come un evento del tutto “eccezionale” subordinato al verificarsi di specifiche circostanze, quali, ad esempio, la lesione di un diritto.

Per quanto la produzione normativa si sia sforzata ad uniformarsi in passato, con particolare “timidezza”, al modello statunitense, successivamente condiviso anche in altre nazioni europee, il primo reale sistema di open data in Italia è stato finalmente introdotto con la Direttiva 2013/37/UE, la quale – pur facendo salve le eventuali disposizioni nazionali in materia di limitazioni nell’accesso alle informazioni – ha di fatto imposto un vero e proprio “obbligo” in capo agli Stati membri di consentire il “riuso” delle informazioni in possesso della Pubblica Amministrazione.

La legittimazione all’utilizzo di tali informazioni è da rintracciare inoltre nelle norme in tema di trasparenza amministrativa, del buon funzionamento dei Pubblici poteri e, in particolare dell’Amministrazione Digitale, le quali definiscono, a titolo di esempio, la corretta qualificazione dei dati, oltreché la natura giuridica (licenze d’uso dei dati) e tecnica (formato dei dati) degli stessi dati.

Gli obblighi di trasparenza e di accessibilità alle informazioni non possono, purtuttavia, ritenersi “indiscriminati”. I “nobili” fini perseguiti dalla dottrina dell’openness devono, in questo senso, necessariamente essere coordinati con le esigenze di tutela di altri valori di rango costituzionale, tra i quali spicca, per evidenti affinità applicative, il diritto alla riservatezza e alla protezione dei dati personali, vieppiù se applicate all’ambito sanitario, ove le basi di dati hanno prevalentemente natura sensibile, in quanto idonee a rivelare informazioni attenenti allo stato di salute dell’interessato.

Pertanto, una Pubblica Amministrazione, affinché possa legittimamente gestire secondo i criteri dell’open data una particolare risorsa informativa (contenente dati personali) deve sempre verificare l’esistenza di una norma che specificamente le attribuisce tali facoltà (art. 19, comma 3 del Codice Privacy) e procedere alla attenta “anonimizzazione” dei dati pubblicati sul proprio portale istituzionale.

A ben vedere, il rapporto tra open data e tutela della privacy, d’altro canto, non è necessariamente conflittuale e ciò vale anche con specifico riferimento ad un settore delicato come quello della sanità.

Rileviamo che al momento il portale open data di Regione Lombardia, attivo dal marzo 2012, conta oltre 1.500 dataset pubblicati dedicati alle singole competenze della Regione Lombarda, uno dei più attivi nel panorama italiano.

Soltanto in ambito sanitario, i dataset disponibili sono oltre 46 (115 se contiamo la Direzione Generale Welfare nel suo complesso). Tali dati sono stati visualizzati circa 20 mila volte, scaricati oltre 6500 volte e riguardano informazioni relative alle strutture ospedaliere lombarde, alle farmacie e finanche alle performance aziendali.

Dobbiamo allora sottoporci dei quesiti: quale riscontro ha avuto lato Cittadino/imprese la pubblicazione di tali informazioni? Tali dati sono stati concretamente utilizzati dai Cittadini o dalle imprese per essere trasformati in servizi utili alla collettività? Più in generale, tali dati sono stati utilizzati per sviluppare un mercato di servizi da parte del privato per costruire qualcosa di più della semplice messa a disposizione delle informazioni attraverso i formati scaricabili?

La risposta è sì! Ne sono un esempio le diverse applicazioni che prendono spunto dalle informazioni open in ambito sanitario, come abbiamo visto, tra le quali vogliamo menzionare l’app “Pronto Soccorso 2.0, premiata all’evento “HACK4DIGITALGOV: la PA nelle tue mani” nel 2015, il cui obiettivo era, ad esempio, quello di fornire una proiezione in tempo reale dello stato di affollamento del pronto soccorso in cui potersi recare per emergenze in codice bianco, verde o giallo. O, ancora, l’app “Health Advisor” il cui scopo è permettere all’utente di valutare il servizio sanitario nazionale secondo la propria esperienza.

Potremmo dire a tal proposito: “dalle parole ai fatti”. Cittadini, imprese, ricercatori ed altri soggetti che, superata la fase iniziale di semplice “curiosità” rispetto alla tematica dei dati pubblici, hanno iniziato ad analizzarli, incrociandoli tra loro per generare nuove informazioni, determinando in tal modo una moltiplicazione del loro valore sia a fini business che sociali.

Significativa, in tal senso, per non menzionare continuamente gli indubbi vantaggi in ambito sanitario, è stata altresì l’esperienza di un giornalista dell’Eco di Bergamo che ha elaborato alcune analisi ed infografiche sul fenomeno degli incidenti stradali in città basate sugli Open data pubblicati dal Comune; a seguito di questa analisi il Comune di Bergamo ha deciso di effettuare alcuni interventi viabilistici che hanno sensibilmente migliorato la situazione in alcuni punti della città.

La facoltà di partecipare offerto agli utenti e lo stesso l’empowerment, necessità però di un adeguato intervento normativo da parte delle Regioni ed è in tal senso che si è adoperato il nostro apparato legislativo Regionale.

In ambito sanitario, in particolare, Regione Lombardia ha recentemente approvato una Delibera di attuazione della Riforma Sanitaria, sulla base dell’analisi dei dati storici della cronicità, resi completamente disponibili sul portale Open Data regionale.

Ed anche in questo ambito i dati aperti sono stati il punto di partenza per interessanti analisi svolte da soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione, come il caso della ricerca universitaria sulle specializzazioni degli ospedali lombardi.

Ma un ulteriore salto di qualità è possibile attraverso l’evoluzione dalla semplice pubblicazione “statica” dei dataset verso una piattaforma di distribuzione delle informazioni tramite API utilizzando regole e glossari condivisi tra le Pubbliche Amministrazioni e il mondo dei privati, sulla base del modello dell’ecosistema digitale E015 promosso da Regione Lombardia.

Si aprono quindi scenari completamente nuovi, nella logica di “Government as a platform”, per costruire nuovi servizi anche di pubblica utilità non necessariamente realizzati da soggetti pubblici, ma proposti anche dal singolo privato, come abbiamo avuto modo di constatare.

Altro argomento che mi preme affrontare, in ragione dell’elemento “quantitativo” dei dati e delle informazioni disponibili in formato open in Regione Lombardia è quello dei “Big data”, divenuti un argomento di tendenza in ragione dei progressi delle tecnologie ICT, e che rappresentano una formidabile occasione di trasformare la molteplicità di “dati grezzi” della Pubblica Amministrazione in informazioni, supportando in modo sempre più rapido il passaggio dall’informazione alla “conoscenza dei fenomeni” e degli “andamenti” per arrivare a nuove forme di governo abilitate dai dati (Government by data).

Anche sui Big Data occorre fare un profondo salto in avanti per andare oltre lo slogan; ci si rende conto sempre piu’ spesso che i soli dati non sono sufficienti e che occorre focalizzarsi sugli algoritmi utilizzati per elaborarli, al fine di individuare nuove relazioni e fenomeni per supportare le decisioni basandosi su modelli previsionali.

AI termine Big Data vengono spesso associate le cosiddette “4V”, ovvero le dimensioni che li caratterizzano:

  • Volume: la più ovvia, ovvero la mole dei dati da trattare oltre al numero stesso delle fonti di dati
  • Velocità: la velocità con la quale i dati sono generati, raccolti e continuamente diffusi, considerando che molte fonti di dati sono estremamente dinamiche
  • Varietà: le tipologie di dati da trattare sono molto eterogenee e spaziano dai tradizionali dati strutturati a quelli non strutturati provenienti sia dai sistemi informativi della propria organizzazione che da fonti della cosiddetta Internet of Everything
  • Veracità: la qualità dei dati che, in ragione della loro dimensione ed eterogeneità, presentano significative differenze in termini di copertura, accuratezza e tempestività dei dati forniti.

Sempre più si manifesta, sia nel mondo della ricerca che nei vari settori di applicazione, la necessità di considerare una nuova V, il Valore, che attraverso l’applicazione di algoritmi ai dati, possa trasformarsi nella doppia V di Wisdom, ovvero la saggezza basata su informazioni ottenute da dati affidabili ed aggiornati.

Ma per realizzare questo obiettivo, non è sufficiente un approccio tecnologico, occorre investire nelle persone e attivare nuove competenze, non solo strumenti, in grado di guidare la Pubblica Amministrazione nel nuovo mondo della analisi dei dati e degli algoritmi, ovvero la Scienza dei dati, favorendo la trasformazione digitale della PA secondo il paradigma di Government as a “data” platform.

 

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