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MIUR

Cos’è il Curriculum di educazione civica digitale e perché serve alle scuole e all’Italia

Il sillabo appena sfornato dal Miur serve a creare una nuova dimensione della cittadinanza. Responsabilizzando tutto il Paese verso l’educazione civica digitale. Ecco perché

26 Gen 2018

Damien Lanfrey

MIUR

Donatella Solda

MIUR


Si ricorda spesso come il tema dell’innovazione non sia sufficientemente “politico” per  meritare attenzione nel dibattito pubblico.

In Italia in particolare, una scarsa domanda generalizzata di digitale continua a stimolare risposte politiche estremamente conservative, legate ad un’idea di tecnologia spesso incentrata su esternalità negative e rischi.

I rischi e le esternalità negative esistono di certo, e sono ben visibili in tutto il mondo, non solo in Italia.

La pervasività delle tecnologie in ogni aspetto della società, unita alla loro intrusività nella sfera sociale e nella quotidianità, tra dati minuziosamente (e spesso silenziosamente) raccolti e notifiche sempre più presenti, non porta solo profonde implicazioni comportamentali in ogni sfera di attività umana, ma anche grandi impatti di livello macro.

Pensiamo, ad esempio, al complicato rapporto tra intermediari digitali e media tradizionali, e alle tantissime implicazioni che questo produce in termini di ecosistemi di produzione e modelli di consumo dell’informazione. Non è solo una questione di fake news o filter bubble, ma di intere strutture sociali esposte a

La perdita di controllo nello sviluppo tecnologico, a maggior ragione in un Paese come l’Italia, che non gioca un ruolo di produttore di grandi architetture digitali, ha aumentato la frustrazione di cittadini e stakeholder, e quindi ulteriormente complicato il rapporto tra innovazione e visione politica.

Ma è proprio da questo circolo vizioso che è necessario uscireEd è fondamentale, se non scontato, che questa consapevolezza si sviluppi proprio a scuola.

Ecco il Curriculum

Ecco perché, a due anni dalla nascita del Piano Nazionale Scuola Digitale, consideriamo il Curriculum di Educazione Civica Digitale appena lanciato una delle azioni chiave nella definizione del rapporto tra il nostro sistema educativo e l’innovazione tecnologica, tra il nostro Paese e il futuro.

Da pochi giorni, infatti, abbiamo pubblicato sul sito MIUR e all’indirizzo ecd.generazioniconnesse.it il primo Curriculum di Educazione Civica Digitale per la scuola italiana. Questo è stato pubblicato a poche ore di distanza dal Decalogo sull’uso dei dispositivi personali in classe, che anticipa il documento con le linee guida per l’introduzione di queste strumenti tecnologici nelle attività didattiche.

L’idea di educazione civica digitale, voluta dalla Ministra Fedeli, serve ad evidenziare un ragionamento di fondo: si tratta di una definizione “tradizionale” non casuale.

Da una parte, non è assolutamente possibile abbandonare le dimensioni esistenti dell’educazione civica: educazione al rispetto e alla sostenibilità, con tutto il loro corpus di conoscenze e competenze, devono continuare a dare

Dall’altra parte, però, applicare i canoni tradizionali dell’educazione civica non è sufficiente: la rivoluzione all’intersezione tra esplosione di dati, informazione e comunicazione, connettività e tecnologie richiede nuove conoscenze ma soprattutto nuove consapevolezze.

Per educazione civica digitale intendiamo quindi una nuova dimensione della cittadinanza. Una integrazione, necessaria quanto urgente, al curriculum di cittadinanza della scuola italiana.

Una scelta molto precisa, intrapresa anche da altri Paesi nel mondo, che vuole posizionare il nostro sistema educativo, e il Piano Nazionale Scuola Digitale, all’avanguardia nella definizione degli obiettivi formativi rispetto alla rivoluzione digitale in corso. Una precisa visione politicausiamo questo aggettivo con cautela, parlando di scuola – dello sviluppo tecnologico, che si fonda su due parole: spirito critico e responsabilità.

Siamo ben lontani da una visione tecnocratica.

Le tecnologie sono diventate centrali ad ogni attività umana, e lo saranno a maggior ragione nei prossimi decenni. Ma occorre avere responsabilità, cautela e spirito critico nel loro utilizzo, passivo e attivo – siano esse dispositivi, software o, come accade sempre più spesso, grandi architetture socio-tecniche.

Non è questione solo di utilizzare le tecnologie per sperimentarle con le proprie mani, per passare dall’essere meri consumatori a partecipanti attivi e produttori.

Per sviluppare veri cittadini digitali dobbiamo andare in profondità, aiutando da un lato gli studenti a capire cosa avviene dietro le quinte della tecnologia, cosa è contenuto in quella che troppo spesso è considerata una black box, intoccabile e immutabile.

Dall’altro, vogliamo stimolarli a riflettere – e agire, quando necessario – sulle profonde implicazioni sociali, culturali ed etiche che il cambiamento tecnologico porta con se. Implicazioni che, molto spesso, gli studenti vivono sulla propria pelle più frequentemente e intensamente di adulti.

Delegare la funzione educativa della scuola a un mondo governato da dinamiche tecnologiche – che avvengono comunque fuori dalla scuola – spesso troppo grandi per essere influenzate, significa consegnare il Paese a un’idea di sviluppo che non potremo mai influenzare. Al contrario, invece, governare il cambiamento tecnologico e orientarlo verso obiettivi sostenibili per la nostra società è ancora possibile.

Ecco perché alla base del Curriculum di Educazione Civica Digitale vi è un’idea politica dello sviluppo tecnologico, e quindi di futuro del nostro Paese.

Come è stato sviluppato il Curriculum: responsabilizzare tutto il Paese verso l’educazione civica digitale

La stessa modalità con cui abbiamo costruito – e stiamo sviluppando – il Curriculum di Educazione Civica Digitale mette in pratica questa visione politica.

Questo sillabo non è stato solo impostato con un metodo “classico”, ovvero il coinvolgimento di numerosi esperti, in particolare del mondo accademico. È stato costruito con oltre 120 organizzazioni tra istituzioni, mondo accademico, società civile e altri attori impegnati – non necessariamente in campo formativo – nei temi in questione. Tra queste AGCOM, Garante per la Privacy e Mibact. Ma anche RAI, grazie alle tantissime risorse didattiche e divulgative sviluppate nel tempo. Sky, per la visione creata attorno ad una Academy interamente dedicata alle scuole. AGI e Sole24Ore, per la loro spiccata propensione verso fact checking, qualità dell’informazione ed economia digitale. Tantissime università, a partire dal centro CREMIT dell’Università Cattolica e all’Associazione Media Education strutturalmente impegnati nell’educazione ai media, passando per il Centro Nexa del Politecnico di Torino, impegnata da sempre nella costruzione di una visione critica sulla Rete e i suoi diritti e l’Università Milano Bicocca (diversi i corsi già attivi sui temi della rivoluzione digitale).

Dall’Università di Urbino (media digitali, ma anche algoritmi e pensiero computazionale), al Laboratory of Data Science and Complexity dell’Università Cà Foscari, impegnato in studi sulla propagazione di informazioni e opinioni. Passando per l’Università di Pisa (big data), l’Università di Parma (fake news), l’Università di Napoli (comunicazione e tecnologie digitali), l’Università di Torino (giornalismo nell’era digitale), l’Università di Modena e Reggio Emilia (didattica digitale e storytelling per la scuola dell’infanzia). O ancora l’Università della Tuscia, l’Università della Basilicata e l’Università di Salerno.

A queste si aggiungono il CNR e il suo storico lavoro trentennale nello sviluppo di Internet in Italia e nella gestione del dominio .it, e Fondazione Bruno Kessler, trasversalmente impegnata in open data, big data e linguistica computazionale.

Abbiamo chiesto un contributo – ed è una responsabilizzazione fondamentale – anche ai grandi player del digitale. Google, Facebook, Samsung (già membri del Consorzio Generazioni Connesse), Cisco, Adobe, Linkedin e Qwant sono solo alcuni esempi.

A questi poi, si aggiunge una lista lunga e autorevole di partner della società civile: dall’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) a Fondazione ASPHI (impegnati nelle tecnologie didattiche per una piena inclusione), da Save the Children a Telefono Azzurro, da Parole Ostili al CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, dalla Wikimedia Foundation a Skuola.net, da Fondazione Human Age Institute a Forum per il Libro. A tanti altri, che includeremo e valorizzeremo progressivamente nella piattaforma dedicata.

Credere che l’educazione civica digitale sia un punto cardine nella crescita dei nostri studenti significa affermare quindi che il curriculum scolastico può e deve essere considerato un progetto di comunità e di sviluppo del Paese, e non solo un lavoro “tecnico” di linee guida consegnato alle scuole.

Significa quindi responsabilizzare la società tutta verso la costruzione di un curricolo vivo non solo perché “attuale”, ma anche perché basato su problemi e casi reali che, i soggetti con i quali stiamo collaborando, affrontano e costruiscono quotidianamente.

È infatti nella prassi quotidiana che le sfide della cittadinanza digitale si sviluppano ed evolvono, ed è attraverso la prassi quotidiana che è possibile rappresentare velocità e esternalità del cambiamento tecnologico, e quindi sviluppare competenze e attitudini che servono.

La scuola – e il Piano Nazionale Scuola Digitale ne è prima testimonianza – deve contribuire a costruire percorsi educativi che avvicinino gli studenti alle questioni che animano e fanno funzionare la società.

Le parti del Curriculum

Il sillabo è organizzato in 5 parti, per affrontare il problema

La prima parte chiede alle scuole di sviluppare una generale comprensione del cambiamento, originato dalla convergenza tra tecnologie digitali e connettività. Internet è metafora culturale della rivoluzione comunicativa, informazionale ma anche economica e sociale in corso. Gli studenti devono comprendere che lo “spostamento di asse” causato dalla convergenza tecnologica ha ramificazioni profondissime in ogni ambito della società: basta pensare ai temi legati al lavoro, o al funzionamento della stessa democrazia e dei suoi intermediari.

Vogliamo che gli studenti conoscano concetti come neutralità della Rete e Internet Governance, ma anche che comprendano il complesso rapporto tra architetture tecnologiche, potere e società.

La seconda parte guarda invece all’educazione ai media. Si tratta di un’area che è tradizionalmente stata associata ai rischi individuali e sociali connessi alla Rete, ma che oltre a questo ha tantissimo da dire nello sviluppo di strategie comportamentali positive da parte degli studenti. Stare in Rete è prima di tutto collaborazione, rispetto l’altro a partire dal linguaggio e quindi riflessione critica su concetti come identità e rappresentazione.

La Rete, i social media, e in generale ambienti digitali sono ormai luogo di incontro più frequentato, dove si costruiscono relazioni e comunità, ma di cui è importante comprendere – e analizzare criticamente – regole di funzionamento. La quantificazione di ogni relazione in Rete porta con sé profonde implicazioni, e gli studenti devono comprendere che si tratta di una precisa scelta architetturale di molte piattaforme, non di un “fatto acquisito”.

La terza parte affronta l’educazione all’informazione (information literacy). Anche in questo caso, non si tratta solo di un tema di sviluppo di competenze tecniche per la  ricerca, raccolta, utilizzo e conservazione di informazioni. Vogliamo che ogni studente comprenda il profondo cambiamento in atto nell’ecosistema di produzione e distribuzione di informazioni: non ci interessano solo gli effetti di questo profondo cambiamento – tra questi la rapida diffusione di fake news e gli information cocoons a cui siamo associati in Rete – ma vogliamo mettere gli studenti nelle condizioni di investigarne le dinamiche di origine.

Associata all’educazione all’informazione vi è una quarta parte, ancora sottostimata nei percorsi educativi, legata alle implicazioni di quantificazione e computazione diffusa. La raccolta ed elaborazione sistematica di dati e informazioni, attraverso algoritmi e intelligenza artificiale rappresenta un cambio di paradigma da comprendere in profondità. Quantificazione e computazione hanno già un impatto profondissimo nel modo in cui tantissime organizzazioni, e le nostre società in generale, affrontano grandi questioni sociali, economiche, politiche, culturali e anche etiche. Vogliamo preparare i nostri studenti ad un futuro in cui le grandi questioni etiche legate allo sviluppo tecnologico saranno centrali nel dibattito politico di tutto il mondo..

La quinta parte, infine, più leggera ma non meno importante, vuole ricordare che i media digitali non sono solo strumenti, ma sono essi stessi oggetti culturali. Con cultura e creatività digitale vogliamo affrontare lo stare in Rete e in ambienti digitali attraverso la creatività, il gioco, la creazione di nuovi generi e narrative, ma anche la responsabilizzazione verso le implicazioni del creare e diffondere contenuti in Rete.

Qui le scuole hanno già tantissimo da dire, e anche attraverso la raccolta e pubblicazione di Schoolkit delle scuole stesse saremo in grado di dare a tutti risorse didattiche utili.

Come lavoreremo con le scuole?

Il curriculum e i materiali pubblicati qui– ad oggi circa 30, ma entro il prossimo mese saranno oltre 100, sono prima di tutto una raccolta OER (Open Educational Resources) immediatamente disponibile.

Gli Schoolkit associati ai materiali – e chiesti ad ognuno degli stakeholder – servono esattamente a questo: dare ai docenti risorse immediatamente utilizzabili, sia per la propria formazione che per realizzare attività in classe. Il MIUR stesso sarà impegnato nella produzione di risorse, proprio per coprire progressivamente ogni aspetto del curriculum.

Le scuole – e in alcuni casi lo stanno già facendo – potranno “applicare” e inserire i contenuti del sillabo all’interno del proprio Piano Triennale per l’Offerta Formativa (PTOF), tenendo conto di tutte le aree, ma con piena libertà nella costruzione dei curricoli verticali ad esso associati.

Inizierà, parallelamente al popolamento di materiali, un lavoro con università e scuole nella costruzione di esempi di curricoli verticali di applicazione concreta nel sito, che saranno pubblicati sullo stesso sito di Generazioni Connesse.

Si tratta, quindi, non solo di un contenuto, ma di una vera policy. A cui associeremo piani formativi (già a partire da febbraio 2018) e fondi dedicati (a partire da quelli che saranno assegnati a breve attraverso i risultati del bando Cittadinanza e Creatività Digitalea valere su fondi PON) per lo sviluppo di percorsi in classe.

Questo avverrà in sinergia con il lavoro di Generazioni Connesse, consorzio di cui il MIUR è capofila, impegnato nell’accompagnamento delle scuole nello sviluppo di e-policy.

Il senso di tutto questo deve essere chiaro, e va letto in sinergia con altri due passaggi culturali chiave di questa fase del Piano Nazionale Scuola Digitale – il documento sul Bring Your Own Device a scuola e un lavoro, presto offerto alle scuole, sulle metodologie didattiche innovative.

Vogliamo dare alle scuole gli strumenti per governare e affrontare il cambiamento.
All’interno di una profonda rivoluzione che non è solo digitale, informazionale e comunicativa, ma che è prima di tutto culturale, non possiamo chiedere alle scuole di arretrare nella funzione educativa. Al contrario, dobbiamo avere coraggio, come Ministero e come sistema educativo, e gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Se non lo facessimo, non faremmo che vedere l’ostacolo, le esternalità, le difficoltà. Non faremmo che delegare ad altri attori – che, sempre di più, rappresentano sistemi di potere e una visione del mondo – una lettura dello sviluppo tecnologico.

Non ce lo possiamo permettere, prima di tutto come sistema Paese.

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