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Dati aperti, l’Italia attua la direttiva ue ma ha le idee confuse

Per generare crescita economica i dati aperti devono avere caratteristiche specifiche: devono essere modellati e rilasciati secondo standard condivisi. È necessario quindi avere un’idea chiara di quale strada percorrere per mettere la PA nelle condizioni di rilasciare dati “proficui”. Idea che l’Italia non sembra avere

09 Mar 2022
Vincenzo Patruno

Project Manager e Open Data Evangelist - ISTAT

Con qualche mese di ritardo, lo scorso mese di dicembre il nostro Paese è riuscito ad attuare le indicazioni della direttiva europea Open Data (direttiva 1024/2019) sul riuso dei dati del settore pubblico, con il DL 200 dell’8 Novembre 2021 entrato in vigore il 15 di dicembre 2021.

Data economy: la Ue colmerà il ritardo solo cambiando mentalità

Il valore strategico dei dati nel Data act Ue (e la distrazione dell’Italia)

Mentre la Commissione europea è sempre più attenta al valore strategico dei dati aperti, l’Italia fino a questo momento ha considerato la questione Open Data come secondaria. Mentre si racconta del valore dei dati aperti nei vari documenti e nei piani triennali, nei fatti gli Open Data sono diventati marginali. Lo vediamo da tanti piccoli (e meno piccoli) segnali. Ad esempio, l’intenzione del governo di sospendere la pubblicazione giornaliera dei principali indicatori relativi alla pandemia. Oggi più che ieri, sui dati serve una visione che al momento nessuno sembra avere.

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Ma perché i dati aperti sono così importanti?

I dati sono fondamentali per ottimizzare e rendere più efficienti le attività del settore pubblico e delle imprese, creare servizi a valore aggiunto, generare opportunità dal punto di vista economico e sociale. Tutto ciò per costruire quella che si immagina debba essere l’Europa del prossimo futuro.

Quale sia la visione di tutto ciò ce lo dice la “Strategia europea in materia di dati”.  È di questi giorni la notizia che la Commissione Europea ha approvato un nuovo regolamento a riguardo di uno dei pezzi della strategia europea, quello che viene chiamato “Data Act”.  In particolare, ci si sofferma sul riuso dei dati industriali generati all’interno dell’unione e che oggi non sono sfruttati come si dovrebbe fare. L’Europa è consapevole che sbloccare le potenzialità dei dati diventa una straordinaria opportunità di sviluppo sociale ed economico.  E che gli Open Data del settore pubblico sono un pezzo importante dell’intero ecosistema dati. Ma di quali dati stiamo parlando? Di sicuro non di tutti i dati indistintamente.

Open data e pandemia: i dati aperti sono davvero un bene comune?

La direttiva Open Data

La direttiva Open Data dà una serie di indicazioni per individuare quelle tipologie di dati che possono esprimere importanti potenzialità di riuso. Segnalo alcuni punti che ritengo essere i più significativi.

I dati dinamici

Il primo è relativo a quelli che la direttiva chiama “dati dinamici”. Sono dati in tempo reale o comunque che cambiano e si modificano continuamente.  Pensiamo ad esempio a quello che avviene all’interno di una città: dati in tempo reale sulla mobilità, sui parcheggi, sull’inquinamento e sul monitoraggio ambientale, sul consumo di energia, sulla raccolta dei rifiuti e sul loro trattamento. Viene messo in evidenza come questi dati, quando vengono resi fruibili attraverso API, diventano dati ad altissime potenzialità di riuso nonché un pezzo importante dei dati pubblici da rendere fruibili a cittadini e imprese.

Un aspetto da sottolineare è il fatto che non si parla solo ed esclusivamente di dati della pubblica amministrazione in senso stretto ma si sottolinea come in realtà debbano essere considerati “dati pubblici” anche quelli prodotti da imprese private che forniscono servizi pubblici. Pensiamo alle imprese dei trasporti, alle ferrovie, al gas, ai servizi postali, alle aziende che gestiscono gli acquedotti e così via. E tanti di questi dati sono infatti proprio dati “dati dinamici” che hanno senso proprio quando vengono resi fruibili in tempo reale attraverso API (vedi punto uno).

La pubblicazione di dati aperti

Un altro aspetto da evidenziare riguarda quelli che la direttiva chiama “High Value Dataset”. In poche parole, la Commissione Europea invita i Paesi Membri a cambiare strategia nella pubblicazione di dati aperti. La pubblicazione dei dati aperti infatti è sempre stata fatta in modo arbitrario, senza regole e niente standard. Una sorta di “Far West” dove le varie pubbliche amministrazioni, rigorosamente in ordine sparso e in modo del tutto discrezionale hanno pubblicato (quando lo hanno fatto) quello che avevano.

Gli “High Value Datasets” sono dati appartenenti ad alcune specifiche categorie come possono essere i dati meteorologici, i dati statistici, i dati sui trasporti, i dati sulle imprese. Sono delle indicazioni sulle tipologie dei dati che si ritiene abbiano un grosso potenziale dal punto di vista dello sviluppo economico. Al momento non sappiamo molto su come questi dati devono essere fatti, ma va detto che questa è una partita che avrà senso solo se giocata in modo rigoroso e che dovrà necessariamente basarsi sulla definizione e sull’implementazione di standard di riferimento.

Dati aperti e servizi a valore aggiunto

Oggigiorno è infatti sempre più evidente come i dati aperti debbano generare anche benefici di tipo economico. I dati del settore pubblico devono cioè essere utili alle imprese e al mercato per consentire di generare servizi a valore aggiunto. È diventato un passo necessario per la sopravvivenza stessa dei dati aperti nel prossimo futuro. Se non si dovesse andare in questa direzione i dati aperti sarebbero destinati a ricoprire un ruolo sempre più marginale.

Ma per generare crescita economica i dati aperti devono avere tutte quelle caratteristiche che oggi ancora non hanno, nonostante sappiamo molto bene quali debbano essere. Devono cioè essere modellati e rilasciati secondo standard condivisi, devono essere prodotti attraverso processi stabili di produzione e rilascio, devono essere costantemente aggiornati e aggiungerei resi disponibili via API attraverso infrastrutture adeguate di diffusione.

La Commissione Europea punta molto sull’impatto economico dei dati in generale e in particolare degli Open Data. Esattamente due anni fa è stato presentato dalla Commissione uno studio dal titolo “The economic impact of Open Data”. realizzato da Capgemini. Nello studio si ritiene che le dimensioni potenziali del mercato europeo relativo agli Open Data potrebbe arrivare a 200-330 miliardi di euro nel 2025, impiegando (e quindi dando lavoro) a quasi due milioni di persone. E una buona parte di questa quantità immensa di denaro potrebbe avere impatto sull’Italia. Potrebbe!

Lo stato dell’arte in Italia

Ricorderete tutti come di recente il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta abbia dichiarato che il rientro in presenza della dei dipendenti del settore pubblico avrebbe generato un incremento del PIL dello 0.2-0.3% dovuto al fatto che i dipendenti avrebbero ripreso a consumare i pasti nei bar e nelle tavole calde. Con tutte le cautele del caso, se prendiamo come dato di partenza il valore provvisorio al 2020 calcolato dall’Istat (1.653.577,2 milioni di euro) il maggior prodotto interno lordo (che in realtà verrebbe fuori da una maggiore spesa dei lavoratori) varia tra 1.6 e 4.9 miliardi di euro. Spesso però gli economisti confondono la spesa (che comporta una redistribuzione del reddito) con la crescita economica. Crescita economica che invece può essere generata investendo veramente sul rilascio e sul riuso dei dati della PA. È necessario però avere una visione corretta e un’idea chiara di quale strada percorrere per mettere l’intera PA nelle condizioni di rilasciare dati in modo stabile e secondo standard condivisi. Tutto ciò per mettere il sistema produttivo nelle condizioni di sfruttarne le opportunità derivanti dal loro riuso generando servizi a valore aggiunto.

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