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Data economy: la Ue colmerà il ritardo solo cambiando mentalità

Il rilascio della “European Data Strategy” della Commissione europea è un segnale importante per consentire all’Europa di recuperare i ritardi nella data economy, in mano ad azienda tutte extra-Ue. La strategia, molto articolata e per certi versi complessa, potrà essere attuata solo se gli Stati penseranno in ottica comune

13 Mar 2020
Vincenzo Patruno

Project Manager e Open Data Evangelist - ISTAT


I dati e l’intera economia da essi generata (cosiddetta data economy) saranno in futuro sempre più strategici per garantire la competitività e l’efficienza delle nostre aziende e del nostro sistema pubblico. Non solo. La posta in gioco è talmente alta che potrà con molta probabilità avere conseguenze addirittura sugli equilibri politici internazionali.

Il rilascio recente fa della “European Data Strategy” della commissione Europea, che ricordiamo si è insediata soltanto da alcuni mesi è, in questo senso, un segnale molto importante.

Tutto è “dato”

In un mondo che rapidamente diventa sempre più digitale, tutto è destinato a diventare “dato”. Se volete vedere cosa sta accadendo in questo istante su Internet possiamo consultare la dashboard creata su Internetlivestats.  Si stima che i 33 Zettabyte di dati complessivamente disponibili nel 2018 diventeranno 175 nel 2025.  Per avere un’idea della quantità di dati in gioco, secondo uno studio fatto da Cisco uno Zettabyte equivarrebbe a un video ad alta definizione della durata di 36.000 anni.

Stiamo parlando di dati che vengono generati da ognuno di noi quando inviamo un messaggio, facciamo un acquisto utilizzando una carta di credito o uno qualsiasi dei tantissimi metodi di pagamento elettronico, postiamo un messaggio o una foto sui social, utilizziamo lo smartphone, creiamo un sito web, archiviamo documenti. Ma sono soprattutto dati che vengono e saranno sempre di più generati in modo automatico da sensori connessi alla rete.

Data economy, i ritardi della Ue

Questo è un aspetto importante che emerge molto bene dalla data strategy. L’Europa punta sull’innovazione “data driven” ma nello stesso tempo è consapevole di essere in ritardo e di ricoprire al momento un ruolo di secondo piano.

Lo stesso identico documento poteva probabilmente essere scritto nello stesso modo e senza alcun problema già alcuni anni fa. C’è da dire che la rapidità di azione e il “time-to-market”, ossia il tempo che intercorre tra il manifestarsi di un fabbisogno e  la risposta che viene data a quel fabbisogno non è mai stato tra i punti di forza della Commissione europea. Lo possiamo vedere anche con le recenti vicende legate al coronavirus o ancora nella più complessa gestione della crisi dei profughi siriani tra Turchia e Grecia.

Conosciamo però benissimo quali siano le pochissime grandi aziende “Big Tech” che siedono in prima fila e che gestiscono gran parte dei dati disponibili in tutto il mondo. E vi invito per un attimo ad immaginare cosa accadrebbe all’intero sistema produttivo europeo se domani queste aziende, tutte extra-europee, dovessero smettere per una qualunque ragione di erogare ad esempio i servizi cloud.

Un elemento interessante che emerge dalla strategia è che l’Europa confida innanzitutto in un prossimo mutamento dello scenario attuale: “I vincitori di oggi non saranno necessariamente i vincitori di domani” viene detto ad un certo punto nel documento. La considerazione che viene fatta è che gli enormi volumi di dati con cui avremo a che fare nei prossimi anni saranno generati sempre più da applicazioni industriali e in generale da applicazioni IoT. Sarà pertanto necessario garantire bassissime latenze per applicazioni che dovranno lavorare sempre più in real-time. Sarà di conseguenza necessario avvalersi di sistemi di Intelligenza Artificiale per la loro elaborazione e questo vorrà dire anche la necessità di elaborare i dati in prossimità di dove vengono prodotti (edge computing) sfruttando magari nello stesso tempo anche le potenzialità del 5G. Intelligenza Artificiale che a ragione diventa così un pezzo fondamentale della strategia europea. Non è infatti un caso che assieme alla strategia dati è stato rilasciato anche il “white paper” sulla Intelligenza Artificiale, che dà seguito alla strategia europea sull’AI del 2018.  L’Intelligenza Artificiale che diventa il modo per poter sfruttare appieno e in tempo reale flussi continui di dati IoT generando nuove applicazioni, nuovi servizi e opportunità di business.

La Ue e la visione “etica” dei dati

Ad ogni modo sono tutte cose su cui l’Ue è potenzialmente competitiva, e di questo la Commissione europea è pienamente consapevole. Un aspetto che viene sottolineato e di cui probabilmente ancora oggi non percepiamo la reale portata è una forte visione “etica” dei dati.

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Il GDPR è stato un grosso risultato che ha messo in evidenza una via “europea” per quanto riguarda l’utilizzo e il trattamento dei dati, mettendo al centro i valori etici e le persone. Mi sento di dire che questo è certamente un pezzo della storia del vecchio continente e della nostra identità. Sono infatti valori che ritroviamo un po’ ovunque, ad esempio anche nel Cybersecurity act o nella Direttiva Open Data.

Cosa che non avviene nello stesso modo né negli Stati Uniti, in cui prevale essenzialmente la logica del libero mercato, né tanto meno in Cina, che fornisce soluzioni tecnologiche al mondo intero ma dove il controllo esercitato dallo stato su tutti i tipi di dati è molto invasivo.

Un singolo “data space” europeo

La strategia proposta dall’Europa è molto articolata e per certi versi complessa. In sintesi, l’obiettivo è quello di creare un singolo “data space” europeo, un marketplace dove i dati circolano fisicamente all’interno dell’EU e lo fanno in modo “etico”, secondo regole e  normative chiare basate sui valori che da sempre ci appartengono. Di fatto un “single market” dove canalizzare dati in modo da permettere alle aziende e al mercato attingere e integrare dati su cui generare prodotti e servizi.

Basandosi su quattro pilastri, e cioè innanzitutto un “framework” trasversale ai vari settori per consentire la “governance” dei dati. Questo dovrebbe permettere, nelle intenzioni della Commissione, di superare la frammentazione del mercato interno e compattare in qualche modo l’azione degli Stati membri. Il secondo pilastro è relativo agli investimenti da fare. In infrastrutture e in tecnologia, al fine di creare un ambiente e un ecosistema che possa essere funzionale e supportare l’innovazione  “Data Driven”.

Serve poi un investimento nella formazione e nelle competenze a vari livelli. Viene evidenziato come nel 2017 ammontavano a quasi mezzo milione  le posizioni di lavoro su Big Data e Analytics che le imprese non erano riuscite a coprire. E infine la creazione di data space verticali su settori ritenuti strategici, come la mobilità e i trasporti, l’industria manifatturiera, i mercati finanziari, l’energia e così via.

Devo essere sincero. Ci sono tante ottime idee, ad esempio il Single Market, ma onestamente vedo tutto ciò molto complesso da realizzare, soprattutto in un tempo ragionevolmente breve da poter poi generare gli effetti auspicati. La sfida vera è esattamente questa. Il problema più evidente è la difficoltà che al momento i Paesi membri ancora hanno a “fare sistema” e a ragionare senza passare e spesso fermarsi alla dimensione nazionale.

Siamo un’Europa che fa ancora fatica a muoversi a livello europeo, come su tanti punti richiederebbe la Data Strategy.

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