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Direttore responsabile Alessandro Longo

riforma costituzionale

Ecco che cosa cambia con la centralizzazione delle competenze IT della PA

di Paolo Colli Franzone, Osservatorio Netics

11 Feb 2015

11 febbraio 2015

Con l’inaspettato voto favorevole e unanime alla Camera, passa l’emendamento proposto da Stefano Quintarelli che attribuisce allo Stato competenza esclusiva in materia di sistemi informativi della PA.
Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione, anche in termini di mercato. Cambia tutto: a partire dalle società in-house regionali.

Con l’approvazione unanime della Camera, passa l’emendamento di modifica dell’art. 117 della Costituzione presentato da Stefano Quintarelli (SC) e lo Stato si attribuisce competenze esclusive in materia di sistemi informativi della PA anche a livello regionale e comunale.
Il commento praticamente unanime della rete e dei principali analisti specializzati è di grande entusiasmo: una vera e propria rivoluzione, che mette fine ad anni e anni di conflitto Stato/Regioni.
Va detto che il passaggio di ieri alla Camera non è che una – per quanto fondamentale – tappa di un percorso ancora lungo e aperto a sorprese, se e quando la lobby delle Regioni decidesse di dar vita ad una “controoffensiva”. Anche se l’unanimità manifestatasi e il tono col quale il Ministro Maria Elena Boschi ha ringraziato l’intergruppo parlamentare sull’innovazione tecnologica lasciano immaginare un fortissimo commitment a Palazzo Chigi e dintorni.

Cambia tutto, in estrema sintesi: a partire dalla sovrabbondanza di piattaforme tecnologiche sviluppate negli anni dalle Regioni e dai Comuni, con tutte le derivate del caso in termini di ostacoli all’interoperabilità e/o alla generazione di sovracosti per la gestione dell’interoperabilità medesima.
E tutto va a incastrarsi alla perfezione all’interno del puzzle disegnato a suo tempo da Francesco Caio e dai suoi collaboratori ed ora messo a punto dall’AgID e dai ministeri competenti: anagrafe nazionale della popolazione, sistema di identità digitale, hub dei pagamenti elettronici della PA, razionalizzazione dei data center pubblici.

Cambia tutto anche sul versante dell’offerta, e non necessariamente in peggio.
Tutt’altro.
Sapendola affrontare, questa “rivoluzione” può rappresentare un momento di fortissima discontinuità dove i vendor IT che sapranno giocarsela al meglio potranno rimettere in discussione posizionamenti stratificati in un paio di decenni.

Quello che cambia radicalmente, anche qui in meglio, è lo scenario che si prospetta di fronte all’immediato futuro delle società ICT in-house regionali e comunali.
Viene a mancare di significato l’esistenza di una quindicina di soggetti ciascuno dei quali sviluppa piattaforme e soluzioni sostanzialmente identiche fra loro sotto il profilo funzionale. Vedi, per fare alcuni esempi, le piattaforme per la gestione del bollo auto, il fascicolo sanitario elettronico, il sistema informativo del lavoro e della formazione professionale,  e via di questo passo.
E torna in tutta la sua straordinaria attualità il modello di “smart specialization cooperativa”: ciascuna in-house si specializzi e porti avanti un ambito applicativo specifico, per poi dare vita a un circuito (obbligatorio) di riuso interregionale.
Il tutto sotto una forte regia centrale, ça va sans dire. Dell’AgID o, magari, di un neocostituito Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri che lasci all’Agenzia compiti strettamente operativi avocando a sé invece la parte di disegno strategico della nuova Italia Digitale.

Quello che sarebbe utile conoscere per tempo da Palazzo Chigi e dintorni è l’eventuale e vociferato orientamento verso scenari di nuove IRI per l’informatica pubblica, di un ritorno a possibili software house di Stato.
E’ doverosa, da parte dei decisori, una comunicazione tempestiva in questo senso. Confermando o smentendo queste voci che circolano ormai insistentemente da tempo.
La speranza ovviamente è che arrivi una smentita: nel 2015, ipotizzare il ritorno al passato non è il massimo.
Abbiamo già dato con Albano e Romina a San Remo, diciamo.

 

  • Alessandro

    Il titolo del mio commento traduce quello che ha deciso lo Stato: “poiché io non vi ho dato ordini chiari, poiché voi non siete in grado di parlarvi, allora decido da oggi decido io per tutti”
    Altra versione: “Poiché il tempo delle vacche grasse è finito, poiché fino oggi vi ho lasciato fare da soli dandovi solo linee guida confuse se non addirittura in contraddizione tra loro, da domani decido io per tutti”.
    Non ci è dato sapere che cosa intenda decidere per tutti, visto che ad oggi, avendo avuto ptoere solo sui dati (ed hai detto niente), lo Stato non è riuscito manco a partorire uno straccio di norma o protocollo per l’interoperabilità, deduco quindi che non riuscendo a gestire la questione dati, forse preferisca prendere in mano pure il software.
    Ma io sono solo un povero ignorante che non capisce i progetti di alto livello, nel frattempo riderò a vedere come tante software house inizieranno a muoversi come formiche impazzite, tutte alla ricerca di difendere il proprio orticello.
    Se non mi sfugge qualcosa di più ampio e profondo che, ripeto, la mia povera mente ottusa e non formata per dirigere non può capire, il tutto mi ricorda un progetto appena fallito ma che evidentemente non ha insegnato nulla: la CEC/PAC, ossia il tentativo di centralizzare qualcosa che poteva benissimo funzionare meglio se lasciato (attenzione al termine, “lasciato”, non affidato) ai soggetti privati. Di fronte ad uno standard come la PEC, se pur di carattere totalmente nazionale, al posto di lascaire che i vari provider vecchi e nuovi offrissero un servizio che si parlava benissimo tra di loro, ha preferito centralizzare (con i soldi dei contribuenti) e offrire un servizio mezzo monco. Abbandonato da quest’anno.
    Non mi stancherò mai di ripeterlo: le buone intenzioni ci sono tutte e lodo questo ed i futuri governi di qualsiasi colore siano, ma sulla realizzazione delle cose vi prego per favore di parlare con chi i problemi li vive ogni giorno, che i gruppi di esperti siano gente che lavora sul campo per cortesia, non tutti ma almeno in gran parte.
    Nel frattempo, per chi volesse parlare e confrontarsi su problematiche reali e imminenti dell’informatizzazione della PA (non ultimo il piano di informatizzazione), non vi resta che iscrivervi su http://www.opensipa.it (tutto free).
    Alessandro Angellotti

  • tonino

    I 5400 comuni italiani gestiscono le stesse procedure e risultano competenti sulle stesse materie. L’informatica quindi non può che essere uniforme perchè tutti che devono parlare la stessa “lingua” e contribuire attraverso la manutenzione operativa allo sviluppo dei sistemi. Raggiunto questo risultato sarà anche possibile coinvolgere i cittadini mostrando loro le ricadute positive della gestione condivisa di fascicoli elettronici che li riguardano.

  • Alessandro C

    Appoggio in pieno tutto quello che dice il mio omonimo e rimarco alcuni punti.
    Quello che stanno facendo a Roma (parlo a livello informatico anche se ci sarebbe da discutere su tutto il resto) non tiene MAI e ripeto MAI conto della realtà dei fatti. I maestosi tavoli tecnici in cui altisonanti nomi decidono (o meglio, non decidono viste le poche idee ben confuse) il futuro dell’informatica non hanno riscontri reali all’interno dei piccoli o medi enti.

    Sarebbe idilliaco che ogni tanto (non chiedo sempre, ma ogni tanto) specifiche leggi, idee, regolamenti o altro vengano condivise e magari valutate assieme a chi ha a che fare ogni giorno con tali obblighi.

    Io credo, anzi sono convinto, che una domanda posta a chi vive l’informatica della PA ogni giorno, apra gli occhi molto più di tanti studi e sondaggi su migliaia di dati raggruppati.

    Alessandro Carloni
    Presidente Opensipa ( http://www.opensipa.it )

  • Arturo

    Non credo che parlare di CEC-PAC sia corretto, la modifica alla Costituzione serve per dare allo Stato la possibilità di coordinare quanto viene fatto a tutti i livelli, per garantire ad esempio l’interoperabilità dei sistemi. CEC-PAC con questo non c’entra: è stato uno specifico progetto pensato e realizzato a livello centrale…tanto è vero che è stato possibile farlo senza la modifica alla Costituzione di cui si parla. Lo Stato, secondo me, non deve fare questo: non deve realizzare progetti, a meno che non sia indispensabile farli a livello centrale (come l’Anagrafe nazionale della popolazione residente).
    Lo Stato deve soltanto dettare regole affinché i sistemi abbiano determinati requisiti e, soprattutto, si possano parlare! Che è quello che è avvenuto appunto con la PEC: c’è uno standard ed una serie soggetti che lo rispettano garantendo l’interoperabilità. Non è possibile che qualunque realtà locale sviluppi un sistema con propri criteri e le informazioni restino confinate lì: il fascicolo sanitario elettronico è un perfetto esempio di come il carente coordinamento centrale non solo ha moltiplicato la spesa ma soprattutto ha reso molto più difficile ottenere i benefici del progetto. Se vogliamo avere accesso ai nostri dati sanitari indipendentemente dalla regione in cui ci troviamo, poter confrontare la qualità del trasporto pubblico locale delle varie città, uniformare le modalità di erogazione dei servizi, etc. il coordinamento centrale è necessario.
    Inoltre penso che questo favorisca anche la concorrenza, perché qualunque azienda può entrare con un sistema che rispetti gli standard fissati, limitando i fenomeni di vendor lock-in.
    Detto questo condivido la fumosità di certi convegni e la necessità (spesso disattesa) di tenere conto dei reali problemi ed esigenze di tutte le realtà anche locali, oltre che delle loro competenze e capacità.

  • Alessandro

    Sig. Arturo, probabilmente mi sfuggono tante cose e soprattuto a livello giuridico, a me sembrava che lo Stato coordini già abbastanza, di recente gli abbiamo mandato elenco dei nostri db tanto per dirne una, abbiamo un CAD, abbiamo adempimenti uno dietro l’altro… non capisco cosa non faccia un ente che Stato voglia e Regione si opponga. Tra l’altro, per quanto ne capisco, aveva già potere sui dati che, a mio avviso, vuol dire già TUTTO, visto che l’informatica si occupa di gestire flussi di informazioni, cioè di dati, gli algoritmi con i quali decido di trattare tali dati potrebbe non essere di interesse a nessuno. Rispetto il suo punto di vista ma la CEC/PAC c’entra eccome a mio avviso, è l’esempio di un software/servizio voluto a livello Statale, e poi abbandonato. Ma posso farle altri esempi che mi rendono poco entusiasta della novità costituzionale, ad esempio se le dico SISTRI lei cosa pensa? P cose più “banali” se vogliamo, come http://www.italia.it o verybello? Guardi, io sono il primo dei rivoluzionari, inoltre sono il primo dei cittadini che mette la testa sotto i piedi del Savonarola di turno (e possono anche muoversi), nel senso che rispetto il ruolo politico ed io rimango nel mio ambito, sto solo dicendo che avuta l’idea, il governo o chi per esso si affidi a consulenze fatte anche sul campo. Sto mettendo le mani avanti, tutto qua.
    I sistemi informatici di tutto il mondo si parlano senza riforme costituzionali, secondo lei, tanto per fare un esempio, come fanno quelli di Expedia o Volagratis (tanto per dirne due), a parlare con decine di sistemi di compagnie aeree diverse? O come fa, tanto per dire un’altra banalità, a scrivere un tweet e vederselo pubblicato anche in Facebok? Avranno forse uno Stato dietro che coordina questi misteri tecnologici? O più semplicemente, c’è qualche ingegnere che si mette d’accordo su come si devono parlare sistemi diversi? La verità è che lo Stato, ad oggi, non ha ancora avuto il coraggio di dire che bisogna usare ODF al posto di docx (nulla contro MS Office, parlo solo di formati), e come potrebbe farlo se sono proprio i ministeri a mandarti i xlsx con macro incorporate? O i primi a scrivere software che girano solo con diritti di amministrazione? Si può sapere insomma di cosa stiamo parlando quando è proprio lo Stato che non si preoccupa di effettuare nessun controllo sulle forniture delle grandi partecipate regionali, ma si preoccupa di mandare commissari a vedere se stai pagando la concessione per un ponte radio o una fibra ottica stesa nel territorio (alla faccia della rivoluzione digitale)? O se è lo stesso stato cil primo a mandarmi i fax che per legge ha abolito? Qualcuno mi vuole spiegare di cosa stiamo parlando? Perché io sono parecchio confuso, lo ammetto.
    Concludo: per me possono anche cambiare la costituzione, sto solo aspettando le azioni concrete oltre a quelle formali e/o giuridiche.
    Cordialità

  • Fabio d.

    I dubbi ci sono tutti, ci mancherebbe.
    Ma viviamo nel paese dei 100 campanili, dei 56 milioni di commissari
    tecnici della nazionale e di un numero imprecisato di interpreti della normativa amministrativa e degli obblighi di legge, per non parlare dei solisti dei processi amministrativi. Lo spreco di risorse dovuto a questo oggi è stellare quando le tecnologie (reti ad alta velocità e cloud) ci consentirebbero processi unificanti in molti punti della PA.
    Ma ce lo immaginiamo un Paese in cui la promulgazione delle leggi nazionali sulla Gazzetta Ufficiale comprenda, nel proprio testo, il link al servizio che fornisce il software per l’applicazione della norma??? E, au contraire, chi di noi (io sono tra quelli) passa le giornate a imprecare sugli applicativi per enti locali che fanno cose uguali per tutti ma reinterpretate localmente ?

  • Arturo

    Sottoscrivo quanto scritto da Fabio.
    Sono d’accordo anche con tante cose scritte da Alessandro: troppi adempimenti, pochi fatti concreti, moltissima incompetenza informatica fra i funzionari dello Stato, tanti progetti fallimentari, mancato rispetto delle norme da parte dello stesso Stato. Su CEC-PAC, italia.it, etc. mi ripeto: secondo me lo Stato non deve realizzare progetti, salvo rari casi. Ma non possiamo pensare di andare avanti con migliaia di ospedali, comuni, etc. che utilizzano sistemi informativi diversi e non interoperabili. I dati non sono tutto, solo con i dati si può stabilire ad es. di usare un particolare formato di rappresentazione ma non di mettere a disposizione delle API. Purtroppo non sempre quello che avviene nel privato è replicabile nel pubblico: lì c’è un interesse economico che spinge ad innovare. Non a caso le banche offrono tutte servizi online mentre le pubbliche amministrazioni no. Comunque speriamo bene per questo paese, io non mi illudo sugli effetti di questa modifica costituzionale: è uno strumento in più ma lo Stato dovrà saperlo usare bene.

  • Lilly

    da 10 anni Luca Attias diceva queste cose, comincia ad esserci almeno un po’ di consapevolezza
    https://www.youtube.com/watch?v=xWuRbvgyr3s

  • Anonimo

    Ti invio questo articolo di “Agenda Digitale”
    Saluti
    Roberto Lupoli

  • paul

    Forse chi plaude a questa decisione immagina una Italia diversa da quella che conosciamo bene e che conoscono tutti gli analisti internazionali. Immaginare che a livello centrale si definiscano la governance, gli standard e le policy generali dell’informatica pubblica italiana (per realizzare interoperabilità e riuso), nonché le regole per la realizzazione dei grandi sistemi informativi comuni nazionali, ha un senso. Pensare che si possa creare una gigantesca funzione IT di stato, proprietaria di 1 o 2 gigantesche società IT in House che progettino ed eroghino servizi IT anche a livello decentrato, è antistorico, illusorio e contro il buon senso. Le IT In House decentrate vanno trasformate e ben governate, non cancellate. È indispensabile un “braccio” strategico e operativo locale che replichi i servizi standard e presidi in modo razionale le specifiche esigenze funzionali e informative locali, il territorio italiano è troppo diverso in tutti i sensi per immaginare un portafoglio di progetti e applicazioni identico x ogni regione. Un altro esempio del fatto che una informatica troppo centralizzata è solo una grande illusione nel nostro paese? Vogliamo fare un assessment quali – quantitativo dell’It nei ministeri centrali? Sindrome del vaso di Pandora? Credo serva più razionalità decisionale basata su più dati reali di benchmark delle prestazioni e risultati dell’IT pubblica centrale e decentrata.

  • Fabio d.

    La riflessione di Paul è sensata e per questo provo a dettagliare meglio il mio post precedente. Anzitutto il mio ragionamento riguarda sostanzialmente gli enti locali, nella fattispecie il Comune; non conosco in dettaglio la realtà ministeriale e non la giudico. Anch’io dubito assai che un approccio totale-globale alla centralizzazione dell’informatica possa avere successo; in realtà partire dall’informatizzazione per semplificare il paese è come prendere il problema dalla coda, il tema è la normativa – bizantina – che non può che generare procedure amministrative bizantine e i software di servizio vengono di conseguenza.
    Ma esiste un set di servizi da ente locale normati in dettaglio a livello nazionale (dall’anagrafe agli sportelli unici alla trasparenza e diversi altri) per cui il fatto che (cito Paul) “replichi i servizi standard e presidi in modo razionale le specifiche esigenze funzionali e informative locali” francamente mi sembra ridondante. Altro discorso è la gestione del territorio e tutto ciò che ha specificità locale, su cui il ragionamento è appunto locale.
    Attenzione che tutto questo NON prevede necessariamente un’informatica di stato con megasoftwarehouse centrali; è irragionevole pensare che a fronte della nuova norma nazionale sul tema XXX venga fatta (questo sì centralmente, magari da AGID) una gara per la fornitura del servizio XXX in modalità cloud agli enti ??? E quando uscirà la norma nazionale YYY faccio un’altra gara per fornire il servizio YYY e così via.
    Insomma, come spesso sarebbe opportuno fare, provare a ragionare per risposte differenti a punti di partenza differenti

  • Lucio

    Un’esperienza interessante è quella inglese (di cosa non andrebbe fatto) ed è descritta in un libro dal titolo “The White Hall Effect” di John Seddon. Concordo sulla regia centrale negli standard da adottare ma non nella creazioni di aziende IT in house a livello statale. Si perde la capacità di gestire la variabilità che nei servizi è il cardine su cui ruota un buon servizio. Va da sé che l’informatizzazione senza una radicale rivisitazione dei processi delle normative rischia di diventare un pozzo senza fondo come è ed è stato negli ultimi anni nella PA

  • Mirko

    Se diventammo la settima potenza economica mondiale, probabilmente il modello delle partecipazioni statali non era del tutto sbagliato. A parte ciò anche un modello estremamente centralistico nella Presidenza del Consiglio secondo me è errato. Sarei invece per un centralismo guidato dai Ministeri nei loro specifici ambiti.

  • Elena

    Sottoscrivo parole, spazi e punteggiatura di quel che dici. Il problema che non si vuole guardare in faccia è che non esiste UNA Italia ma DUE Italie. Una che funziona, tendenzialmente nelle regioni del nord e in qualche PA ‘illuminata’ (penso a regioni come Emilia, Lombardia…) o ‘economicamente fortunata’ a Roma (penso a quelle che hanno abbastanza soldi e intelligenza per affrontare bene certi problemi). Una, che funziona malissimo (la maggior parte delle regioni del sud e molte PA centrali. L’unica soluzione sensata è lasciare mano libera a chi lavora bene (magari facendo più “rete”) e commissariare/accentrare chi lavora male. Invece la soluzione scelta qual è? Legare le mani a chi lavora bene levandogli competenze.
    Scommettiamo che il vertice di questa entità di coordinamento sarà un incapace?

  • Roberto Massa

    No, niente nickname, non c’è nulla da nascondere. In quanto esistono verità oggettive che non si possono smentire e nemmeno uno che sa quello che dice si può tacitare. Esistono delle banche dati che devono essere centrali: anagrafe, permessi disabili, toponomastica etc. Ma con diversi scambi e anche sensi di marcia. Mi spiego meglio: l’anagrafe deve essere centrale ma dovrà essercene per ogni comune una locale con cui fare le relazioni verso gli altri applicativi che potranno essere di qualsiasi software house per gestioni locali. La banca dati dei permessi disabili deve essere centrale, ma la gestione può essere locale, l’importante è comunicare in tempo reale “al centro” per far fare i controlli ai vigili di qualsiasi città su qualsiasi permesso. I moduli dell’edilizia, del cambio di indirizzo etc. devono essere modellizzati centralmente, la gestione deve essere locale, l’importante è che i dati siano esposti per la trasparenza su un tracciato unico deciso centralmente. Insomma esiste un dettaglio da applicare che di fatto azzera le sterili polemiche che per lo più sono fatte, qui sotto, da portatori di interessi personali. Da azzerare tutte.

  • Roberto Massa

    …tanto expert non devi essere visto che non hai capito il senso del mio intervento. Io non sto facendo, diversamente da te, un discorso politico e sfido qualsiasi esperto (vero) a contraddire quello che ho scritto. Sei il classico soggetto che non verifica cosa gli altri dicono prima di metterlo in discussione ma lo fanno per partito preso, solo perchè se colgono qualche certezza e decisione in quello che gli altri dicono lo scambiano per un dictat. All’Italia (e non solo) quelli come te non servono.

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