formazione e governance

Enti locali, ultima chiamata per cambiare: come non sprecare l’occasione del PNRR

Dagli enti locali passa quasi un terzo dei fondi del PNRR. Per cui una loro “capacitazione” è necessaria per non sprecare questa opportunità di cambiamento. Tuttavia, gli enti locali dovranno cioè uscire dal piano “diversi” da come ci sono entrati. Cambiando nelle competenze, ma soprattutto nelle “menti”

17 Mag 2022
Stefano Campostrini

professore ordinario di Statistica Sociale, Università Ca’ Foscari e Direttore Centro Governance & Social Innovation

Massimo Colucciello

fondatore e CEO PA Advice

Gianluigi Di Donato

Responsabile Marketing IT e CIO PA Advice

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Più di un terzo delle risorse del Next Generation Eu sarà gestita dagli enti locali. Tuttavia, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio questi potrebbero non avere personale adeguato a gestire una così ingente mole di fondi e, anzi, per la Corte dei conti la creazione di strutture tecniche nelle singole amministrazioni è “più lenta di quanto auspicabile”.

Il governo è corso ai ripari prevedendo una piattaforma a supporto degli enti locali che si chiama “Capacity Italy” e che è stata presentata anche a Bruxelles. Tuttavia, potrebbe non bastare, considerato che proprio l’Europa da anni ci invita a “rafforzare la nostra capacità amministrativa”.

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Il ritardo è infatti evidente e profondo e comprende almeno due aspetti: uno riguarda il personale, spesso sottorganico e con competenze non aggiornate; l’altro i processi, strutturati in modo burocratico e poco funzionale.

Innovare competenze e contesto in cui si sviluppano

Persone e ambiente, due aspetti che devono obbligatoriamente svilupparsi insieme, in maniera sinergica, in quella che si chiama “capacitazione amministrativa”, termine che traduce e unisce le parole inglesi capacity e ability. Al di là dell’eleganza (discutibile) del neologismo, significa che le capacità devono essere inserite in un contesto che permetta di attuarle. Bisogna cioè innovare sia le competenze che il contesto dove si attuano; quindi, sia l’output finale delle attività della PA, sia il funzionamento nel suo complesso.

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Un’occasione per un reale rinnovamento del personale degli enti locali

Il primo passo, ovviamente, sono le competenze. In Italia, soprattutto per ciò che riguarda i Comuni, c’è un problema di organico, sottodimensionato, con età media molto elevata e con una parte cospicua molto vicino alla pensione (ampio e documentato lavoro si può trovare in Risorse Umane 4 – 2021: autori Campostrini e Grassi). Tuttavia, se ogni crisi contiene un’opportunità, questa è l’occasione per un reale rinnovamento del personale degli enti locali.

La formazione che serve

Per questo, ovviamente, serve la formazione sia per chi è già “dentro” perché possa acquisire le competenze di change management oggi necessarie, sia a chi arriverà.

Se le Università stanno da anni investendo per offrire quella mentalità critica e quelle competenze trasversali fondamentali per il lavoro attuale, la necessità di personale “già pronto per l’uso” spinge verso ulteriori sforzi e investimenti. Questo lo si potrebbe ottenere con una forte co-progettazione che coinvolga i principali stakeholder: Ministeri, Università, agenzie di formazione sul territorio. Senza dimenticare la Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Naturalmente, il corollario è che, per avere i giovani migliori, oltre alla prospettiva del posto fisso, bisogna offrire salari e progressioni di carriera competitivi. Già nella legislazione vigente forme di “corso-concorso” appaiono, ad esempio, potenzialmente idonee a perseguire queste logiche. Inoltre, la gestione oculata di tirocini potrebbe accompagnare coloro che, pur ben formati, devono confrontarsi con le realtà concreta del lavoro quotidiano delle PA, anche notevolmente diverse a livello locale.

Quale governance per mettere a terra il PNRR

Ma poi c’è la seconda gamba della “capacitazione”, precondizione necessaria per pensare e poi gestire i processi di cambiamento. Gli enti locali, oltre alle competenze, per “mettere a terra” il PNRR hanno infatti bisogno di una adeguata governance. Ed è in questo contesto che si inseriscono le recenti iniziative del Dipartimento per la Trasformazione Digitale volte ad incentivare gli enti locali a supportare la digitalizzazione dei servizi offerti ai cittadini. In questo caso il Governo ha impiegato il criterio della semplificazione emanando avvisi per la concessione di voucher, caratterizzati da procedure snelle e progettualità leggere.

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Il punto debole del piano del Governo

Idea corretta, ma che potrebbe presentare un punto debole. Il sistema dei voucher attualmente previsto, in cui agli enti locali viene concesso un aiuto che prescinde dalle condizioni di partenza di ciascuna amministrazione, implica che gli stessi enti locali beneficiari siano effettivamente in grado di gestire il processo di innovazione, per efficientare i servizi offerti e ridurre i costi di esercizio. La capacità progettuale sarà quindi il tratto distintivo delle esperienze di successo. Ma non è automatica, né scontata. Anzi, in carenza di tale capacità progettuale si potranno forse spendere le risorse, ma senza produrre discontinuità e senza aggiungere valore ai servizi erogati ai cittadini. Il mercato delle società di consulenza e dei player IT possono essere di aiuto e, in tal senso, sembra ci siano ampi ambiti di investimento, ma solo una adeguata committenza potrà garantire il risultato. Bisogna realizzare progetti utili, non vendere prodotti standardizzati.

Per la trasformazione digitale serve un cambio di mentalità

Inoltre, al momento viene sottovalutato un elemento fondamentale. Il processo di digitalizzazione non deve essere inteso come una replica del processo di carta, ma lo deve prima sostituire e poi velocizzare e migliorare (un po’ la differenza che c’è tra usare una mappa di carta e le indicazioni di un navigatore). Le applicazioni software devono integrare e portare a un nuovo stadio i processi della PA, mentre per anni l’informatica è stata utilizzata per produrre carta in maniera più veloce. Ma la trasformazione digitale non è questo, non è una fotocopiatrice o uno scanner, ma un diverso modo di approcciarsi e di pensare.

Ora, affinché la PA locale possa effettivamente trarre beneficio dalle iniziative del PNRR in tema di digitalizzazione bisogna definire standard e indicatori per misurare il miglioramento della qualità dei servizi digitalizzati.

Il DESI, indice sintetico impiegato a livello comunitario, può essere la base per declinare tali indicatori, accompagnando gli enti locali nel processo di cambiamento di medio e lungo termine. Inoltre, bisogna attivare un percorso amministrativo che veda nella semplificazione e nella digitalizzazione dei processi gli elementi abilitanti per indurre un percorso di cambiamento incrementale, in grado di andare oltre l’orizzonte del NGEU.

Conclusioni

Dagli enti locali passa quasi un terzo dei fondi del PNRR. Per cui una loro capacità, anzi “capacitazione”, è necessaria affinché questo piano di trasformazione del nostro Paese non venga sprecato. Tuttavia, dovendo obbligatoriamente innovarsi, gli enti locali dovrebbero essere loro stessi beneficiari: dovranno cioè uscire dal piano di ripresa e resilienza “diversi” da come ci sono entrati. Cambiando nelle competenze, ma soprattutto nelle “menti” del personale e nei processi organizzativi. In modo definitivo. Un target che abbiamo disperatamente bisogno di raggiungere. E forse siamo all’ultima chiamata.

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