Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Direttore responsabile Alessandro Longo

FREEDOM OF INFORMATION ACT

Foia, quel silenzio assordante delle PA

di Francesco Addante, consulente trasparenza PA

13 Apr 2017

13 aprile 2017

Ottocento le richieste Foia inviate a PA, 136 le risposte soddisfacenti, il 73% quelle che non hanno ricevuto risposta, 1 rifiuto su 3 è illegittimo. Che ci dicono questi dati e quali speranze ci sono per migliorare

Ottocento le richieste inviate, 136 le risposte soddisfacenti, il 73% quelle che non hanno ricevuto risposta, 1 rifiuto su 3 è illegittimo. Questi sono i macro esiti del primo monitoraggio ufficiale del FOIA, rilevati dal rapporto “Ignoranza di Stato” condotto e coordinato da “Diritto Di Sapere”, Ong italiana per la tutela e la promozione del diritto di accesso alle informazioni.

Gli esiti sono stati pubblicati ad aprile ma le conclusioni si riferiscono al 30 marzo, un periodo quindi rilevato di circa 3 mesi se si tiene conto che il FOIA, acronimo del Freedom of Information Act, è entrato definitivamente in vigore il 23 dicembre scorso (o meglio il 28 dicembre 2016, con Determinazione ANAC n. 1309), dopo un lasso temporale che ha previsto un adeguamento di sei mesi ma che in realtà è stato solo formale visti i risultati pubblicati.

Il rapporto ha visto la partecipazione di volontari tra, giornalisti, attivisti di organizzazioni della società civile e cittadini per costituire un gruppo di 56 richiedenti con interessi e competenze molto diversificate: “Legambiente si è concentrata sui soldi spesi dal governo per le energie rinnovabili mentre gli incidenti sulle piattaforme di estrazione di idrocarburi è stato il tema scelto da Greenpeace. L’associazione Naga ha cercato di fare il punto sulla situazione dell’accoglienza migranti a Milano mentre il collettivo femminista queer Ambrosia ha voluto sondare i finanziamenti del Comune ai centri antiviolenza.”

“I semplici cittadini hanno prevalentemente voluto fare chiarezza su alcuni temi che interessavano loro da vicino, dal progetto di pista ciclabile sotto casa ai lavori di costruzione della biblioteca universitaria passando per l’elenco delle scuole che offrono un menù vegetariano e vegano”.

Interessanti le richieste in merito  “agli stipendi dei medici chiamati a supplire gli obiettori di coscienza alla legge 194 e quelle riguardanti gli ordini professionali (quello degli psicologi è stato interpellato per ottenere informazioni sugli studi di psicologi nel territorio di Milano) e le forze dell’ordine (per conoscere gli ordini della polizia di frontiera o il regolamento che disciplini l’uso dell’equipaggiamento a disposizione delle forze di Polizia nella gestione di situazioni di protesta)”.

Le PA destinatari interpellate per la maggior parte sono state Asl e Ospedali, Prefetture, Comuni e Ministeri, in misura minore ma comunque rilevante: Regioni, Enti privati (Società controllate, società partecipate, enti gestori di servizi, ecc), Agenzie nazionali (come quella del Farmaco) e Forze dell’ordine, Cassa depositi e prestiti. Le richieste si sono concentrate per lo più in Lombardia e Lazio.

Il 73% delle richieste Foia che non ha ricevuto risposta nei 30 giorni previsti dal D.lgs. 33/2013  (così come modificato dal D.lgs. 97/2016) anche se si riduce al 53% nei successivi 15, è comunque una percentuale altissima se si pensa che la nuova legge sull’accesso totale sancisce comunque un riscontro motivato ed espresso. Ma ancora più allarmante è fatto che la norma sia ancora poco conosciuta e rispettata: lo dimostra il 35% dei rifiuti giustificati per mancanza di motivazione o in virtù di eccezioni non previste dal nuovo decreto trasparenza.

Inoltre, non sono mancate risposte apertamente ostili, quali “in questo momento non possiamo dedicare tempo a questa sua richiesta di cui (sic) non sappiamo a che titolo viene avanzata”.

Tuttavia un risultato positivo è tangibile: il nuovo diritto all’informazione ha permesso di ottenere documenti e informazioni prima non disponibili perché non erano accessibili con la legge 241/1990. Inoltre, alcune Pubbliche amministrazioni, proprio in virtù del nuovo principio universale, si sono dimostrate, molto disponibili a fornire chiarimenti e a sostenere il procedimento di richiesta.  Giusto per citarne alcuni, il rapporto ne riporta, tra i più interessanti: i documenti presentati dai candidati al concorso per il posto di professore associato bandito dall’Università del Molise, le email di reclamo inviate dai cittadini alle aziende che gestiscono i trasporti pubblici a Torino e Napoli,  le copie delle ispezioni sanitarie realizzate dalle ASL lombarde nelle carceri di Pavia, Como, Busto Arsizio e Bergamo;  i documenti e dati sulla gestione dei migranti: dai regolamenti interni dei CIE ai numeri dei rimpatri, da informazioni sull’accesso alle cure fino al nominativo e il contatto dei responsabili dei CIE; le ricevute delle spese di viaggio (copia dei biglietti e delle ricevute dell’albergo) del presidente di Regione Toscana, Emilia Romagna (con tanto di CD inviato a casa del richiedente) e Valle d’Aosta.

Tutto ciò rappresenta un lumicino di speranza per un fenomeno che è comunque ha appena iniziato a dispiegare i suoi primi effetti.

  • Fulvio Albanese

    Il comportamento della PA di boicottaggio (nella migliore delle ipotesi!) al diritto del cittadino di accedere alla documentazione richiesta può “costare” caro al funzionario responsabile. Consiglio la lettura di questo caso, che secondo il mio modesto parere, può diventare un precedente importante.

    Accesso agli atti: il cittadino non è costretto a sostenere i costi di un ricorso al Tribunale Amministrativo.

    Di Fulvio Albanese

    Pubblicato su http://www.diritto.it il 10 aprile 2017

    Non si può costringere un cittadino “a sopportare i costi di un processo per potersi vedere riconosciute le proprie ragioni, che un qualsiasi funzionario appena dotato di intelligenza ed umanità avrebbe subito compreso e soddisfatto (…) Il Collegio invia copia della presente sentenza alla Procura Regionale Toscana della Corte dei Conti in conseguenza del ben prevedibile (art. 26 c.p.a.) ed agevolmente evitabile danno erariale per condanna alle spese che il comportamento dell’amministrazione scolastica ha recato alla finanza pubblica”.
    Sono queste le pesantissime parole con le quali i magistrati del Tribunale Amministrativo della Toscana chiudono la sentenza n. 200 del 10 febbraio 2017.
    Vediamo nel dettaglio la sentenza, integrando i passaggi più significativi, che rimarcano l’assoluta legittimità del richiedente all’acquisizione dei documenti, con recentissima giurisprudenza.
    Il partecipante di un concorso bandito dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca che chiameremo signor Rossi, avendo appreso dal sito web dell’amministrazione di non avere superato gli scritti, faceva richiesta d’accesso agli atti ai sensi della L. 241/1990 e s.m.i., per ottenere copia dei propri elaborati scritti, nonchè i criteri di valutazione della prova.
    Il Ministero pensava bene di non rispondere, avvalendosi della possibilità di utilizzare il silenzio-rifiuto previsto dal comma 4 dell’articolo 25 della legge 241/90.
    Quindi, il signor Rossi impugnava il silenzio-diniego dell’amministrazione al TAR della Toscana.
    I magistrati del Tribunale Amministrativo toscano accoglievano il ricorso sottolineando che in forza dell’articolo 22, comma 2, della legge n. 241 del 1990, il diritto di accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurare l’imparzialità e la trasparenza (cfr. T.A.R. Torino, Sez. I, 23 maggio 2014, n.932; TAR Lazio, Roma, Sez. II°-bis, 1 aprile 2015, n. 4909; Cons. Stato, Sez. VI, 3 ottobre 2016, n. 4067).
    Pertanto, i giudici del TAR puntualizzano che l’esercizio del suddetto diritto può essere compresso esclusivamente nelle ipotesi indicate dal legislatore, ovvero secondo quanto previsto dalle disposizioni contenute all’articolo 24 (Esclusioni dal diritto di accesso) della citata legge sul procedimento amministrativo.
    Va da sé che il diritto del ricorrente ad accedere alla documentazione era più che legittimo, in quanto non era stata chiesta nessuna informazione che riguardasse documenti amministrativi contenenti informazioni di carattere psico-attitudinale (dati sensibili ex d.lgs. n. 196 del 2003) relativi ad altri partecipanti (chiaramente esclusi dalla lett. d comma 1 dell’articolo 24), la richiesta era finalizzata ad acquisire i propri elaborati e le schede/griglie di valutazione, relative alla propria posizione.
    Nondimeno, non può sfuggire che il silenzio dell’amministrazione era palesemente illegittimo, infatti, ai sensi dell’articolo 24, comma 7, della L. n. 241/90 deve essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici, a questo diritto va garantita piena tutela. La norma esprime il fondamento costitutivo del diritto all’accesso previsto dalla legge generale sul procedimento amministrativo (sul punto ex plurimis: Cons. Stato, Sez. VI, 30 marzo 2017, n. 1457; Cons. Stato, Sez. V, 29 agosto 2016, n. 3714; Cons. Stato, Sez. VI, 28 luglio 2016, n. 3409; Cons. Stato, Sez. VI, 11 luglio 2016, n. 3045; Cons. Stato, Sez. VI, 6 luglio 2016, n. 3003; Cons. Stato, Sez. IV,13 aprile 2016, n. 1435 ).
    Dunque, dovrebbe essere scontato che va assicurato ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi, il tutto senza che l’Amministrazione si sforzi di valutare la fondatezza e l’attinenza delle azioni giuridiche che l’interessato voglia compiere. Infatti l’istante può semplicemente limitarsi a fornire elementi idonei per dimostrare l’interesse che ricolleghi l’istanza ai documenti richiesti (cfr. TAR Lombardia Milano, Sez. I, 10 settembre 2014, n. 2336; Cons. Stato, Sez. V, 23 febbraio 2010, n. 1067).
    Il diritto di accesso va riconosciuto a chiunque possa dimostrare che gli atti procedimentali oggetto dell’accesso siano idonei a produrre effetti diretti o indiretti nei propri confronti (Cfr. ex multis: Cons. Stato, Sez. IV, 3 agosto 2010 n. 5173; Cons. Stato, Sez. VI, 9 marzo 2011, n. 1492; Cons. Stato A. P. 24 aprile 2012, n. 7). In sostanza, l’amministrazione che ha formato o detiene la documentazione amministrativa richiesta non può negare o limitare l’ostensione se non per motivate e congrue esigenze di riservatezza (cfr. ex multis Tar Lazio, Roma, Sez. III, 5 novembre 2009 n.10838; Cons. Stato, Sez. 254 febbraio 2014, n. 863; Cons. Stato, Sez. III, 16 maggio 2016, n. 1978; Cons. Stato, Sez. V, 24 aprile 2015, n. 2096), che nel caso in esame, non sussistevano minimamente.
    Ciò posto, i giudici amministrativi accolgono la domanda del signor Rossi di condanna delle spese, e ammoniscono fermamente il comportamento dell’amministrazione: “Si tratta di acquisizioni consolidate ed ormai note (o almeno dovrebbero esserlo secondo criteri di perizia ed intelligenza) dopo quasi un ventennio di esperienze e affermazioni giurisprudenziali, che qui è inutile ripetere e dalle quali emerge un principio di fondo che dovrebbe guidare tutti i funzionari e dirigenti pubblici, la cui osservanza eviterebbe una mole cospicua di inutile contenzioso, come quello presente. Tale principio può sintetizzarsi in ciò: l’accesso è la regola ed il rifiuto è l’eccezione, da dimostrare sempre e comunque con chiara, esauriente e convincente motivazione. Corollario di tale regole è che il silenzio serbato su istanze d’accesso è ipotesi ancor più eccezionale, da circoscrivere in ambiti limitatissimi di domande palesemente pretestuose, incerte, vaghe, emulative.
    Regole semplici e fondamentali, ispirate, secondo l’ormai noto insegnamento dei giudici amministrativi, a valori fondanti di qualsiasi vera democrazia in cui la burocrazia è al servizio del cittadino e non di se stessa, secondo una logica perversa di autoreferenzialità in base alla quale il cittadine è suddito e non referente dell’azione amministrativa”.
    Per di più, mi sia consentito aggiungere, non si può non considerare l’intervenuto irrobustimento del diritto di accesso per effetto del principio di portata assolutamente generale recato dall’art. 1, co. 1 e 2, del d.lgs. n. 33/2013 secondo il quale la trasparenza è intesa come accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche, e la trasparenza (…) concorre ad attuare il principio democratico e i principi costituzionali di eguaglianza, di imparzialità, buon andamento, responsabilità, efficacia ed efficienza nell’utilizzo di risorse pubbliche, integrità e lealtà nel servizio alla nazione. Essa è condizione di garanzia delle libertà individuali e collettive, nonché dei diritti civili, politici e sociali, integra il diritto ad una buona amministrazione e concorre alla realizzazione di una amministrazione aperta, al servizio del cittadino (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 3 ottobre 2016, n. 4067).
    Nel caso in esame, redarguiscono severamente i Giudici del TAR toscano, “il diritto del richiedente ad ottenere la documentazione necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici, è stato inspiegabilmente e slealmente violato dall’amministrazione scolastica con un silenzio tanto più inspiegabile a fronte dell’oggetto della richiesta, riguardante esclusivamente gli elaborati del solo richiedente e non quelli di altri, addirittura le stesse norme interne dell’amministrazione prevedevano l’immediata accessibilità. La violazione del principio di correttezza e lealtà, nonché la sussistenza degli elementi, costitutivi della colpa, di negligenza, imprudenza e imperizia non è certo affievolita dall’accoglimento tardivo della richiesta in corso di causa, il quale anzi evidenzia ancor di più l’intollerabile superficialità dell’azione amministrativa e del suo autore, il quale ha costretto senza ragione alcuna un cittadino a sopportare i costi di un processo per potersi vedere riconosciute le proprie ragioni, che un qualsiasi funzionario appena dotato di intelligenza ed umanità avrebbe subito compreso e soddisfatto.
    E’ per quanto detto che la richiesta di domanda alla condanna alle spese formulata dalla difesa del ricorrente va accolta nella misura coerente anche con il grado della colpa della parte soccombente virtualmente e per le stesse esposte ragioni il Collegio invia copia della presente sentenza alla Procura Regionale Toscana della Corte dei Conti in conseguenza del ben prevedibile (art. 26 c.p.a.) ed agevolmente evitabile danno erariale per condanna alle spese che il comportamento dell’amministrazione scolastica ha recato alla finanza pubblica”.

  • Pingback: FOIA. Circolare Dfp/ANAC. Trasparenza a 360° ma sarà mai attuata? | Agenda Digitale()

  • Pingback: Aspettando una P.A. davvero trasparente… |()

Articoli correlati