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lo scenario

Governo Conte grande opportunità per l’Italia digitale

Si stanno addensando fattori promettenti che potrebbero rendere il nuovo Governo un punto di svolta verso l’innovazione del Paese. Molti tasselli restano però da chiarire. Ecco il punto

02 Set 2019

Alessandro Longo


Giuseppe Conte ha proposto di fare un ministro all’innovazione per il nuovo governo durante la trattativa col PD, a quanto confermano diverse fonti che seguono le interlocuzioni (e lo ha scritto anche Repubblica, en passant, ieri).

(aggiornamento 4/09/2019: il ministro è stato fatto, Paola Pisano del M5S)

Sembra che la proposta sia apparsa ad alcuni come lunare durante la trattativa di programma, dato il momento delicato: se la fiducia è ancora in forse, appesa a delicati equilibri, una nuova casella da riempire – un ministro – è una complicazione in più. Sbagliano però coloro che la ritengono solo una mossa utile a fare una nuova poltrona. Da almeno sette anni – da quando abbiamo un’Agenda digitale italiana – tutti gli esperti spingono perché ci sia una figura designata a livello ministeriale per occuparsi di innovazione o trasformazione digitale. Per aiutare così l’Italia a recuperare terreno in un ambito così fondamentale per lo sviluppo socio-economico.

l fatto che il premier Conte abbia tirato in ballo la questione della nuova carica istituzionale persino in un momento così complesso è conferma di quanto lo ritenga importante (e non segno della sua naïveté istituzionale, come invece lascia intendere Repubblica). Anche all’ultimo ForumPA (a maggio scorso), cui ha partecipato, Conte ha dimostrato un genuino interesse per le materie dell’innovazione.

I tasselli promettenti nel nuovo Governo

I fattori che si stanno concentrando sembrano promettenti. Lo stesso Di Maio ha mostrato un impegno sul digitale fin dai primi giorni del Governo, rinnovando il supporto al Team Digitale ora guidato da Luca Attias, istituendo il Fondo per l’Innovazione. Lo scorso Governo ha mostrato saggezza sufficienza per rilanciare Industria 4.0, rinunciando alla tentazione mostrata in un primo momento di smontare il piano solo perché figlio del precedente Governo.

L’altra metà del Governo, il PD, nella scorsa legislatura si è impegnata direttamente per rilanciare il digitale (dopo essersene disinteressata i primi uno-due anni, va detto): rilanciando il piano banda ultralarga, facendo il primo piano Industria 4.0; sulla PA ha tentato di tagliare il nodo gordiano istituendo la struttura commissariale del Team Digitale (mossa riuscita a metà perché la novità si è giustapposta all’esistente, senza che si risolvesse a monte la questione della governance). Lo stesso Zingaretti ha mostrato un non trascurabile interesse per il digitale (ha firmato tra l’altro tre articoli sulla nostra testata).

Si deve all’impegno di Di Maio, che ha trovato sponda del sottosegretario Giancarlo Giorgetti della Lega, l’istituzione del Dipartimento alla Trasformazione Digitale, anche questo da tempo auspicato dagli esperti. Di nuovo, sbaglia chi lo ritiene un inutile poltronificio, dato che avevamo già il Team Digitale. Il dipartimento, attivo dal 2020, è infatti il solo modo istituzionalmente possibile per far proseguire la funzione del Team Digitale, che scade a dicembre e non è rinnovabile in quanto struttura commissariale emergenziale. In uno stato di diritto, cambiare le leggi è il primo passo per cambiare le cose sottostanti (necessario ma non sufficiente): serviva dare una dignità istituzionale, accentrata sotto Palazzo Chigi, al governo dell’Agenda Digitale.

I tasselli mancanti

Ma non basta e il prossimo passo è ora mettere ordine nella governance in relazione al nuovo dipartimento.

Un ministro

(aggiornamento 4/09/2019: il ministro è stato fatto, Paola Pisano del M5S)

Di qui, per prima cosa, l’idea di un ministro o sottosegretario all’innovazione o alla trasformazione digitale, la cui necessità è chiara a molti: di recente, ne hanno scritto Panetta e Coppola; prima, Carnovale e Mochi Sismondi. È notevole che figure con background molto eterogeneo (rispettivamente un giurista, un professore e un ex politico, un imprenditore del digitale, un noto esperto di Pa) si siano trovati trovati d’accordo sul punto.

A capo del nuovo ministero andrà probabilmente una figura di nomina politica, M5S o PD (così come, del resto, anche a capo del dipartimento). Avendo conosciuto tutti i politici ed ex politici che negli ultimi cinque Governi si sono occupati di innovazione, ci sentiamo di suggerire due nomi: Federico D’Incà (M5S) e Paolo Coppola (ex parlamentare PD).

Il dipartimento risponde al presidente del Consiglio, ma questo rapporto di dipendenza è un salto troppo grande; il premier sovraintende a tutto, infatti, ovviamente. Serve quindi un tassello intermedio di dipendenza politica: di qui l’idea di un ministro o almeno un sottosegretario.

Le deleghe

Non basta, ancora: per la governance bisogna risolvere i nodi delle dipendenze. Intanto, cambia il ministro alla PA, che aveva le deleghe al digitale. La ministra Bongiorno (Lega), sotto cui era incardinata l’Agenzia per l’Italia Digitale, ha avuto crescenti conflitti con il Team Digitale: una situazione che ha rallentato molti progetti di PA digitale.

Ci si aspetta ora un decreto che deleghi l’Agenzia sotto il nuovo dipartimento, a mo’ di braccio tecnico-operativo. Più il nuovo Governo dovesse ritardare questo passo di opportuna razionalizzazione, più rallenterà la ripresa dei progetti di PA digitale. I quali hanno sofferto tanto della crisi di Governo (e prima ancora dei conflitti Lega-M5S per tutto il 2019).

Sarebbe un primo passo, a cui dovranno seguire altri. Per chiarire per esempio come il dipartimento coordinerà materie per ora affidate a ministeri sparsi, in primis Sviluppo economico; e spesso con fortune incerte e rapido disinteresse da parte dei decisori centrali (Scuola, Giustizia, Sanità).

Bisogna riprendere e anzi accelerare. Tra l’altro, è urgente attuare le misure del Fondo dell’Innovazione, proseguire con il supporto alla digitalizzazione delle Pmi (in una fase in cui l’economia italiana dà preoccupanti segni di cedimento); accompagnare i primi passi della società pubblica PagoPA. Ma anche rilanciare sulla digitalizzazione dei rapporti tra PA e cittadini, facendo funzionare al meglio (e assieme) le leve di SPID (ora quasi paralizzato) e della nuova carta d’identità elettronica.

Le competenze

Infine: certo, non basta. Non basta ancora. Sappiamo che l’innovazione digitale non la può fare la politica. La può (deve) lanciare e supportare, però, mettendo le condizioni di base (necessarie e non sufficienti). Ma sappiamo anche che la trasformazione digitale, essendo dirompente e trasversale, si può fare solo se tutti coloro che la devono adottare e realizzare hanno le corrette competenze.

In questo quadro, il tassello più critico è quello delle competenze digitali nelle pmi e nelle PA italiane. E se per il primo ambito c’è da augurarsi che le azioni intorno a Industria 4.0 portino frutti (anche grazie all’impegno confindustriale), per il secondo la partita è ardua e annosa. Uno dei peggiori flop digitali del PD al Governo è stato l’abbandono della legge Coppola per portare competenze digitali nella PA. Il lavoro sulle competenze, con nuovi fondi e una collaborazione migliore Stato-Regioni, deve essere assunta come priorità dal nuovo Governo, per una vera trasformazione digitale.

Il digitale per salvare il Paese

Il clima generale è incerto, sappiamo bene; la fiducia è in forse e in ogni caso gli attuali numeri (soprattutto al Senato) a supporto del nuovo esecutivo rischiano di influenzarne la capacità operativa durante tutto il suo mandato. Il tutto mentre si profilano i segni di una crisi economica globale (dove il conflitto Usa-Cina è un tassello centrale) e difficoltà speciali per l’Italia, che si verranno al pettine con la nuova Legge di Bilancio.

Cionondimeno, l’ennesimo errore sarebbe considerare il digitale politicamente secondario rispetto a queste preoccupazioni. Confidiamo che il nuovo Governo confermi tutti i buoni auspici che già si raccolgano.

E creda davvero che spostare fondi e impegno sull’innovazione (a scapito, per forza di cose, di materie più tradizionali e più comprensibili al popolo) sia l’unico modo per dare un futuro al Paese.

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