nuovo piano triennale

I top manager pubblici sono “obsoleti”, la politica distratta: ecco i freni alla PA digitale

Senza un’adeguata formazione dei top manager pubblici non ci sarà una trasformazione digitale di sistema. Eppure il nuovo piano triennale Agid non coinvolge i vertici apicali della PA, ai quali spetta, appunto, il compito di innovare processi e modelli. Per uscire dal’impasse serve la politica

02 Mag 2019
governo

Senza una politica che ci creda veramente, difficilmente potrà mai compiersi quella rivoluzione culturale che potrebbe fare del digitale la prima leva di cambiamento e sviluppo del Paese. Senza un impegno dei vertici apicali della pubblica amministrazione, anche il nuovo Piano triennale per l’Informatica nella pubblica amministrazione 2019-2021 (nuovo di pacca, ma con un nome così obsoleto!) rischia di restare inattuato.

Eppure non ci vorrebbe molto per innescare ma miccia: bisogna senz’altro che i 400 top manager della PA italiana siano informati e formati per immaginare un nuovo modo di lavorare e per comprendere che la trasformazione digitale non è “roba” solo per informatici, ma un cambiamento di mentalità complessivo che possa portare a ripensare i processi e rivedere i modelli.

La trasformazione digitale è un ecosistema

Serve, insomma, un approccio olistico. Vediamo come arrivarci, cominciando la nostra riflessione dai limiti del nuovo Piano triennale Agid.

Il Piano è stato approvato da più di due mesi, ma già vedo, nel suo percorrere i corridoi delle nostre pubbliche amministrazioni, un pericolo grave che conviene mettere in luce, cercando di scongiurarlo. Il nostro Piano si sta fermando solo davanti alle porte dei CIO (Chief Information Officer), dei più rari e strategici CTO (Chief Technology Officer) o dei neonominati, a volte a loro insaputa, RTD (Responsabili della Transizione al Digitale). Al di là delle sigle, che spesso nascondono inquadramenti, funzioni, profili e responsabilità molto diverse, il Piano ha interpellato sino ad ora solo i “tecnici” dell’IT o al massimo dell’ICT, in quei pochi casi in cui le amministrazioni si sono accorte che ormai è la stessa cosa.

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Rarissimi sono i casi (da contare sulle dita di una mano) in cui il Piano abbia bussato alla porta di un vertice apicale, di un Capo Dipartimento di un Ministero, di un Direttore generale o Presidente esecutivo di un grande ente, di un Segretario generale di una Regione o di un DG di una grande città. E non parliamo della politica. Loro hanno altro a cui pensare, l’informatica sarà pure importante, ma stia al suo posto!

E’ chiaro che così non si va da nessuna parte: la trasformazione digitale non è un aspetto della vita di un’organizzazione che riguarda i tecnici, è un ecosistema in cui tutta l’organizzazione deve adattarsi a vivere e produrre. Scambiarla per qualche iniezione tattica di informatica è non solo riduttivo, ma pernicioso perché evita quel ripensamento dei processi e quella revisione dei modelli che possono rendere le tecnologie portatrici di una diversa efficacia, di una maggiore velocità, di una auspicata vicinanza alle esigenze dei cittadini e delle imprese.

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Perché i vertici non si occupano di trasformazione digitale

Ma perché i vertici sono così allergici a mettere i piedi nel piatto della trasformazione digitale?

Il fatto è che non è che non la vogliano, non la capiscono. D’altra parte, se guardiamo i dati dei 400 top manager pubblici scopriamo che hanno 57 anni di media, che quasi tutti sono nella PA da più di trent’anni, che solo per il 12% vengono da lauree STEM, con una schiacciante maggioranza di laureati in legge (47%) o scienze politiche (14%) o economia (14%). Così composta l’alta dirigenza pubblica si trova certamente più a suo agio nell’interpretare un comma di un rinnovello di legge che non ad immaginare un processo “nativo digitale” o a ripensare la propria squadra sulla base delle potenzialità dello smart working.

Immaginare un nuovo modo di lavorare

Dobbiamo allora rassegnarci? Giammai! Ma sperare che i nostri supermanager partecipino a corsi di formazione in ICT per trovarsi più somari dei loro sottoposti sarebbe veramente ingenuo. E allora? Allora io immagino un coinvolgimento diverso: un’alta scuola per top manager che apra le porte e le intelligenze ad un nuovo modo di essere e di lavorare. Mi piacerebbe leggere che i nostri 400 vertici apicali siano stati convocati in riunioni d’informazione e formazione, con le migliori menti mondiali delle tecnologie, non per avere ricette infallibili per la loro quotidianità, ma per immaginare un nuovo modo di lavorare.

La trasformazione digitale impatta fortemente infatti su tutte le principali aree manageriali: dalla gestione delle persone alla loro valutazione, dalla comunicazione al procurement, dalla qualità dei servizi resi alla capacità di collaborare con altre amministrazioni, dalla trasparenza all’accountability, dalla gestione delle risorse finanziarie al project management.

Già nelle linee guida per la cosiddetta e-leadership l’AgID aveva messo a fuoco importanti aspetti di questa formazione che non chiamerei per “e-leader”, ma semplicemente leader di una PA digitale, con la chiara consapevolezza che non ce n’è un’altra: una buona PA o è digitale o non è.

Formare le competenze per il cambiamento

Nel documento era già chiara l’obiettivo di una formazione dell’alta dirigenza: fornire una “forte attitudine a “vedere” il cambiamento che si traduce nella capacità di pensare e realizzare progetti volti a superare i vecchi schemi mentali e ad innovare i processi organizzativi.

Questa attitudine deve trasformarsi poi però in “competenze” quanto mai necessarie per una figura di vertice e che richiedono necessariamente di dedicare un tempo non banale ad una formazione che serva soprattutto ad un diverso mindset.

Non pretendiamo che i nostri 400 superburocrati diventino tutti ingegneri informatici, ma attualmente è impossibile dirigere un’organizzazione complessa, necessariamente sulla via della trasformazione digitale, senza un’apertura mentale e culturale.

E’ necessario infatti avere consapevolezza delle potenzialità del digitale come leva per fare innovazione e ottimizzare i processi e i servizi; avere una conoscenza delle caratteristiche principali dei progetti di innovazione digitale, delle loro metodologie e degli strumenti che ne caratterizzano lo sviluppo e le possibili fonti di finanziamento; avere piena coscienza della rilevanza della sicurezza nelle organizzazioni e dei rischi associati; saper valutare il valore dei dati, delle informazioni e delle conoscenze nelle organizzazioni e conoscere quali sono le principali tecnologie per la loro gestione e condivisione.

Momenti di alta formazione per i vertici non costerebbero neanche tanto, i benefici sarebbero enormi, anche sotto il profilo della conoscenza reciproca e dell’abitudine a collaborare, e sarebbero immediatamente visibili.

Cosa frena la rivoluzione culturale

E allora cosa ci ferma? Come per un cane che si morda la coda, ci ferma una politica che per prima a questa necessaria “rivoluzione culturale” non crede e che ha sempre “ben altro” da fare, anche quando si parla, come in questo caso, dello sviluppo del Paese, dell’unica via per il recupero della produttività, del futuro di milioni di giovani. E così torniamo al punto di partenza e ci ritroviamo a tirare per la giacchetta i distratti, mentre continuiamo ad arretrare nel ranking internazionale.

Per quel che ci riguarda a questo approccio olistico alla trasformazione digitale, noi di FPA abbiamo dedicato tutta la nostra vita professionale (e anche un bel pezzo di quella privata!) e, dando il via alla trentesima edizione di FORUM PA, in programma alla “Nuvola” a Roma dal 14 al 16 di maggio, metteremo al centro non le singole, pur importanti, tecnologie, ma la possibilità stessa per la PA di “creare valore pubblico” e sviluppo equo e sostenibile, in un mondo, come il nostro, che vive immerso nella dimensione digitale.

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