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La Sanità si reinventa per spendere meglio: ecco come

La Sanità italiana può risparmiare 6,9 miliardi l’anno con una razionalizzazione centrale della spesa. Ma per farlo seriamente, occorre cominciare a reinvestire. Ministero, Regioni e Consip sono pronti a fare ciascuno la propria parte, e i vendor IT non aspettano altro che essere messi in gioco condividendo oneri e onori

Pubblicato il 16 Set 2014

Paolo Colli Franzone

Fondatore di NetSquare srl e IMIS

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La Sanità si reinventa per spendere meglio: ecco come

Le recentissime prese di posizione del Ministro Beatrice Lorenzin e del Presidente della Conferenza delle Regioni Segio Chiamparino rispetto al ventilato taglio del 3% dei bilanci ministeriali compreso quello della Salute mi offrono lo spunto per tornare a parlare del tema divenuto ormai principale argomento di conversazione nei bar di tutta la Penisola. Parlo, naturalmente, del contenimento della spesa pubblica.

Lorenzin e Chiamparino partono da un assunto netto e non negoziabile: la Sanità non si tocca.

Sul fronte opposto, quello di coloro i quali accarezzano l’idea di recuperare 3 miliardi di Euro sui circa 110 di costo complessivo del servizio sanitario nazionale, a questo punto solitamente viene tirata fuori l’ormai famosissima “siringa della Calabria”, quella che costa n volte (con “n” variabile a seconda delle stagioni) meno della ben più virtuosa siringa lombarda.

Come dire: tutti hanno ragione, quindi nessuno ha ragione.

Perché è assolutamente vero che i differenziali dei prezzi di beni e servizi acquistati dalla sanità pubblica italiana sono molto più che rilevanti in moltissimi casi, e che quindi un’azione di centralizzazione degli acquisti è in grado di generare risparmi significativi. Si parla di 6,9 miliardi di risparmi conseguibili qualora tutti gli acquisti di beni e servizi venissero veicolati attraverso Consip e le centrali di acquisto regionali. Cifra che non fa fatica ad essere ritenuta credibile e raggiungibile, anche se magari non basterà un anno (il 2015) per raggiungerla al 100%.

Ma è altrettanto vero che il Servizio Sanitario Nazionale non può permettersi di firmare cambiali in bianco, mettendo a rischio un sistema delicato e in equilibrio precario. E non può neppure permettersi di disattendere, come giustamente si è fatto notare, un patto stipulato non più tardi di due mesi fa fra Stato e Regioni.

Ben vengano, quindi, operazioni di ripensamento globale del sistema di procurement in sanità in un’ottica di semplificazione, drastica riduzione del numero (e della qualità) delle stazioni appaltanti, generazione di masse critiche di domanda capaci di ridurre significativamente i prezzi (e non solo delle siringhe).

Ma Palazzo Chigi dovrebbe trovare il coraggio di lasciare questo primo tesoretto a disposizione per investimenti finalizzati, a loro volta, a conseguire ulteriori risparmi.

Tenendo tra l’altro presente che, a perimetro costituzionale dato, fare i conti con la Sanità senza “l’oste” delle Regioni potrebbe risultare un’operazione non propriamente vincente e indolore.

Giustissimo, quindi, che Roma chieda alle Regioni (a partire da quelle sottoposte a piano di rientro) di imporre alle aziende sanitarie e ospedaliere una strategia e una politica di procurement in linea con la serietà della situazione. E sarebbe curioso se le Regioni si opponessero a ciò. Ma facciamo in modo che il primo battente di risparmi conseguiti serva ad innescare un circuito virtuoso di investimenti, così come previsto anche nel “Patto per la Salute”.

Come giustamente ha più volte sottolineato anche il Presidente del Consiglio, dal cul de sac in cui siamo si esce solamente investendo. A maggior ragione, tutto laddove la macchina dello Stato ha bisogno di essere ammodernata se vogliamo che diventi efficiente. E così, a occhio e croce, verrebbe da dire che ce n’è a josa, di lavoro da fare in questo senso.

Come giustamente fa notare il lavoro compiuto congiuntamente dalle commissioni Bilancio e Affari Sociali della Camera e presentato qualche settimana fa, il SSN non può più permettersi ulteriori tagli: occorre lavorare su fronti quali l’incentivazione alla diffusione dei fondi integrativi e l’introduzione di franchigie sul ticket legate al reddito. In entrambi i casi, nulla di tutto questo può succedere in assenza di un enorme passo in avanti della digitalizzazione in Sanità: il ticket “per fasce di reddito” non può partire sino a quando non sarà operativa l’Anagrafe Nazionale degli Assistiti, e le compagnie assicuratrici eventualmente coinvolgibili in operazioni di sanità integrativa hanno bisogno di poter contare su di un’infrastruttura di fascicolo sanitario elettronico robusta e popolata di informazioni e di utenti attivi “per davvero”, come dimostra l’esperienza canadese.

Anche il contrasto alla “illegalità in sanità” (stimata intorno ai 5 miliardi di Euro nel già citato lavoro parlamentare), così come l’eccesso di spesa dovuta alla cosiddetta “sanità difensiva” (la sovrabbondanza di prestazioni erogate “per mettersi dalla parte della ragione”) sono operazioni che richiedono investimenti in tecnologia.

E’ successo dovunque, in tutti quei Paesi che sono passati attraverso le difficoltà derivanti dal voler (e dover) assicurare un servizio sanitario universale: prima si investe, poi arrivano i risultati. L’alternativa è ridurre la quantità e la qualità delle prestazioni erogate. E questo non possiamo permettercelo.

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