Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Direttore responsabile Alessandro Longo

Istruzione

La scuola digitale di Matteo Renzi è un libro dei sogni

di Paolo Ferri, università Bicocca di Milano

22 Set 2014

22 settembre 2014

Di positivo c’è che per la prima volta il tema è trattato in modo organico. E che si punti il dito sul digital divide banda larga. Peccato che le risorse necessarie sfiorino il miliardo di euro, di cui non c’è traccia al momento nel piano del Governo

Ho voluto attendere di leggere con attenzione i documenti  del governo e che venisse avviata la consultazione e chiarite le sue modalità prima di intervenire sulla parte che riguarda le competenze digitali del testo. La riforma della scuola è un argomento troppo importante per lasciarsi andare a commenti poco ponderati. Ovviamente analizzerò il documento nei punti che riguardano la scuola digitale e che si intersecano con l’attuazione dell’Agenda digitale italiana, invero in questi primi mesi del Governo Renzi davvero un po’ trascurata. In generale il testo, anche nei suoi contenuti non “digitali”, ha il merito di offrire un approccio organico al tema della riforma della scuola e di “scartare” rispetto agli interventi dello scorso governo che si sono spesso caratterizzati – nel caso del digitale e forse non solo – come interventi mirati e specifiche circolari o provvedimenti su singoli aspetti, ad esempio: contenuti digitali, registro elettronico; piuttosto che sul sistema Scuola digitale che deve ancora nascere in Italia. Questo è un dato positivo.

1. La formazione al digitale degli insegnanti

La prima volta che compare in maniera strutturata nel documento una riflessione sul tema della Scuola digitale è nel “secondo Capitolo” alla voce formazione degli insegnanti, per altro del tutto condivisibile. E’ condivisibile il fatto che vadano valorizzate le esperienze delle reti di scuole di eccellenza nella formazione long life degli insegnati al digitale. Come è condivisibile l’idea di individuare un docente “catalizzatore” per l’innovazione didattica. Tuttavia un solo docente per ogni rete di scuole mi sembra insufficiente. Ricordiamoci che in parlamento è presente un disegno di legge proposto da Anna Ascani che prevede un’azione molto più capillare di quella prevista da La buona scuola, l’idea è di istituire per ogni ”collegio docenti” e non per ogni rete di scuole la figura del “docente educatore digitale” che si occupi di adottare “misure educative volte all’insegnamento di elementi base di programmazione, all’educazione alla positiva condivisione di informazioni, allo sviluppo di comportamenti responsabili sul web”.  Non una materia a parte ma un docente che supporti i colleghi nelle attività di tutti i giorni. Si tratta di una figura già presente in molti sistemi educativi europei e sarebbe molto utile in anche in Italia, ma nelle forme e nei modi delineati da Ascani e non dal documento, cioè in maniera molto più capillare e diffusa. Sarà in grado il ministro Giannini di trovare le risorse per attuare questa riforma molto urgente? Il rischio è quello che il povero “catalizzatore” per l’innovazione delle reti di scuole si ritrovi con un’etichetta formale di cui si fregerà ma senza un reale potere di intervento sulle scuole della rete.

2. Il cablaggio e la connessione

Il secondo punto del documento in cui viene menzionata l’innovazione digitale è all’interno del terzo capitolo al capo “Connettere per aprire”. Finalmente in un documento ufficiale si riconosce il digital divide della scuola Italiana rispetto alla connessione a Internet “A oggi, solo il 10% delle nostre scuole primarie, e il 23% delle nostre scuole secondarie, sono connesse a Internet con rete veloce”, in passato si cercava di nascondere la realtà. E ancor peggio solo il 46% delle scuole ha un connessione a Internet, ma questa non raggiunge le classi e se le raggiungesse, non sarebbe sufficiente. È un dato drammatico che ci pone ai margini dell’Europa quanto a “banda” disponibile nelle scuole. Il 100% delle scuole UK e del Nord Europa è cablato in banda larga. Inoltre il documento coglie il problema quando afferma, “abbiamo investito in tecnologie troppo “pesanti”, come le Lavagne Interattive Multimediali, che hanno da una parte ipotecato l’uso delle nostre risorse per innovare la didattica, dall’altra parzialmente “ingombrato” le nostre classi, spaventando alcuni docenti”.  Vero. Vero anche che sarebbe stato necessario investire in “banda” e formazione e non in “ferro”, e che per ciò che riguarda il “ferro” può valere il “buon principio” del Bring your own device. In questo campo serve, però, una strategia radicale… uno shock.  Il Censis nel suo “Diario della transizione” stima quanto costi il fabbisogno di connettività di tutti gli istituti scolastici Italiani. Per internet veloce servirebbero 7,9 euro al mese per studente, per un totale di 650 milioni di euro, dei quali 184 milioni per la connettività, 274 milioni per la sicurezza e 192 milioni per l’utilizzo delle infrastrutture e delle apparecchiature tecnologiche. 

Vogliamo istituire per una volta una “buona tassa”, una “una tantum”  digitale che permetta alla nostra scuola di fare questo salto “quantico” e di mettersi al pari con l’Europa: Se non vogliamo alzare le tasse, il governo dovrebbe tagliare sprechi ed evasione almeno per i 650 milioni necessari al cablaggio di tutte le scuole d’Italia. Nel documento La buona scuola si parla di poco di fondi e per avere una Buona scuola è condizione necessaria una scuola ben cablata!

3. La digitalizzazione, la sburocratizzazione e la dematerializzazione

Il terzo punto del documento nel quale si tocca il tema del digitale è quello dal titolo “digitalizzare per diventare efficienti”. Vi si afferma “La digitalizzazione non è però solo un modo per smaterializzare processi o risparmiare su acquisti, ma serve per migliorare l’amministrazione stessa e renderla un vero facilitatore per tutto il mondo della scuola”. Un ottimo punto, il digitale può aiutare a essere più efficienti dal punto di vista didattico, amministrativo e dei rapporti con il territorio. Si tratta di un ottimo proposito, open data, riuso dei contenuti didattici di qualità, piattaforma Scuola in chiaro 2.0, gestione digitale degli scrutini dell’iscrizione e delle comunicazioni con le famiglie e smaterializzazione delle pratiche burocratiche. Qui davvero sembra un libro dei sogni. E speriamo che si realizzino. Perché anche in questo campo senza investimenti è difficile. Non sono cifre ingenti ma sono necessarie. Un buon software per la gestione della didattica di una scuola (comprensivo di registro elettronico, scrutinio elettronico, aule virtuali e gestione della didattica e delle relazioni con la famiglia) e uno per la smaterializzazione e la digitalizzazione delle pratiche amministrative e di segreteria costano circa 5000 euro, per il primo anno, e 1500/2000 euro per il mantenimento gli anni successivi. Le scuole pubbliche sono circa 8000, il conto è presto fatto: per digitalizzare la scuola italiana, da questo punto di vista, il primo anno sarebbero necessari 40.000.000 di euro e per quelli successivi 16.000.000 di euro annui per il mantenimento (esclusa la formazione dei docenti). E’ necessario segnalare inoltre che cattivi software rischiano di intralciare la digitalizzazione invece di favorirla.  Ad esempio “registri elettronici” che non siano “interoperabili”, ad esempio, rendono inaccessibili i dati nel caso la scuola decida di cambiare fornitore rappresentano una perdita secca per la scuola che li abbia acquistati e non si può pensare come pensava in parte il Ministro Profumo, che i software possano essere open source o gratuiti perché molte esperienze dimostrano che i danni sono notevoli. Ora il documento del Governo prende atto che la transizione al digitale e la smaterializzazione della scuola è possibile, il che è un grande passo avanti per realizzare di questo processo però è necessario che si trovi un sistema per permettere alle scuole di accedere alle risorse finanziare che abbiamo indicato, non solo in forma episodica ma anche permanente, vista la necessità di “mantenere e manutenere” il sistema.

 

4. L’alfabetizzazione digitale e i contenuti

Veniamo all’ultimo punto relativo alle competenze digitali contenuto nel documento del governo Renzi sulla Buona Scuola.  Il documento parte molto bene: “il nostro è il secolo dell’alfabetizzazione digitale: la scuola ha il dovere di stimolare i ragazzi a capire il digitale oltre la superficie. A non limitarsi ad essere ‘consumatori di digitale’. A non accontentarsi di utilizzare un sito web, una App, un videogioco, ma a progettarne uno (un sito web aggiungo io).”.

Finalmente un riconoscimento della necessità di permettere agli studenti della nostra scuola di diventare “cittadini digitali” consapevoli. E’ vero noi adulti, e io in particolare, chiamiamo gli studenti, almeno quelli che frequentano le elementari e la primaria di primo grado “nativi digitali”. E’ un fatto: non perché siano già competenti nei vari ambiti disciplinari ma perché sono nati con le tecnologie e pensano e comunicano diversamente da noi. Ovviamente sono “ignoranti” in senso tecnico ma usano e pensano il digitale in maniera molto diversa da noi. Il documento spinge verso un uso critico, consapevole e creativo delle tecnologie: ottimo. Poi però perde un po’ smalto e recita, infatti, “è necessario “introdurre il coding (la programmazione)” nella scuola italiana”. Qui non ci siamo. Sono anni che noi “esperti” anche da posizioni molto diverse cerchiamo di spiegare agli insegnanti che una cosa è “programmare”, un altra è possedere una buona alfabetizzazione digitale e una serie di competenze di “cittadinanza” digitale (come ad esempio saper fare una ricerca in Internet, gestire un sito, un blog o un profilo su un social network). Ora nel documento del governo Renzi rispunta una delle famigerate “I” del ministro Moratti. E’ vero che Obama ha evocato la necessità per la scuola statunitense di introdurre competenze di programmazione, ma negli USA c’è la Silicon Valley, il 10% del PIL tra pubblico e privato è investito in educazione e ricerca e hanno sede Microsoft, Google, Apple, e Amazon. Noi siamo in Italia, l’Olivetti non c’è più o è la pallidissima ombra di se stessa.

La nostra scuola, non è “connessa” a Internet e ha una classe docente, matura– in media cinquantuno anni – che non ha ancora digerito il fatto di essere ormai entrata nella Galassia Internet e non è stata formata per questo. Figuriamoci se è pronta per  il “coding”. In questo modo, con gli scatti degli statali bloccati anche per il 2015, si rischia davvero di trovarsi drammaticamente in difficoltà nel formare bambini e pre-adolescenti ai principi della programmazione informatica. Le maestre e le insegnanti, spesso lasciate sole, potrebbero davvero arrabbiarsi. Che dire è vero che è necessario e utile ricordarsi di guardare la Luna, ma poi bisogna anche stare attenti a non inciampare sui massi che cospargono la strada. Sarebbe meglio essere un po’ realisti: quale insegnate italiano/a, se si eccettuano casi molto rari e coloro che già la insegnano alle superiori, può occuparsi oltre al suo lavoro “normale” di insegnare principi di “programmazione” ai suoi allievi? E’ più facile che li insegnino loro agli insegnanti.  E poi il testo prosegue sempre guardando la Luna e dimenticandosi la realtà delle nostre scuole, parlando di “Digital Makers”, di “gamification” e di altre idee un po’ fuori contesto. Io personalmente sono convinto che ad esempio la “gamification” sia una cattiva utopia. Giocare o video-giocare è una cosa, apprendere un’altra. Sono convinto e l’ho scritto più e più volte che i videogiochi, e la logica sottesa ai videogiochi, possano essere molto produttivamente utilizzati per l’apprendimento e nella scuola. Ma Apprendere è anche fatica e impegno e poi per coniugare l’apprendere attraverso il gioco con i contenuti disciplinari è necessario avere una classe docente davvero preparata e motivata e molto competente per evitare il rischio di trasformare l’apprendimento in un “faccio cose vedo gente” in questo caso di “morettiana” e non “morattiana” memoria. Ripeto considero il documento del Governo Renzi molto interessante, organico e completo ma questa parte proprio non mi piace. Poi il testo si riprende. “Consapevolezza digitale” uso critico e attivo dei social network questi sono obiettivi perseguibili. Ottima ad esempio la sottolineatura di un nuova didattica laboratoriale “un’interpretazione dei laboratori come palestre di innovazione, legata allo stimolo delle capacità creative e di “problem solving” degli studenti.  Ottima anche la sintesi dei 12 punti finali…efficacee.  Un piccolo appunto anche sulla “consultazione” in corso che si è aperta Lunedì 15 settembre, suggerirei a chi gestisce il sito http://labuonascuola.gov.it di lasciare un po’ più di caratteri e non solo 300 per chi partecipa. Non tutto si può risolvere in due Tweet.

5. Conclusioni

Tirando le somme, a mio modesto parere, il documento, per ciò che riguarda il digitale, ma anche in generale è una sintesi organica e interessante, che a parte alcune cadute, si presta a una doppia interpretazione: se non saranno trovate le risorse per dare attuazione ai principi che sono enunciati, si tratta di un “libro dei sogni”, non di un “incubo” come possiamo oggi definire le riforme Moratti e Gelmini ma di un buon libro dei sogni. Se si troveranno le coperture e verrà stabilità una road map chiara dei tempi di attuazione dei provvedimenti previsti durante i “mille giorni” allora potrebbe essere un buon viatico alla digitalizzazione “mancata” delle scuola italiana …. Vedremo il tempo è galantuomo 

  • Bob

    Potrebbe cortesemente indicare dove reperire documentazione specifica sulle “esperienze” dei “notevoli danni” del software di segreteria opensource?
    Giacche’ menziona in modo cosi’ esplicito un presunto problema, peraltro antitetico alle direttive governative sull’adozione di piattaforme aperte, sono certo che esistano dei riscontri oggettivi che ci sapra’ indicare come utile testimonianza.

  • Flavia Marzano

    Mi piacerebbe che si sostanziassero i danni ‘notevoli’ dell’Open Source. Grazie

  • Paolo Ferri

    I danni sono quelli dell’approccio di Profumo non dell’open suorce.

  • Paolo Ferri

    Profumo sosteneva che gli insegnanti dovessero, oltre al loro lavoro, essere contemporaneamente editori, gestori di ambienti virtuali e tutor. Il tutto senza un meccanismo di remunerazione anche simbolica. Su questo tema specifico, il Ministro Profumo che ha il grande merito di aver avviato l’Agenda digitale della scuola a mio avviso sbagliava

  • mfioretti

    “Profumo sosteneva che gli insegnanti dovessero, oltre al loro lavoro, essere contemporaneamente editori… [gratis]”

    Nei decreti/note MIUR di oggi (e per quanto ricordo pure per Profumo era uguale, attendo smentite), questo “sostenere che gli insegnanti DEVONO…” NON esiste proprio e non capisco perché tanti esperti continuino a raccontare questa storia. Non c’è nessun OBBLIGO a fare così, solo la dichiarazione che chi VUOLE può farlo, per conto suo.

    L’ho già spiegato in dettaglio in un post intitolato “Dove sta scritto che le scuole DEVONO farsi i libri da sole?”, quindi non lo ripeto anche qui.

  • Attilio A. Romita

    ultimamente è nata la passione per il coding, questa misteriosa parola che vuol dire soltanto scrivere programmi per computer.
    Da persona che ha fatto tanto coding nei suoi verdi e meno verdi anni dichiaro apertamente che è un falso ideologico.
    Un solo esempio: è come se per avere un nuovo comodino vicino al letto bisognasse essere falegnami per costruirselo…anche se si hanno esigenze speciali un professionista lo costruisce meglio; ovviamente professionista non significa andare contro open source, ma semplicemente saper fare le cose.
    Io penso che l’adeguamento delle scuole all’uso delle moderne tecnologie deve passare attraverso l’apprendimento dell’uso.
    Penso sia fuorviante la dicotomia posta da MFioretti tra DEVONO e POSSONO: la scuola italiana statale è patrimonio dello stato e quindi di tutti noi e quindi deve cambiare, ove sia utile, in funzione di come il mondo cambia.
    Su gli “editori coatti” solo un piccolo commento: un prof serio spiega ai suoi alunni il contenuto di un testo letterario, non si limita ad assegnare come compito a casa la lettura del testo ed il commento contenuto sul Libro di Letteratura Italiana del Sapegno o di chiunque altro. E dove è lo stravolgimento se quella spiegazione diventa un appunto scritto scritto e se tutti quegli appunti diventano un ebook patrimonio della classe.
    Che poi quegli appunti siano scritti con la penna Biro da 10cent di Euro o con una blasonata MontBlank, con un software open source o con il costoso MSWord ….mi sembrano scelte ovvie e neanche da discutere.
    Che poi per cambiare, per aggiornarsi nei nuovi strumenti sia necessaria voglia, lavoro e supporto ….è tutto un altro discorso da trattare separatamente se non vogliamo creare …una nube tossica!

Articoli correlati