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Polimi

Le Regioni non hanno capito come fare innovazione. Ecco una guida per trovare risorse

di Marco Paparella, Osservatori Digital Innovation, Politecnico di Milano

26 Ott 2015

26 ottobre 2015

Se il “cosa”, cioè gli ambiti di innovazione digitale su cui investire, sembra chiaro a tutte le Regioni, il come non lo è altrettanto. Fondi Europei per ottenere le risorse economiche, strumenti di procurement innovativo e necessità di fare sistema: queste alcune leve fondamentali per “fare” innovazione

Quello che c’è da fare in materia di innovazione digitale sembra chiaro a tutti. Ogni Regione, o quasi, ha inserito nei propri programmi strategici iniziative in materia di Agenda Digitale. E gli ambiti considerati sono più o meno comuni a tutti: infrastrutture IT di base e banda larga, scuola digitale, eHealth, servizi digitali ai cittadini e all’imprese eccetera.

Ma come perseguire queste priorità di innovazione, in un contesto in cui le risorse scarseggiano?

Progetti e Ricerche condotte all’interno degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano dicono che sono tre le leve principali da utilizzare:

1.      Accedere ai Finanziamenti Europei: ci si riferisce principalmente a due tipologie di fondi, quelli a gestione diretta – erogati direttamente dalla Commissione Europea agli utilizzatori finali attraverso la partecipazione a bandi (rientrano in questa categoria i programmi Horizon 2020, Creative Europe, Health for Growth, Active Assisted Living Programme, ecc.) – e quelli a gestione indiretta (o fondi strutturali) – gestiti dagli Stati membri che, sulla base dei programmi operativi e attraverso le loro PA Centrali e Locali (in Italia soprattutto le Regioni), ne dispongono l’assegnazione ai beneficiari finali. Le cifre potenzialmente in gioco per fare innovazione digitale sono enormi, anche se con profonde differenze tra Regione e Regione: stime dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano parlano di circa 9 miliardi di € disponibili per realizzare progetti volti allo sviluppo dell’Agenda Digitale nell’orizzonte 2014-2020, con le Regioni in Obiettivo Convergenza che avranno accesso a una quantità maggiore di risorse rispetto a quelle disponibili per le altre, che dovranno quindi privilegiare l’utilizzo di risorse proprie.

2.      Utilizzare strumenti di Procurement innovativo: in affiancamento alle procedure di acquisto più tradizionali e alle piattaforme telematiche di acquisto già oggi abbastanza diffuse (MEPA, accordi quadro, Sistema Dinamico di Acquisizione della PA, ecc.), è possibile fare ricorso a strumenti innovativi per “acquistare innovazione”. Il riferimento è agli strumenti che verranno abilitati dalle nuove Direttive EU (Partenariati per l’Innovazione, Nuovo Dialogo Competitivo, Procedure Competitiva con Negoziazione), piuttosto che ai meccanismi già presenti di:

a.       Pre-Commercial Procurement: appalti finalizzati alla conclusione di contratti di R&D i cui risultati non sono riservati in esclusiva alla PA e che possono riguardare solo le fasi precedenti alla commercializzazione di un determinato prodotto (sostanzialmente, dall’ideazione ai primi test di sperimentazione); prevedono la condivisione di rischi e benefici tra committente pubblico e imprese.

b.      Dialoghi competitivi: procedure flessibili nelle quali la stazione appaltante, in caso di appalti particolarmente complessi, avvia un dialogo con i candidati al fine di elaborare una o più soluzioni atte a soddisfare le sue necessità e sulla base delle quali i candidati saranno invitati a presentare le loro offerte.

c.       Dialoghi tecnici: prima dell’avvio di una procedura di aggiudicazione di un appalto, le amministrazioni aggiudicatrici possono, avvalendosi di tali procedure, sollecitare o accettare consulenze utili alla preparazione del capitolato d’oneri a condizione che non venga ostacolata in alcun modo la concorrenza.

Tutti questi strumenti, al momento, sono scarsamente utilizzati, nonostante i grandi benefici che le PA potrebbero trarne, in termini di efficienza dei processi di acquisto e di efficacia dei rapporti con i fornitori. Un dato esemplificativo è quello riferito alle procedure di dialogo competitivo utilizzate dal 2012 ad oggi: in Italia si contano solo 5 procedure, contro le 102 della Germania, le 920 dell’Inghilterra e le oltre 1.200 della Francia.

3.      Fare sistema: quanto sopra riportato non può funzionare se non si ragiona a livello sistemico, da un lato spingendo la creazione e il ricorso a Partnership Pubblico-Private (PPP), dall’altro promuovendo accordi tra Regioni e con l’AgID finalizzati a:

a.       superare la logica del mero riuso applicativo, passando dal “comprare innovazione digitale” a co-progettarla e co-realizzarla;

b.      fornire servizi condivisi a livello inter-regionale;

c.       sviluppare accordi su determinati ambiti applicativi, come ad esempio il Protocollo di intesa tra Regioni e AgID per l’attuazione del piano “Crescita Digitale” che ha riguardato Emilia Romagna, Lazio, Marche, Toscana e Umbria;

Grazie a questi tre fattori è possibile pensare di raccogliere i fondi ed instaurare i corretti meccanismi in grado di consentire al nostro Paese di realizzare le azioni in programma e mettere davvero a terra le iniziative i cantiere. In caso contrario, il rischio è che il salto di qualità portato dall’innovazione digitale rimanga solo sulla carta, come uno dei tanti desideri non soddisfatti.

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