Lobbying: come le multinazionali della rete tengono in pugno l’UE - Agenda Digitale

L'analisi

Lobbying: come le multinazionali della rete tengono in pugno l’UE

Arriva l’organismo di controllo indipendente per tutte le tre principali istituzioni europee, chiamato a vigilare su lobbying e di conflitti d’interessi. Quanto spendono le big tech, esempi di porte girevoli nelle stanze UE

19 Ott 2021
Federico Anghelé

Direttore The Good Lobby

Fabio Rotondo

The Good Lobby

Monopolizzare i contatti con la politica e influenzare le decisioni: una volta il lobbying era appannaggio delle industrie farmaceutiche, del petrolio e della finanza. Oggi, come rileva il report di Corporate Europe Observatory, sono le multinazionali del settore digitale e tech a spendere di più per fare pressione sulle istituzioni europee. Parliamo di 97 milioni di euro in attività di lobbying, di cui un terzo, 32,7 milioni di euro, arriva da dieci Big Tech: Google, Facebook, Microsoft, Apple, Huawei, Amazon, Intel, Qualcomm, Ibm e Vodafone. Il resto è speso da una costellazione di 601 aziende e associazioni di imprese del digitale, che si uniscono per avere maggior successo nell’affrontare i decisori pubblici europei.

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Lobbying: dove e perché spendono le big tech

Nell’ultimo decennio, all’aumentare della forza di mercato delle Big Tech, è cresciuto di pari passo il loro peso politico, che ha superato quello di lobby molto più tradizionali e consolidate. Un dato salta subito all’occhio: di tutte le aziende che fanno lobbying nell’UE, oltre il 20% ha sede negli Stati Uniti. Meno dell’1% è basato in Cina o a Hong Kong. Questo significa che le aziende cinesi finora non hanno investito per influenzare le politiche europee in modo così consistente come le loro controparti statunitensi.

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Perché tutto questo desiderio di influire sulle politiche europee? Perché dal 2019 la Commissione von der Leyen ha proposto normative più stringenti per il settore digitale, spinta dallo scandalo Facebook-Cambridge Analytica che vide coinvolta la compagnia di Zuckerberg per aver venduto, senza il loro consenso, i dati di 87 milioni di utenti alla società di consulenza per scopi di propaganda politica sulla Brexit e in occasione delle elezioni americane (2016) e messicane (2018).

In particolare, la Commissione vuole agire sulla disinformazione, la violazione della privacy e, nell’ultimo pacchetto Digital Services Act (Dsa), vuole arginare la concorrenza sleale, la vendita di dati privati per profitto, la pubblicità mirata e i sistemi di raccomandazione dei prodotti. Si tratta di provvedimenti in grado di limitare la potenza di fuoco delle multinazionali digitali che, in risposta, hanno aumentato esponenzialmente le loro attività (e spese) di lobbying.

I 97 milioni di euro di cui sopra potrebbero essere soltanto la punta dell’iceberg delle spese totali in public affairs perché molte informazioni rilevanti vengono volutamente omesse. Non solo in termini di spesa: come denuncia la Ong tedesca LobbyControl, anche il Registro della trasparenza, cioè la piattaforma digitale a cui bisogna essere iscritti per poter esercitare attività di lobbying sulle istituzioni europee e, quindi, incontrare i commissari o i funzionari o i parlamentari, viene usato in modo arbitrario e i controlli sono molto scarsi.

Persino i dati sugli incontri tra i commissari e i lobbisti delle multinazionali digitali sono in dubbio, ma quei pochi che ci sono fanno rabbrividire: dei 271 incontri della Commissione per discutere di politiche digitali, ben 202 hanno avuto per protagoniste le Big Tech e solo 53 le organizzazioni della società civile, i sindacati e le associazioni di consumatori.

Molto più complicato è sapere chi incontrano i membri del Consiglio europeo, tranne per alcune rappresentanze permanenti, che in via del tutto volontaria pubblicano i dati sui loro incontri con i portatori di interessi (quella italiana dovrebbe farlo, ma sul suo sito non risulta nessun meeting). I ricercatori di Corporate Europe Observatory hanno fatto richieste di accesso agli atti ai governi europei ma solo quello estone ha risposto: su sette incontri per discutere di politiche digitali in Europa, ben sei sono stati con le Big Tech. I verbali invece non sono stati resi disponibili.

I mega investimenti delle multinazionali della rete però non finiscono qui, perché fiumi di denaro sono destinati ad associazioni che raggruppano le piccole medie imprese, a startup e soprattutto a Think Tank che pubblicano studi volti a dimostrare come le restrizioni che la Commissione promuove possano mettere a rischio l’innovazione. Professori universitari e ricercatori diventano lobbisti involontari per conto delle Big Tech, spesso contestati da altri loro colleghi meno disponibili ad assecondare le volontà delle multinazionali digitali (e a intercettarne i finanziamenti).

Non vanno dimenticati, infine, i casi di porte girevoli, cioè il passaggio di un decisore pubblico al settore privato e viceversa. Nel 2020 Aura Salla è saltata da membro del gabinetto del vicepresidente Jyrki Katainen e membro di varie Commissioni parlamentari, come per esempio Politica Strategica Europea, a capo lobbista degli Affari Europei di Facebook. L’alta funzionaria finlandese durante il suo lavoro per le istituzioni europee si è occupata di sicurezza informatica, disinformazione, interferenze durante le elezioni e difesa europea. Ora invece lavora per influenzare le decisioni pubbliche delle istituzioni UE.

Lobbying: istituita l’authority indipendente per gli organismi UE

Per tentare di limitare lo strapotere delle lobby industriali e digitali, il Parlamento sta muovendo le sue pedine. Grazie all’impegno dei Verdi e di tante organizzazioni della società civile come The Good Lobby che hanno tenuto vivo il tema, Strasburgo ha approvato a metà settembre l’istituzione di un organismo di controllo indipendente e unico per tutte le tre principali istituzioni europee che si occupi di lobbying e di conflitti d’interessi, con un focus particolare sulle porte girevoli.

Al momento la supervisione sui casi di corruzione e conflitti d’interessi è in mano ad un organo istituzionale interno: cioè i Commissari, gli eurodeputati e i funzionari delle istituzioni sono controllati da altri colleghi. Questo sistema non funziona, come abbiamo visto, e finalmente c’è l’occasione per risolvere il problema una volta per tutte instaurando regole comuni a tutte le istituzioni europee. L’organo etico dovrebbe essere composto da nove membri indipendenti e sarà in grado di avviare proprie indagini e pubblicare raccomandazioni senza chiedere il permesso alla Commissione. Purtroppo però non potrà comminare sanzioni: questa competenza è stata tolta dal testo per fare in modo che potesse essere votato a maggioranza dal Parlamento europeo.

La strada per istituire l’organo etico è ancora lunga e in salita perché ora la Commissione dovrà trovare un accordo interistituzionale capace di coinvolgere anche il Consiglio dell’UE e si spera anche la Banca Centrale Europea e la Corte dei Conti Europea. L’obiettivo della presidente von der Leyen è avviare l’organo indipendente entro il fine mandato (2024).

Lobbying: le porte girevoli dentro le stanze UE

In attesa di avere un organo di controllo davvero indipendente gli scandali proseguono. Il 16 settembre lo studio legale internazionale DLA Piper ha annunciato di aver assunto come “consigliere politico e strategico” il potente ex Commissario Europeo al Commercio Phil Hogan, che nell’agosto 2020 fu costretto a dimettersi dalla Commissione per aver violato le norme di contenimento del Covid-19 in Irlanda, suo Paese nativo.

Hogan non ha rispettato il periodo di raffreddamento, secondo il quale chi ha un incarico pubblico di legislatore o regolatore in Europa deve aspettare almeno 2 anni prima di intraprendere una carriera nel settore privato, come previsto dal regolamento della Commissione europea. Il comitato interno che controlla i casi di porte girevoli non sa dire se Hogan avesse comunicato o meno l’intenzione di lavorare alla DLA Piper, mentre Hogan sostiene di averlo detto informalmente e che il suo incarico sia stato approvato. Sempre informalmente, appunto.

Tutto ciò dimostra l’assoluta necessità di chiare regole di trasparenza e di strumenti contro la corruzione tanto nelle istituzioni europee quanto a livello nazionale. Il potere delle grandi corporation, pronte a bloccare normative che ne regolerebbero l’operato, ha bisogno da una parte di una forte controparte rappresentata dalle “lobby di cittadini”, dall’altra, servono controlli e verifiche tanto a livello europeo che nazionale.

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