nuovo governo

Mochi: “Ci serve un ministro all’innovazione ed ecco come lo (la) vorrei”

All’Italia serve davvero ancora un ministro o ministra dell’innovazione e del digitale, anche sotto il nuovo governo. Ecco perché. Ed ecco come lo/la vorremmo. Capace di visione, gioco di squadra, ascolto

12 Ott 2022
governo, italia digitale, pd

Il totoministri riempie le pagine dei giornali, come è normale in una fase di così profonda discontinuità, ma appare praticamente assente, tra le caselle su cui prevedere probabili o improbabili candidati, il posto del Ministro dell’Innovazione.

Il digitale in politica è marginale

In sé questa assenza sulla stampa non ha un grande valore come previsione, ma, se non ci dice niente o quasi niente su quanto succederà la prossima settimana, ci dice invece molto sul presente e su come il digitale venga ancora percepito dalla politica e dai media: non l’ecosistema in cui deve vivere tutto il nostro sviluppo, speriamo più equo e sostenibile, ma un settore tutto sommato marginale, la cui responsabilità politica andrà definita in forma residuale rispetto alle scelte più pesanti negli equilibri tra le parti.

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D’altra parte, bastava guardare la povertà dei programmi elettorali di tutti gli schieramenti sul tema dell’innovazione e della trasformazione digitale. Poche cose e spesso del tutto ovvie, su cui era ed è difficile non essere d’accordo e, quindi, certamente lontane da quella innovazione disruptive di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che sono elencati nella home page del sito dell’attuale ministro dell’innovazione.

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Serve un ministro per digitale e innovazione

Non è quindi da stupirci se questa casella sarà occupata all’ultimo momento o, forse, sacrificata per far posto ad altre. Non è in fondo una novità: ricordiamo che nella storia dei Governi italiani dal 1948 (per la cronaca, sino ad oggi, abbiamo avuto 64 governi durati in media un anno e due mesi ciascuno) in solo quattro Governi c’è stato un Ministro con delega esclusiva all’innovazione (Lucio Stanca nei Governi Berlusconi II e III; Paola Pisano nel Governo Conte II e Vittorio Colao nel Governo Draghi). In molti paesi europei c’è un ministro dedicato, ma in molti altri no e la materia è accorpata variamente: alle attività produttive e lo sviluppo; all’economia; alla ricerca; ecc. Insomma, c’è materia per chiederci se un Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale sia strategicamente funzionale all’auspicato sviluppo del Paese o se sia invece più opportuno optare per un accorpamento, magari, come sento dire da più parti, al dicastero dello Sviluppo economico.

A questo punto sciolgo la riserva e premetto già la mia conclusione: a mio parere un ministro (o una ministra) per il digitale e l’innovazione ci serve eccome e ci serve competente e autorevole. Per argomentare questa convinzione provo a confutare quelle che sono state nel tempo e sono ancor oggi le due obiezioni più comuni.

Ministro al digitale? Obiezione numero uno

Non ci serve un ministro dedicato perché ormai il digitale è trasversale in tutte le politiche pubbliche.
Questa obiezione è vera nella sua premessa, non nella sua conclusione. In effetti le missioni strategiche del Paese, richiamate anche dal PNRR, sono, o dovrebbero essere, tutte nativamente incardinate in una infrastruttura digitale. Ma è proprio per questo che un direttore d’orchestra è necessario, proprio perché ogni strumento possa suonare il suo spartito con una sua voce unica, ma alla fine la musica sia un’armonia e non una cacofonia. Rivolterei quindi l’obiezione dicendo che è proprio perché il digitale è trasversale che ci serve una direzione unitaria e autorevole.

In un articolo su questa testata facevo l’esempio delle politiche per l’accrescimento delle competenze digitali dei cittadini, dei lavoratori e della PA e lì elencavo le tantissime istituzioni che se ne occupano, ciascuna dal suo punto di vista, con obiettivi e risorse proprie e, spesso, senza confrontarsi con le altre. E’ solo un esempio, seppure significativo in un Paese che è ancora tra gli ultimi in Europa proprio sulle competenze digitali, ma ci aiuta a capire che abbiamo bisogno, per politiche complesse e articolate, di una figura che abbia il compito della sintesi, che possa ridurre o eliminare le sovrapposizioni. Una figura che abbia sempre sotto gli occhi un cruscotto generale dell’Italia digitale tale da prendere in considerazione tutte le azioni e dare di volta in volta numeri e indicatori certi e disponibili all’opinione pubblica in un approccio di accountability. Una figura che lavori per un engagement di tutte le varie componenti della società per un obiettivo comune. Per far tutto questo non possiamo affidarci ad uno strumento, per quanto importante in un’orchestra, serve poter contare su una bacchetta da direttore.

Obiezione numero due

Quel che fa un ministro senza portafoglio potrebbe farlo meglio un sottosegretario delegato in un dicastero importante.

Per rispondere a questa obiezione ci si potrebbe rifare alla risposta precedente, ma forse è più utile riprendere qualche elemento fondamentale della nostra architettura istituzionale. I ministri dell’innovazione che abbiamo avuto erano tutti ministri senza portafoglio, ossia ministri, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, che svolgono le funzioni loro delegate dal Presidente del Consiglio dei ministri. Non sono ministri di serie B, ma ministri con compiti e  poteri che derivano quindi direttamente dal Presidente che, ricordiamolo, “è il centro nevralgico dell’intera attività del Governo: egli, infatti, ne dirige la politica generale e ne è il responsabile, mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuove e coordina l’attività dei Ministri”. Per le materie oggetto di delega quindi il Ministro dell’Innovazione è titolare delle “funzioni di impulso, indirizzo e coordinamento” e garantisce l’unità di indirizzo politico ed amministrativo. Non si potrebbe descrivere meglio cosa deve fare un direttore d’orchestra. Proprio in questa veste il Ministro si avvale di un Dipartimento (oggi Dipartimento della Trasformazione Digitale) che non è una struttura autonoma, ma un organo della Presidenza del Consiglio dei ministri. Potrebbe sembrare un minus, ma in realtà è un plus: infatti così il Dipartimento, se interpreta correttamente la sua funzione, è partecipe del compito della PCM, ossia progettare le politiche generali per il Paese e le decisioni di indirizzo generale e coordinare l’attività anche normativa di tutto il Governo. Appare quindi chiaro che ben diverso e minore sarebbe il peso di un sottosegretario, anche inserito in un Ministero di grande rilevanza come potrebbe essere quello dello sviluppo economico o quello dell’economia. Oltre a non partecipare al Consiglio dei ministri, una tale figura non potrebbe esercitare poteri di indirizzo e coordinamento su tutti i suoi colleghi.

Come dovrebbe essere un ministro o ministra per digitale o innovazione

Confutate quindi queste obiezioni, che pure sento porre continuamente intorno a me, se siamo d’accordo che ci serve un ministro o una ministra per il digitale e l’innovazione, io mi azzardo anche a immaginare come dovrebbe essere, o almeno come lo vorrei io, rifuggendo però dalla definizione “di alto profilo” che è veramente stucchevole e non ci dice nulla che non sia sciattamente ovvio.

  • Vorrei una ministra o un ministro che disdegnasse lo short termism e i giudizi dei social e lavorasse con una prospettiva almeno decennale, ma con il necessario strabismo di chi deve avere anche un occhio sul presente e la sua complessità.
  • Vorrei che passasse metà del suo tempo nel suo ufficio, ma l’altra metà in giro per l’Italia, perché di innovazione ce n’è tanta, spesso misconosciuta, e dal Palazzo non si vede.
  • Vorrei che fosse umile, dell’umiltà di chi sa che non può fare tutto da solo e avesse una spiccata inclinazione per il dialogo, l’ascolto, la condivisione, perché il compito che avrà di fronte è troppo grande per fare a meno di tutta l’energia che è fuori la PA: nelle imprese, nel terzo settore, nella cittadinanza organizzata, nelle persone nei loro luoghi.
  • Vorrei che avesse una competenza strategica nell’innovazione digitale, che si fosse sporcato le mani nella gestione, ma più ancora che sapesse scegliersi collaboratori capaci di interpretare le politiche con intelligenza e creatività e non esecutori o yes men.
  • Vorrei che fosse più un allenatore che non un giocatore solista, perché il gioco sarà sempre più di squadra. Infine, e lo dico da settantenne, vorrei che fosse abbastanza giovane da avere l’energia, l’entusiasmo e anche quel po’ di incoscienza che ci vuole per accettare una sfida del genere.

Tra circa due settimane avremo un nuovo Governo e conosceremo le scelte della politica, intanto immaginiamo un futuro migliore, tanto, come dice la mia amica Rossella Muroni, “nun se paga gnente pe’ sogna’ “.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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