Dati pubblici

Open Data, come uscire dall’impasse dopo il Piano Triennale Agid

L’evoluzione degli Open Data in Italia non è andata proprio nella direzione che serviva. Ci sono situazioni di stallo, problemi per l’aggiornamento dei dati pubblicati, varie iniziative sembrano praticamente abbandonate e c’è scarsa attenzione ai metadati e alla loro documentazione. Ora servono ruoli e responsabilità chiare

27 Lug 2017
Vincenzo Patruno

Project Manager e Open Data Evangelist - ISTAT

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Il Piano Triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione rilasciato di recente costituisce “il documento di indirizzo strategico ed economico destinato a tutta la PA che accompagna la trasformazione digitale del Paese”. Nel Piano Triennale c’è in altre parole tutta o buona parte dell’innovazione digitale necessaria a  ridisegnare l’assetto e il modo con cui la Pubblica Amministrazione opera e dialoga con le altre pubbliche amministrazioni, i cittadini e le imprese.

Oggi vogliamo fare qualche considerazione su quanto viene riportato nel Piano a proposito dei dati, in particolare degli Open Data. Arrivare infatti ad avere una “Infrastruttura Dati” del Paese vuol dire avere la possibilità di ottimizzare il funzionamento dell’intera PA, vuol dire poter costruire servizi integrati evoluti,  significa poter automatizzare processi migliorando l’efficienza complessiva della PA. Se poi una parte della infrastruttura dati è costituita da Dati Pubblici, allora vuol dire anche dare nuove opportunità a cittadini, imprese e alla stessa PA, rendendo l’intero Paese complessivamente più competitivo.

Il capitolo 4 è tutto dedicato alle infrastrutture immateriali ma si parla in modo specifico di Open Data nel paragrafo 4.1.2.

Diciamo subito che l’intero documento è strutturato in modo chiaro, proprio come dovrebbero essere fatti i documenti. Per ogni argomento viene descritto in breve di cosa si sta parlando (ad esempio Open Data), quale è lo scenario attuale, quali sono gli obiettivi strategici e infine le linee di azione.

Una prima cosa importante che emerge è che c’è la consapevolezza del fatto che l’evoluzione che c’è stata nei sette anni di Open Data in Italia non sia proprio andata completamente nella direzione che serviva. Ci sono infatti situazioni di stallo, la qualità dei dati è quella che è, ci sono problemi per l’aggiornamento dei dati pubblicati, varie iniziative sembrano poi praticamente abbandonate per non parlare poi della scarsa attenzione che viene data ai metadati e alla loro documentazione. Nella descrizione dello scenario attuale vengono indicate anche alcune possibili cause. Ad esempio la mancanza di automazione dei processi di pubblicazione dati. Vero! Le iniziative Open Data si basano infatti ancora prevalentemente sul lavoro manuale di persone che gironzolano per gli uffici dell’Ente pubblico recuperando qua e là dati da pubblicare poi sul catalogo di quell’Ente.

Probabilmente era fisiologico che accadessero anche queste cose.  Va però considerato che la situazione attuale relativamente agli Open Data deriva anche dal fatto che probabilmente i Dati Pubblici non sono mai stati considerati a sufficienza una cosa “seria” e quindi trattati e gestiti come tale. La stessa idea e la “vision” attorno agli Open Data è stata via via distorta, adattata, personalizzata,  semplificata e, come dico spesso, banalizzata, “schiacciando” gli Open Data verso il basso.

Ovviamente con questo non voglio dire che non ci sono stati Enti che abbiano provato ad affrontare la questione seriamente. Ma l’assenza di un contesto “Open Data” solido, l’assenza di un “sistema Open Data” da far crescere e da strutturare, ha reso queste singole iniziative poco più che delle isolate “best practice”. L’assenza di una vera regia ha poi fatto il resto mentre la banalizzazione dei contenuti, l’assenza di processi strutturati per il loro rilascio, la loro eccessiva semplificazione, le numerose iniziative indipendenti e scorrelate tra loro non hanno fatto altro che generare una grande quantità di “junk data” diventati non solo inusabili, ma anche inutili.

Tutto ciò sembra essere ora abbastanza chiaro. E infatti gli obiettivi strategici del Piano per quanto riguarda gli Open Data si snodano essenzialmente attorno a due elementi: il tentativo di migliorare la qualità dei contenuti e le modalità con cui i dati devono essere rilasciati. Non dobbiamo infatti dimenticare che le iniziative Open Data hanno poco senso se non vanno a generare un qualche impatto sociale e/o economico.

E infatti negli obiettivi strategici si parla non solo di identificare le basi dati che possono essere rilasciate come Open Data all’interno di ognuno dei tredici “ecosistemi” tematici (Sanità, Welfare, Finanza Pubblica, …. definiti nel capitolo 6 dello stesso Piano) ma anche di rendere disponibili dati che possano generare un impatto sulla società civile e sulle imprese. Avere poi un chiaro piano di rilascio, standard di riferimento per la generazione, l’aggiornamento e la metadatazione delle basi dati nonché il monitoraggio costante diventa un modo per cominciare finalmente a strutturare e consolidare le iniziative Open Data.

Anche le linee di azione, che sono il modo con cui si intende raggiungere gli obiettivi strategici si sviluppano su due fronti, uno relativo all’infrastruttura e l’altra ai contenuti.

La parte infrastruttura è rappresentata da dati.gov.it che dovrebbe diventare un pezzo chiave di tutta l’infrastruttura Open Data nazionale. Dati.gov.it, il portale nazionale dei Dati Pubblici  ha avuto alcune vicissitudini da quando è stato rilasciato dal ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione nell’ormai lontano 2011. Sappiamo però che al momento si sta facendo un gran lavoro di evoluzione e miglioramento, grazie anche alla partecipazione della società civile.

Ma la  partita più importante si giocherà a mio avviso sul fronte dei contenuti. Bene ragionare sulle basi di dati chiave molti dubbi invece su quello che è stato chiamato “paniere dinamico” dei dataset. Se pensiamo a questo come ad uno strumento per “spingere” sulle amministrazioni pubbliche a rilasciare dati, allora abbiamo già avuto modo di vedere che funziona molto poco e male.

Lo scopo di uno strumento del genere dovrebbe invece essere quello di incrociare domanda e offerta di dati mentre invece il “paniere dinamico” sembra sbilanciato sull’offerta e sul monitoraggio dell’offerta.

Quello che infatti serve veramente è intercettare la domanda di dati da parte di imprese e società civile. Dati che, dopo un’opportuna fase di istruttoria, vanno incanalati  sul “paniere”. Sarà cura del soggetto pubblico che gestisce il paniere dialogare con le amministrazioni responsabili per il rilascio di quel tipo di dato. Questo è uno degli aspetti che abbiamo già proposto come società civile al forum OGP ma che non ha ancora avuto nessun tipo di feedback. Si dirà che nel piano c’è scritto che contribuiscono al “paniere dinamico” anche le informazioni relative alle richieste di apertura di dataset da parte della società civile”. Questa cosa va però strutturata opportunamente. Strutturare un canale permanente di interazione con società civile e mercato servirebbe anche ad evitare che i contenuti del paniere siano decisi in modo arbitrario e discrezionale.

C’è infine un elemento mancante. Non è affatto chiaro a chi tra Agid, Funzione Pubblica e Team Digitale sia affidata la regia e la responsabilità dell’intero “progetto Dati Pubblici”. Ruoli e responsabilità chiare sono necessarie in tutti i progetti, ma sono necessari soprattutto in progetti complessi che vedono attori diversi dover interagire tra loro. E dove è molto alto il rischio di partorire topolini

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