la ricerca

Open data in Italia: una storia ancora da scrivere

Nella Ue siamo trendsetter, e di esempi virtuosi ce ne sono, ma c’è ancora molto da fare perché anche in Italia gli open data diventino motore dell’innovazione della PA e fonte di business per le imprese. Ecco cosa chiedono i Comuni, perché il processo non è ancora maturo e lo scenario futuro. La ricerca Polimi-Unioncamere

10 Ott 2018
Michele Benedetti

Direttore Osservatorio Digitale Politecnico di Milano

Luca Tangi

Ricercatore Osservatorio Agenda Digitale

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Nascosto nei server dei Comuni italiani c’è un patrimonio di dati che stenta a essere reso pubblico e a diventare motore dell’innovazione della Pubblica Amministrazione e fonte di business per il mercato. Guidare i Comuni nel processo di pubblicazione dovrebbe essere la priorità per far maturare gli open data italiani.

Sono le riflessioni che è possibile fare alla luce della ricerca sugli open data svolta dall’Osservatorio eGovernment del Politecnico di Milano in collaborazione con Unioncamere. Dalla stessa emerge chiara la richiesta, da parte dei Comuni, di linee guida nazionali da poter seguire nel processo di pubblicazione.

Open data: Italia trendsetter in Ue, nonostante i comuni

Tra i Comuni – che detengono una parte consistente dei dati di interesse pubblico, come quelli su trasporto pubblico, turismo, cultura e attività produttive – solo il 37% pubblica dati in formato open. E quando avviene, questo è percepito dagli enti più come un obbligo normativo che un’opportunità, anche perché si fatica a comprenderne la reale utilità: i dati sono di bassa qualità, poco accessibili, non uniformi per un utilizzo a livello nazionale.

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Questi risultati nonostante il DESI mostri una crescita dell’Italia dal 19° posto del 2017 l’Italia all’8° posto nel 2018, con un valore (0,81) superiore alla media europea. Grazie a questo risultato, l’Italia si posiziona nel panorama europeo tra i “trendsetters, cioè tra coloro che “hanno implementato una politica Open Data avanzata con ampie funzionalità del portale e meccanismi di coordinamento nazionali tra domini”.

Per spiegare questa disparità tra dato nazionale e dato locale è necessario comprendere le differenti metodologie di rilevazione dei dati: il DESI, infatti, prende in considerazione esclusivamente dati a livello Paese, la crescita dell’indicatore riflette quindi gli importanti passi avanti fatti da Governo ed Enti Centrali. L’indagine dell’Osservatorio eGovernment si è invece concentrata sugli Enti Locali italiani, indagando se, come e dove pubblicano i propri dati aperti.

Una prima evidenza che emerge è che il fenomeno degli open data sembra riservato agli Enti di più grande dimensione. Se complessivamente è il 37% dei Comuni a pubblicare, questa percentuale sale all’86% se si considerano solo i Comuni sopra i 50.000 abitanti e scende al 28% prendendo in considerazione solo i Comuni di più piccole dimensioni, sotto i 5.000 abitanti.

Dati, un processo di pubblicazione ancora poco maturo

Anche tra coloro che pubblicano, spesso il processo di pubblicazione è poco maturo. La ricerca ha provato a classificare i Comuni sulla base delle dimensioni utilizzate dal DESI per misurare il grado di maturità dei Paesi europei (figura 1). In particolare il modello classifica l’Ente secondo due dimensioni: “portal maturity” (asse verticale del grafico) che misura la qualità del dato e la qualità del portale di pubblicazione e readiness (asse orizzontale), il cui valore è la somma di due differenti concetti:

  • readiness-policy and use” che valuta la qualità delle politiche intraprese e della struttura organizzativa a supporto del processo di pubblicazione e
  • readiness-impact”, misura degli impatti politici, sociali e economici derivanti dalla pubblicazione di open data.

Da questo esercizio risulta che solo il 7% dei Comuni sono “trendsetters” cioè hanno un’alta qualità del dato, un’adeguata struttura a supporto e hanno registrato impatti sul territorio. Quasi il 60% di coloro che pubblicano hanno un processo di pubblicazione ancora in stato embrionale e una conseguente scarsa qualità del dato (29% “beginners” e 30% “followers”).

Open data, per le imprese il business non c’è ancora

L’indagine però non si è fermata a analizzare il gli open data dal punto di vista dei Comuni ma, grazie alla collaborazione con Unioncamere, ha approfondito il fenomeno anche dal punto di vista delle imprese. In questa parte della ricerca, la parola chiave, secondo Unioncamere, è “mismatch”: non si è ancora trovato un punto di incontro tra l’attività di pubblicazione degli Enti Locali e la necessità delle imprese di utilizzare gli open data all’interno del proprio business. Nonostante l’uso dei dati sia considerato strategico dal 77% delle imprese e nonostante non siano pochi i dataset a oggi pubblicati sui portali regionali (19.785 solo sui portali regionali), solo il 4% delle imprese utilizza open data per il proprio business. Nonostante ciò il 15% non conosce ma è interessato a approfondire l’argomento e il 30% lo sta cercando di capirne le reali potenzialità.

Lo scenario futuro

In primo luogo, deve aumentare all’interno dei Comuni la cultura del dato: spesso si confonde il processo di pubblicazione dei dati con una mera operazione di trasparenza, questo anche perché si fatica a comprenderne la reale utilità: l’80% dei Comuni non riscontra alcun impatto positivo dalla pubblicazione di open data e il 55% li ritiene inutili o poco utili per la crescita del tessuto imprenditoriale. Interessante notare come quest’ultima percentuale cambi radicalmente se si considerano solo i Comuni “trendsetters”: solo l’8% dei “trendsetters” ritiene i dati inutili o poco utili per la crescita del tessuto imprenditoriale, a testimonianza che se i dati sono di qualità, anche la percezione della loro effettiva utilità aumenta.

Linee guida nazionali per uniformare i dataset

Inoltre, quasi l’80% dei Comuni ritiene importante o molto importante avere delle linee guida nazionali da poter seguire nel processo di pubblicazione. Infatti, l’indagine mostra una grande disparità nelle tipologie di dataset pubblicati dagli Enti e questo rende difficile il raggiungimento di una massa critica per un loro possibile utilizzo a livello nazionale. In questa direzione si sta già muovendo AgID nel definire ontologie e vocabolari controllati. C’è però anche qualche esempio virtuoso a livello regionale, come quello della Lombardia che sta co-finanziando la pubblicazione automatizzata di un paniere di 50 dataset standard da parte dei numerosi Comuni del proprio territorio di riferimento.

In realtà è proprio dai Comuni, soprattutto di piccole dimensioni, che viene la richiesta di aiuto ai propri enti sovraordinati. Oltre il 50% dichiara di soffrire della mancanza di risorse e di competenze e vede fondamentale il supporto di Regione ed Enti Centrali. Inoltre, diverse Regioni, soprattutto del Nord e del Centro, stanno già offrendo agli Enti del proprio territorio la possibilità di pubblicare all’interno del proprio portale open data, al fine di rendere più accessibili i dati che oggi nell’80% dei casi sono pubblicati nella sezione trasparenza del sito istituzionale.

C’è quindi ancora parecchio da fare perché, come in altri Paesi, la pubblicazione di open data non sia più considerato un atto virtuoso ma come un atto dovuto nei confronti di cittadini e imprese. Riteniamo tuttavia che il cammino sia ormai tracciato. Le best practice italiane, i “trendsetters”, stanno cominciando a mostrare il valore generabile per tutti dall’avere a disposizione dati aperti di qualità e anche i “beginners” tra non molto non potranno far altro che strutturare il processo di gestione e pubblicazione dei dati al pari di come oggi sono strutturate le altre attività istituzionali dell’Ente.

In questo articolo sono commentati i principali risultati della ricerca condotta dall’Osservatorio eGovernment della School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca completa è disponibile gratuitamente sul sito www.osservatori.net nella pagina dedicata all’evento di presentazione dei risultati tenutosi lo scorso 26 settembre 2018.

Una mano dall’intelligenza artificiale

Tecnologie e metodologie di Intelligenza Artificiale, opportunamente combinate, possono senza dubbio favorire l’accesso ai giacimenti di conoscenze della PA. Lo spieghiamo in un articolo di Guido Vetere.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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