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PA digitale, l’informatizzazione degli enti locali vista dalla Banca d’Italia: gap e rimedi

L’accelerazione significativa che il digitale ha fatto registrare in periodo pandemico non è stata uguale per tutti e se da un lato ha permesso a chi ne aveva gli strumenti di compiere il salto, dall’altro sembra aver aumentato le disuguaglianze. Colmare le lacune digitali è quindi una necessità urgentissima per il Paese

29 Apr 2022
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

In un recente studio di Banca d’Italia dal titolo “Il livello di informatizzazione delle amministrazioni locali: divari nord-sud”, sono stati messi in luce i diversi problemi che hanno portato ‹‹l’offerta di servizi online da parte degli enti locali ad essere ancora modesta in tutto il Paese e ancora più ridotta nel Mezzogiorno, dove la quota di enti dotata delle modalità di interazione online più evolute è ridotta rispetto alla media nazionale››.

Partendo dai dati dell’indicatore DESI sul ricorso alle tecnologie informatiche da parte delle PA, che collocano l’Italia in una situazione di inferiorità rispetto alla gran parte degli altri Paese dell’Unione, i dati raccolti mostrano una ridotta capacità delle Amministrazioni di interagire con i cittadini e le imprese tramite siti web nonché difficoltà nell’adeguamento alle prescrizioni normative.

Lo stato dell’arte di Spid e PagoPA

Ebbene, nonostante i diversi interventi normativi che sono stati posti per favorire il processo di digitalizzazione, che hanno accentrato e delineato più chiaramente la governance e che hanno contribuito a delineare, dopo una stagione caratterizzata da sovrapposizioni e duplicazioni, una strategia con sempre maggiore precisione riguardo agli obblighi delle amministrazioni e alle relative tempistiche, i risultati tardano a emergere e rendersi concreti.

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L’aver promosso inoltre lo sviluppo di infrastrutture e piattaforme abilitanti per facilitare l’erogazione da parte delle amministrazioni di servizi pubblici digitali a cittadini e imprese (PagoPA, SPID), ha portato, tuttavia, a dei risultati ancora insufficienti. Gli enti del Mezzogiorno presentano minori tassi di adozione di tali strumenti rispetto a quelli del Centro Nord. Se il numero di identità digitali attivate dai cittadini, nel corso dell’ultimo biennio, è significativamente aumentato (passando da circa 5 milioni di gennaio 2020 a 25 milioni di settembre 2021), nel caso di PagoPA, una importante quota di enti ha aderito alla piattaforma ma non l’ha integrata con i propri servizi online.

L’obbligatorietà di adesione alla piattaforma da parte delle PA, più volte prorogata, decorre dal 31 dicembre 2017; per le caratteristiche di interoperabilità di cui è dotata, se fosse stata implementata nei sistemi dell’ente e integrata nei servizi online, avrebbe permesso di portare tutti i siti web a un alto livello di sofisticazione (sito internet bidirezionale con sistema integrato di pagamento on line). Tuttavia, il processo di adesione presenta ritardi e la differenza tra la quota di enti che ha aderito alla piattaforma (88%) e quella degli enti dotata di un sito di livello elevato (28%) mette in luce che spesso gli enti che aderiscono a PagoPA non ne integrano le funzionalità con il proprio sito web.

Una risposta a livello territoriale

È a livello territoriale, perciò, che si attende ora una risposta forte, soprattutto alla luce delle percentuali di enti che ancora non hanno nominato il Responsabile per la Transizione Digitale, nonostante il decorso del termine imposto dalle norme, che vedono i ritardi più accentuati tra gli enti del Mezzogiorno. Laddove sono stati nominati, gli stessi Responsabili collaborano tra loro in modo ancora limitato e, soprattutto, sono impegnati prevalentemente in tematiche di natura tecnica e poco in quelle di tipo organizzativo.

Dalla ricerca emerge anche un altro aspetto legato più ai sistemi interni agli enti locali. Sui divari non inciderebbero tanto le carenze di dotazioni infrastrutturali, in termini di accesso a connessione di banda larga e di disponibilità di PC desktop, quanto piuttosto fattori non strettamente tecnici, quali un minore livello di competenze digitali della popolazione nonché differenze nel capitale umano disponibile negli enti. Inoltre, tra gli enti del Mezzogiorno si ravvisa una minore propensione a erogare formazione sui temi delle TIC; secondo Banca d’Italia ciò potrebbe essere correlato a condizioni di bilancio più sfavorevoli, compensate solo in parte dalle risorse messe a disposizione dall’Unione europea. Per questo nell’immediato futuro potrebbero diventano determinanti le risorse specificamente destinate dal PNRR.

Un divario digitale ancora profondo

L’accelerazione significativa che il digitale ha fatto registrare in questo periodo pandemico non è stata uguale per tutti e se da un lato ha permesso a chi ne aveva gli strumenti di compiere il salto, dall’altro sembra aver aumentato le disuguaglianze.

Colmare le lacune digitali è una necessità urgentissima per il Paese, che comprende anche uno sforzo per ridurre il gender digital gap che, come è stato ricordato nella giornata internazionale delle ragazze nell’informatica e nella tecnologia, celebrato il 28 aprile, riguarda soprattutto le donne ed è tuttora enorme.

Bisogna perciò guardare bene cosa c’è dentro questa spinta e non commettere gli stessi errore fatti nel passato. Numeri alla mano, l’obiettivo è chiaro: con 26 milioni di cittadini e cittadine, tra i 16 e i 74, senza competenze digitali di base e con 10 milioni di persone che in Italia non utilizzano Internet, parlare di servizi pubblici digitalizzati potrebbe rivelarsi un sacrificio infruttuoso, se nei prossimi anni non riuscissimo a innalzare la percentuale di popolazione in grado di saper dialogare in digitale con le amministrazioni dello Stato.

Il Governo sembra aver capito la lezione e grazie alle risorse del PNRR ha avviato diverse iniziative.

Il Syllabus per la formazione digitale

Il Piano strategico per la valorizzazione e lo sviluppo del capitale umano della PA “Ri-formare la PA. Persone qualificate per qualificare il Paese”,  prevede, in tema di formazione sulle competenze trasversali, le competenze per l’amministrazione digitale definite nel “Syllabus” del Dipartimento della funzione pubblica.

Il programma mira a fornire ai dipendenti pubblici (non specialisti IT) una formazione personalizzata, in modalità e-learning, sulle competenze digitali di base a partire da una rilevazione strutturata e omogenea dei fabbisogni formativi, al fine di aumentare coinvolgimento e motivazione, performance, diffusione e qualità dei servizi online, semplici e veloci, per cittadini e imprese.

L’attuazione del programma si basa su tre elementi chiave:

  • il Syllabus che descrive le competenze minime richieste ai dipendenti pubblici per operare in una PA sempre più digitale;
  • la piattaforma online che supporta processi di rilevazione dei gap di competenze individuali, di definizione dei percorsi formativi e di erogazione della formazione
  • il catalogo della formazione di qualità, grazie all’attivazione di collaborazione di grandi player, pubblici e privati

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