Pubblica amministrazione

PA digitale, sotto le norme il vestito è analogico

Servono standard dall’Agenzia per l’Italia Digitale per la definizione dei formati e dei tracciati per l’interscambio di informazioni tra diverse banche dati. Servono spazi di archiviazione comuni, evitando i feudi digitali e valorizzando il riuso di applicazioni di qualità. Serve collaborazione, interoperabilità. Serve infine anche l’umiltà di saper ricevere consigli dall’utente. Ma ora troppe cose funzionano male

Pubblicato il 22 Lug 2013

Roberto Scano

già presidente Iwa, presidente commissione UNI e-accessibility

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L’Italia è uno strano paese che nell’ICT si muove seguendo le mode del momento, disconoscendo parole quali “progettazione”, “programmazione”, “costante aggiornamento”. Siamo un paese in cui norme nazionali impongono alle PA i piani triennali per l’informatizzazione che spesso si basano sull’acquisto di “ferro digitale”, ovvero un amalgama formata da hardware e applicazioni software di tipo verticale, che deve essere incastonata dai sistemi informativi all’interno della più complessa organizzazione dell’ICT della PA, giocando ad una sorta di Tetris permanente, dove il vincitore è il fornitore del singolo blocco. Siamo infine un paese dove si è costretti a scrivere in una legge che un indirizzo PEC deve essere inserito in home page per essere facilmente raggiungibile ed utilizzato dal cittadino. Dopo questa doverosa premessa dell’attuale e amena situazione italiana, forse al “cittadino qualunque” viene qualche leggero dubbio sul perché spesso la macchina digitale della PA non funzioni a dovere. E non ha tutti i torti.

Personalmente ho sentito parlare di egov ancora dall’inizio del secolo ed è sempre stato venduto come una scelta della PA di aprire dei determinati servizi al cittadino. Se andiamo a leggere un po’ di documentazione in rete, scopriamo che l’e-gov (che wikipedia traduce in italiano come amministrazione digitale) è una interazione tra amministrazione e diverse realtà (cittadini, aziende, dipendenti) al fine di migliorare ogni livello di governance. Nel nostro paese invece l’e-gov è nato per esigenze di incasso da parte della PA ed ove ha dato il suo meglio all’epoca fu per il pagamento dell’ICI, a cui ora è seguito il pagamento delle sanzioni amministrative. Solo negli ultimi anni, prevalentemente a livello centrale, l’e-gov si è dimostrato – in alcuni casi – come vera interazione tra utenza ed amministrazione, consentendo ai soggetti interessati di poter avviare e concludere un procedimento tramite strumenti informatici. Ma è così difficile? Dove sta l’inghippo? Prendiamo l’esempio del passaporto elettronico. Un paio di anni fa ho sperimentato la possibilità di richiesta on line del passaporto elettronico, connettendomi al sito dedicato, compilando tutte le informazioni necessarie (tra cui la possibilità di prenotare il mio appuntamento in questura) ed ottenendo come premio un PDF da stampare (e già qui sentivo il demonio analogico soffiare al collo) e due incombenze prettamente analogiche: pagamento di bollettino postale e di contrassegno telematico (ovvero una marca da bollo autoadesiva, che di telematico ha solo l’emissione dal tabaccaio). Potete chiaramente comprendere come mi son sentito quando, raggiunto l’ufficio competente, ho notato che l’impiegato ha preso la mia stampa, ha appiccicato marca da bollo e foto tessera ed ha reinserito a mano all’interno del sistema informatico i dati che io avevo inserito on line. Questo è solo uno dei tanti casi che dimostrano come anziché integrare i sistemi aggiornando le procedure si cerca invece d rendere analogico il flusso digitale.

Se passiamo ad analizzare la situazione negli enti locali, anche qui vediamo che ciò che si obbliga per leggi (esempio: SUAP) viene implementato grazie a soluzioni presenti sul mercato mentre tutto ciò che non è normato viene lasciato alla libera iniziativa dell’amministrazione che spesso non si sente moralmente obbligata a fornire servizi on line al cittadino con la presunzione che lo stesso preferisca il contatto umano presso gli uffici. Questa purtroppo che vediamo dall’esterno e la punta dell’iceberg. Se andiamo all’interno vediamo come in moltissime amministrazioni pubbliche non vi è dialogo (interoperabilità) tra banche dati di diverse direzioni, di diversi uffici. È vero che spesso non vi è nemmeno dialogo umano, ma in epoca di digitalizzazione della PA (iniziata nel 2005) chiunque dovrebbe capire che senza una gestione condivisa di archivi, senza la possibilità da parte di un cittadino di poter conoscere in tempo reale la sua situazione riguardo pratiche aperte in diversi uffici con un accesso unico e universale, senza tutto questo non si va da nessuna parte. Bisogna quindi ripartire e – come nei traslochi – iniziare a capire cosa tenere e cosa buttare, cosa riorganizzare avendo però davanti una serie di riferimenti.

Servono standard, ossia servono indicazioni (e questo è il ruolo dell’Agenzia per l’Italia Digitale) per la definizione dei formati e dei tracciati per l’interscambio di informazioni tra diverse banche dati, ovvero non facciamo l’errore (o l’orrore) fatto con l’indice INI-PEC in cui l’aggiornamento dei dati delle PEC dei professionisti provenienti dagli ordini professionali viene effettuato manualmente con invio di e-mail[1]. Servono spazi di archiviazione comuni, evitando i feudi digitali e valorizzando il riuso di applicazioni di qualità, che non devono essere solo oggetto di vanto ai premi per l’innovazione ma devono essere soluzioni (best practices) condivise tra le varie PA in quanto non ci deve essere competizione tra amministrazioni pubbliche ma collaborazione per ottenere uno scopo comune, la soddisfazione del destinatario del servizio. Serve infine anche l’umiltà di saper ricevere consigli dall’utente. Spesso le applicazioni vengono calate dall’alto, sviluppate da informatici su indicazioni di amministrativi, ossia di due tipologie di professionisti che incarnano la conoscenza tecnica e la conoscenza della macchina burocratica e che rischiano di creare, senza coinvolgimento dell’utenza (il famoso co-design), dei mostri digitali inutilizzabili, che invogliano l’utente ad usare i canali analogici anziché quelli digitali. La PA accetti quindi questa grande sfida: riorganizzare se stessa per beneficio di tutti, senza aspettare leggi che sanciscano dove posizionare un certo contenuto ma avendo l’umiltà di chiedere ai cittadini quali servizi desiderano on line, sviluppandoli con attiva collaborazione. Prendiamo esempio da chi all’estero applica questo in settori come la sanità[2]: impariamo a copiare e riprodurre le buone pratiche.

[1] http://www.inipec.gov.it/ordini-e-collegi/come-mandare-i-dati

[2] http://www.theatlantic.com/technology/archive/2013/06/healthcaregov-code-developed-by-the-people-and-for-the-people-released-back-to-the-people/277295/

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