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scenari

Pagamenti digitali, il futuro oltre la banca: sfide e opportunità

Il sistema bancario è nel bel mezzo della rivoluzione digitale e deve cambiare per non soccombere alla pressione di nuovi attori sul mercato, strumenti innovativi per i pagamenti (come Libra di Facebook appena presentata), problematiche di cyber sicurezza e privacy, nuovi processi. La portata della sfida è imponente

18 Giu 2019

Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR


Il settore dei pagamenti digitali è in piena trasformazione: il lancio da parte di Facebook della criptovaluta Libra basata su blockchain e del digital wallet Calibra, è solo un esempio di quanto si stia muovendo.

Proliferano i nuovi attori pronti a sfruttarne le potenzialità e gli strumenti per gestirli e si affacciano nuovi fenomeni come la tokenizzazione.

Un vero tsunami per le banche, in molti casi impreparate a gestire il cambiamento. Non tutto è perduto, certo, per gli istituti di credito tradizionali, ma le sfide da affrontare sono diverse a cominciare dalle questioni legate alla cyber sicurezza e alla privacy fino alle imminenti scadenze (settembre 2019) per adeguarsi ai nuovi dettami Ue in fatto di  autenticazione dei clienti, passando anche dalla necessità di approntare un nuovo modello di gestione data driven.

Sono richieste, per non soccombere alla rivoluzione digitale, competenze e investimenti. Proviamo allora a delineare le caratteristiche della banca di nuova generazione, il rapporto con il mondo FinTech e coi nuovi attori del mercato dei pagamenti digitali ed esaminiamo anche fenomeni quali la diffusione delle stablecoin e la tokenizzazione dell’economia e della società. Ci soffermeremo, infine, sulle tematiche regolatorie e le difficoltà di disciplinare un ambito in continua e veloce evoluzione.

Pagamenti digitali: la sfida alle banche tradizionali

Inviare denaro o fare acquisti in tempo reale, utilizzando in modo automatico il nostro smartphone, sarà sempre più facile e milioni di persone, molto presto, si troveranno a usare monete digitali, senza averne ancora piena consapevolezza.

La sfida alle banche tradizionali da parte di Facebook, Amazon o Google, per arrivare direttamente al conto corrente del cliente, è stata lanciata ed è facile immaginare, considerando la forza commerciale e tecnologica di questi colossi del web, come potrà essere per loro un gioco da ragazzi non solo vendere una TV, un PC o un super smartphone, ma proporre anche la migliore formula di pagamento per acquistarlo, senza più la necessità di utilizzare una carta di credito o dell’intermediazione bancaria.

I segnali della rivoluzione innescata dal digitale sono tutti concordi nel proiettarci verso un futuro in cui scompariranno le banche tradizionali, secondo il modello che abbiamo conosciuto fino a oggi. Sarà perciò il settore bancario tradizionale ad abbracciare la blockchain e le valute digitali oppure saranno le banche a essere sostituite da queste nuove tecnologie?

Nonostante siano stimate oltre 2.000 “criptovalute”, ma con una capitalizzazione ancora molto concentrata (52% Bitcoin, 11% Ether, 9% Ripple) e sebbene l’uso della principale criptovaluta (Bitcoin) sia ancora associato all’idea di crimine informatico e l’uso come mezzo di scambio risulti ancora modesto[1] (la capitalizzazione globale del mercato delle “valute virtuali” è stimata, ai primi di marzo 2019, pari a 130 miliardi di dollari, mentre era oltre 830 miliardi di dollari a inizio 2018[2]), tutti i dati convergono verso una crescita delle transazioni senza contanti senza precedenti. La visione di un’economia globale e di una società tokenizzata non è più lontana. È sempre più realtà, molto più vicina.

Per questo sono in corso analisi approfondite sulle modalità di intervento più idonee per regolare un settore in fase di piena trasformazione, anche alla luce della direttiva comunitaria 2015/2366, la cosiddetta Psd2 (Payment System Services Directive 2), che incoraggia le banche a operare in un sistema sempre più complesso e aperto, in cui gli operatori svolgono il ruolo di piattaforme ed erogano servizi altamente innovativi.

Seguendo l’onda della rivoluzione digitale, che sta già investendo i tradizionali servizi monetari, nuovi e rivoluzionari attori del commercio mondiale stanno portando milioni di persone in un nuovo ecosistema finanziario digitale, con cui anche noi dobbiamo imparare a familiarizzare.

Ecommerce: un trend in costante crescita

Al mondo, il numero di coloro che accedono a Internet è pari a 4,3 miliardi, il 6% in più rispetto all’anno precedente e circa la metà risiedono nell’area Asia-Pacifico[3]. Di questi, 3,9 miliardi di persone fruiscono della rete da mobile e il 59% effettua acquisti online tramite device. Lo scorso anno il 40% della popolazione mondiale – 2,81 miliardi di persone – ha effettuato almeno un acquisto online e si stima che, entro il 2022, gli acquirenti online raggiungeranno quota 3,2 miliardi. Il valore del mercato e-commerce al dettaglio nel mondo per il 2018 è stimato in 2.875 miliardi di dollari, il 12% in più rispetto all’anno precedente.

Questi numeri e la necessità di tutelare il consumatore, hanno spinto 75 Paesi a incontrarsi a inizio anno per orientare scelte volte a “creare un ambiente commerciale che sia prevedibile, efficace e sicuro” e per stabilire regole internazionali sull’e-commerce[4].

In Europa circa l’80% della popolazione accede a Internet e 6 consumatori europei su 10, lo scorso anno, hanno utilizzato il mobile per effettuare un acquisto online. Le vendite online al dettaglio hanno fatto registrare un incremento del 9%, passando da 285 miliardi di euro del 2017 a 313 miliardi fatti registrare nel 2018. Per il 2019 è prevista una produzione di 342 miliardi di euro e, secondo le stime[5], entro il 2022, nei 5 Paesi dell’Europa occidentale (Francia, Germania, Italia, Spagna e UK) sorpasserà quota 400 miliardi di dollari di vendite e-commerce dirette.

A vendere online sono il 18% delle imprese, mentre il 16% riceve ordini da siti terzi o app. Tra i settori che incidono maggiormente sulla produzione europea si evidenziano: Moda con 92 miliardi di euro, Elettronica e Media con 73 miliardi, Tempo libero con 60, Arredamento e alimentare e Salute e bellezza rispettivamente con 43 miliardi di euro ciascuno.

In Italia il mercato e-commerce B2C, nel 2018, ha generato un fatturato di 41,5 miliardi di euro, con una crescita del 18% rispetto a quanto fatto l’anno precedente. I consumatori online sono circa 38 milioni, ovvero il 62% della popolazione e si prevede che entro il 2023 raggiungeranno quota 41 milioni.

Nonostante la crescita registrata negli anni, la percentuale di popolazione che acquista online è più bassa rispetto agli altri Paesi europei, ma in Italia, molto di più che nel resto d’Europa, è lo smartphone il dispositivo più utilizzato dagli shopper online (l’85% della popolazione web infatti usa il mobile per fare shopping).

I dati Eurostat 2018 sulla penetrazione dell’Internet Banking, pongono l’Italia al quintultimo posto, davanti solo a Cipro, Grecia, Bulgaria e Romania. Al contrario, la propensione dei giovani tra i 22 e i 34 anni a utilizzare piattaforme digitali anche di operatori non bancari per accedere a servizi finanziari e assicurativi appare in diverse indagini addirittura superiore alla media europea.

Il ruolo della nuova generazione è sempre più determinante: il 75% tra Millennial, Generazione X e Baby boomer adotta servizi di online banking e il 38% dei millennial dichiara di volerne interrompere l’utilizzo in caso di eccessiva lentezza dei processi. Diversi studi rilevano che i nuovi clienti valutano le funzionalità di mobile banking di una banca prima di aprire un conto e una quota sempre più alta di clienti è disposta a cambiare operatore in caso di esperienza mobile ritenuta scarsa.

Per quanto concerne i metodi di pagamento, rispetto a una recente survey[6], le aziende di e-commerce italiane dichiarano che anche quest’anno la carta di credito è il mezzo di pagamento più diffuso (26%), seguita dai digital wallet (22%) e dal bonifico (21%). Di seguito il pagamento alla consegna (19%), il pagamento via mobile, che cresce considerevolmente (9%), altri per il 3%.

Sempre più attori nel campo dei pagamenti mobili

In questo scenario, i pagamenti digitali stanno beneficiando della pressione proveniente dagli operatori digitali, peraltro, nel mercato si assiste a una proliferazione di attori e allo sviluppo di nuovi strumenti per gestirli.

Tra i provider di pagamento per i siti e-commerce la leadership di PayPal (che detiene il 77% del mercato italiano) viene affiancata da nuovi provider come Stripe. Apple, dopo aver fatto da apripista con i pagamenti mobile nel 2017, grazie all’introduzione di Apple Pay, sta per lanciare la sua Apple Card. Prettamente digitale, avrà anche una versione fisica per i negozi che non abilitati al pagamento via mobile, che però non dovrebbe prevedere commissioni.

Il 2018 ha visto poi approdare nel nostro Paese anche Google Pay e Samsung Pay e a breve si prevede l’ingresso di Huawei Pay, grazie all’accordo con Visa.

Poste Italiane nel 2018 ha dedicato il consueto hackaton all’innovazione tecnologica in tema di pagamenti mobili e digitali. Numerose compagnie telefoniche stanno approcciando il mondo dei pagamenti digitali, come ad esempio Poste Mobile, Vodafone o Tim.

Anche i supermercati, in collaborazione con banche o carte di credito, intervengono sul mondo dei pagamenti digitali e contactless, come Auchan Speedy di Auchan, in collaborazione con Mastercard, che consente di fare acquisti in corsia al supermercato tramite app e di avere il pagamento immediato.

Le stesse banche si stanno muovendo in ottica di pagamenti mobile e instant payment, sia mediante l’integrazione dei wallet tradizionali, sia con lo sviluppo di modalità di pagamento contactless via mobile come, ad esempio, Xme Pay di Intesa Sanpaolo. Ad agosto 2018 Google Home ha poi aperto alle banche e Banca Sella, in collaborazione con la startup Vidyasoft, ha reso possibile l’accesso al conto corrente tramite comandi vocali.

Oltre la banca tradizionale: la sfida dell’open banking

La necessità di regolare un settore, come quello dei pagamenti digitali, in fase di piena trasformazione, si è concretizzata nella pubblicazione della direttiva comunitaria Psd2, che incoraggia le banche a operare in un sistema sempre più complesso e aperto (“open banking“), in cui gli operatori svolgono il ruolo di “piattaforme” ed erogano servizi altamente innovativi. La direttiva richiede alle banche di concedere un accesso sicuro, a conti e informazioni sui pagamenti, a tutti i fornitori di pagamenti digitali, siano essi altre banche o “terzi”, come provider di instant payment quali Alipay, Amazon, Apple Pay, etc.

La pressione proveniente dagli operatori digitali, unita alle opportunità generate dalle nuove regole, rischia però di agire sul sistema delle banche come un vero e proprio tsunami, perché molte di esse sono ancora impreparate. L’open banking, tuttavia, può diventare una leva di potente cambiamento del sistema, costituendo un incentivo a trasformare le banche in piattaforme, in cui transazioni e operazioni finanziarie vengono gestite in ambienti digitali, solidi e sicuri, tali da diventare smart e caratterizzati da un’eccellente customer experience.

Accettare questa sfida, per le banche, significa lavorare sulla cyber sicurezza e, soprattutto, sull’innovazione digitale. Una sfida che richiede investimenti rilevanti, ma soprattutto competenze in grado di aprire le banche alla rivoluzione del digitale che le aspetta.

Analogamente al GDPR e all’enorme impatto che ha avuto sul modo in cui milioni di organizzazioni gestiscono i dati personali, l’implementazione della Psd2 contiene le norme tecniche in tema di Strong Customer Authentication (SCA), ossia l’autenticazione forte dei clienti, che avrà profonde implicazioni su come le nostre aziende gestiranno le transazioni online e su come pagheremo le cose nella nostra vita quotidiana.

Intesa SanPaolo sta già rottamando 4 milioni di chiavette dispositive O-Key, divenute ormai incompatibili con i nuovi standard[7] e UniCredit ha già mandato in pensione le sue Password Card, mettendo a disposizione dei propri clienti nuovi strumenti (UniCredit Pass e Mobile Token) in grado di generare password usa e getta. UniCredit lancerà nei prossimi mesi la nuova App Mobile Banking per smartphone, che consentirà di accedere e validare le operazioni dispositive in banca via Internet, tramite notifiche sul cellulare[8]. Insomma quasi tutte le transazioni del futuro passeranno generalmente dai nostri smartphone.

Una rivoluzione tecnologica alle porte

La rivoluzione tecnologica si rende necessaria per essere adeguati al regolamento delegato (UE) 2018/389, che integra la Psd2 e che si applicherà a partire dal 14 settembre 2019. La SCA richiederà un ulteriore livello di autenticazione per i pagamenti online. Laddove fosse sufficiente un numero e un indirizzo di carta, ai clienti sarà richiesto di includere almeno due dei seguenti tre fattori per fare acquisti:

  • Qualcosa che sanno (come una password o un PIN);
  • Qualcosa che possiedono (come un token o smartphone);
  • Qualcosa che sono (come un’impronta digitale o caratteristiche biometriche del viso).

Queste regole aggiungono nuove sfide che potrebbero costare caro alle imprese, italiane ed europee, prive di una solida preparazione. E c’è poco tempo per prepararsi. Da settembre, infatti, le banche non potranno più opporsi alla trasmissione di dati sui conti dei clienti richiesti da terze parti dietro esplicito consenso del cliente. Ed è probabilmente questo il punto più delicato che richiederà molta attenzione da parte dei consumatori nel rilasciare i consensi.Il cuore di questa revisione dei servizi di pagamento è proprio l’apertura dell’accesso ai dati dei clienti, che è controbilanciato da un aumento della sicurezza delle transazioni – ha spiegato Rita Camporeale, responsabile dell’Ufficio Sistemi di pagamento dell’ABI – tuttavia sarà fondamentale prestare maggiore attenzione e diligenza da parte dei correntisti, in particolare nel concedere l’accesso ai propri dati bancari per l’offerta dei nuovi servizi”.

I problemi maggiori che si potrebbero porre sono appunto relativi alla privacy e a cessioni non autorizzate da parte degli aggregatori. Si tratta di un terreno di confine tra diritto bancario e diritto della privacy. In questo quadro l’anello debole continuerà a rimanere il cliente finale, potenziale vittima di fenomeni fraudolenti come il phishing.

Ma gli scopi dichiarati dalla UE, nell’introduzione le nuove norme, sono quelli di favorire l’innovazione e la concorrenza e l’orizzonte è quello di andare oltre la banca tradizionale.

Un nuovo modello di banca

In un futuro imminente, non ci saranno più le banche tradizionali, secondo il modello che abbiamo conosciuto fino a oggi. Ci sono dei motivi alla base di questa previsione: la combinazione di tecnologie digitali; le politiche monetarie (l’abbassamento dei tassi ormai è strutturale e ci sono meno margini per le banche); la regolazione; i nuovi entranti. Secondo gli analisti, la combinazione di questi fattori farebbe saltare il modello delle banche tradizionali. Chi vorrà continuare a fare la banca universale secondo il modello tradizionale, soprattutto se non ha raggiunto le dimensioni macro adeguate per le economie di scala (nel private, nel corporate, nell’asset management), non ce la farà a sopravvivere.

Le banche di nuova generazione dovranno avere caratteristiche fondamentali: dovranno essere specializzate e al contempo dare la possibilità ai propri clienti di accedere a prodotti di terzi che non rientrano nella loro specializzazione. Una caratteristica delle nuove banche di successo sarà proprio quella di non essere produttore interno di tutti i servizi che transitano attraverso la banca – è finito il tempo in cui una banca può fare al suo interno tutto o quasi tutto – ma essere piattaforma attraverso cui i propri clienti trovano anche prodotti di terzi.

Le nuove banche, poi, dovranno essere data-driven, cioè basare fin dall’inizio tutti i loro processi sui dati. Solo chi riesce a partire subito con procedure basate sui dati, senza legacy, potrà ottenere un forte vantaggio competitivo. Il dato non più trattato come elemento accessorio successivo, ma come elemento su cui impostare tutte le procedure interne. Nasceranno banche con procedure basate completamente sui dati. Tutto quello che una banca fa, vede, analizza, fin dall’inizio, finirà in un Theta Lake. Prospettiva difficile da realizzare per una banca tradizionale che oggi, al suo interno, ha diverse anagrafiche e si trova a gestire regole differenti per via delle stratificazioni determinate dai processi di fusione che l’hanno contrassegnata.

La portata della sfida che tutto il sistema bancario si troverà ad affrontare nei prossimi anni, per offrire servizi finanziari al passo coi tempi, sta proprio qui: specializzazione settoriale e digitalizzazione.

Va da sé che le numerose banche di territorio, così come le filiali fisiche, avranno vita breve. Il mondo retail, il mondo dei pagamenti, non ha più bisogno di un luogo fisico, non ha più bisogno dell’enorme investimento fisico della presenza, legata agli orari. Viene meno, perché i bisogni del retail potranno essere soddisfatti meglio in altro modo.

Si parla, in questi casi, di “Bank In a Platform”, ovvero un unico ambiente (App o Web), gestito tramite API, dove la banca è uno dei soggetti in grado di indirizzare i bisogni finanziari o meta-finanziari di un individuo, in sinergia con altri (assicurazioni, telco, retailer, utility) o FinTech. Questa prospettiva nel breve periodo, privilegerà i grandi gruppi, grazie all’integrazione dei servizi erogati dalle diverse Legal Entities afferenti al proprio brand. Ma proprio le aziende FinTech saranno quei partner agili in grado di accelerare enormemente i processi per tutte le banche, costituendo una formidabile opportunità di flessibilizzazione e di acceleratore di innovazione.

Co-opetion, l’anello mancante tra banche e FinTech

Nel concetto di co-opetion (non competition), si trova l’anello mancante tra banche e FinTech. Co-opetion[9] è un concetto che comprende qualcosa di più della collaborazione e qualcosa di diverso dalla partnership: significa guardare alle qualità e alle opportunità di due o più aziende, ciascuna con il proprio modello di business, e studiare il modo migliore per combinare assieme il tutto per creare un prodotto finale che sia più della somma delle parti.

Nel caso della finanza, si tratta soprattutto di offrire all’utente finale un prodotto flessibile per garantire un elevato grado di personalizzazione: le banche hanno un bacino di clienti enorme, che chiedono sempre più agli istituti tradizionali un servizio su misura e con caratteristiche evolute. Poi ci sono le startup FinTech, che fanno leva su strumenti tecnologici e su una libertà di spaziare che sarebbe impensabile per chi invece è sottoposto a una mole enorme di regolamenti da osservare.

La direttiva Psd2, che mette il cliente al centro e dà una scossa alla digitalizzazione, democratizza i servizi e rende il cliente più libero di scegliere, ma non toglie la possibilità alla banca di diventare essa stessa aggregatore di servizi. Per le banche tradizionali italiane, quindi, non è tutto perduto. Anche perché dai risultati di una survey condotta da Cetif[10] (Università Cattolica) è emerso che il 68% dei rispondenti[11] preferisca la propria banca per la fornitura di servizi di pagamento, rispetto ai nuovi operatori tecnologici in ambito finanziario.

«Appare chiaro come sia necessario avviare una riflessione su Api e Open Banking per articolare l’offerta non solo all’esterno ma anche all’interno della banca», sottolineano i ricercatori del Cetif. Tuttavia, non passa in secondo piano un’avvertenza: se è vero che le banche possono interporsi sia come terze parti, sia come nuovi canali nei confronti degli utenti, i tempi di implementazione e sviluppo di nuovi servizi a valore aggiunto, abilitati dalla Psd2, potrebbero richiedere tempi lunghi, che si confrontano con l’agilità e la velocità delle Fintech. Ecco perché collaborare con le FinTech può fare la differenza. Il futuro del sistema bancario, quindi, passa dalla collaborazione con le aziende FinTech, non necessariamente con i top player, come Amazon e Facebook.

Ci sono, tra gli operatori, numerose riserve verso i giganti della tecnologia che si stanno affacciando al mondo dei servizi finanziari. Molti di questi grandissimi operatori, infatti, stanno entrando nel settore dei servizi finanziari quasi senza sensibilità ai risultati, perché la cosa più importante per loro è raccogliere dati e sapere tutto di un cliente. Ecco allora che sarà molto interessante vedere quali servizi finanziari rientreranno nei radar delle BigTech e quali, invece, saranno più difficili da raggiungere, per mancanza di competenze o di interesse da parte loro.

Da questo punto di vista, dove tutto quanto è standardizzabile e con compiti ripetitivi, basabile su dati e tramutabile in algoritmo (credito al consumo e credito al capitale circolante per le imprese), allora lì il mercato se lo prenderanno tutto i colossi digitali. Dove c’è complicazione, eccezione, analisi, valutazione dell’imprenditorialità di piani strategici, piani di risanamento o di ristrutturazione, allora in questo caso le BigTech non ci potranno arrivare, perché troppo difficile, troppo complesso e non varrà per loro la fatica di farlo e il rischio di farlo.

La tokenizzazione dell’economia

Il sistema bancario dovrà fronteggiare anche un altro fenomeno cui stiamo assistendo, la tokenomics, ossia la capacità di integrare la tokenizzazione di asset di valore aziendale con l’economia.

Come spiegato bene in un articolo apparso su Blockchain4Innovation[12], il presupposto di base è che “l’azienda abbia la capacità di tenere fisso il valore del suo prodotto nel tempo” così facendo il valore unitario del proprio prodotto diventa “l’asset stable” di riferimento del token, che di fatto per il mercato diverrà una “stablecoin” garantita dal valore del prodotto dell’azienda. Se l’azienda vende prodotti a larga diffusione dal valore unitario stabile nel tempo, ad esempio servendo milioni di clienti, vuol dire che sarà ampiamente in grado di garantire al mercato una capacità di azione, certificando nel tempo un valore sicuro e certo del proprio prodotto. Questa stessa capacità di azione può essere valorizzata attraverso la emissione di una quantità di token che il mercato può acquistare per diverse finalità: si potranno utilizzare i token per acquistare servizi dell’azienda; si potranno scambiare i token con altre persone in cambio di beni e servizi; si potranno utilizzare i token, credendo nel valore dell’azienda, come un investimento che può generare valore nel tempo.

A differenza di qualche anno fa, quando la Banca centrale europea e diverse autorità nazionali criticavano apertamente Bitcoin e mettevano in guardia i risparmiatori da certe forme di investimento speculative, più di recente la posizione sembra cambiata ed è cresciuta l’attenzione verso le monete stabili (stablecoin), che adesso stanno penetrando sempre più nel sistema finanziario.

La banca centrale francese – ha dichiarato Francois Villeroy de Galhau[13], “sta osservando con grande interesse le iniziative del settore privato che mirano a sviluppare reti all’interno delle quali le monete stabili verrebbero utilizzate in transazioni che coinvolgono titoli tokenizzati o beni e servizi. Questi sono molto diversi dai beni speculativi come i bitcoin e più promettenti”.

A differenza di Bitcoin, le stablecoin sono progettate in modo tale che il loro valore sia sempre legato direttamente a qualche asset, come per esempio l’oro, oppure un algoritmo. Diverse stablecoin godono di un ancoraggio (1 a 1) con una determinata valuta a corso legale, come la serie di monete TrustTokens, che includono TrueUSD (dollaro USA), TrueGBP (sterlina inglese), TrueAUD (dollaro australiano) e TrueCAD (dollaro canadese).

Stablecoin come TrueUSD, Paxos e Gemini nel mercato statunitense hanno guadagnato visibilità e consentono già l’acquisto di molti prodotti di uso quotidiano, anche grazie a una nuova partenership con Flexa per l’integrazione dei pagamenti: incorporando funzionalità di criptaggio negli scanner, consentono di pagare con servizi come Apple Pay. In questo caso Flexa funge da ponte tra i commercianti e la blockchain e stabilisce i pagamenti in tempo reale utilizzando la propria rete. La rete Flexa, oltre al partner Starbucks, include anche il gigante alimentare Whole Foods e l’editore Gamestop e Regal Cinemas.

Negli ultimi due anni, BitPay, un processore di pagamento per Bitcoin, ha registrato un forte aumento delle transazioni e dei volumi di pagamento[14].

Fonte: CB Insights

Secondo Gemini, l’elaborazione di pagamenti di questo tipo sarà più economica rispetto all’utilizzo di carte di credito, ma è pur vero che il servizio, per ora, è disponibile solo negli Stati Uniti e che l’interesse degli investitori tradizionali è spesso tenuto sotto traccia, perché molti rivenditori dichiarano di sentirsi a disagio quando si tratta di entrare in ambienti trading non regolamentati e vogliono che la gente impari bene a usare la moneta digitale.

La tokenizzazione della società e dell’economia, in ogni caso, è un fenomeno irreversibile. Come è dimostrato da diverse iniziative in corso in Venezuela[15], Argentina o in Africa[16], che stanno catturando l’interesse anche dei colossi del web.

Dal 2020 il digital wallet di Facebook

Oggi, 18 giugno, Facebook ha lanciato la criptomoneta Libra – sostenuta da un’associazione con sede a Ginevra e di cui fanno parte tra gli altri Visa, Mastercard e Paypal – e il proprio digital wallet, che  sarà disponibile su Messenger e WhatsApp e come app standalone dal 2020. Secondo gli analisti, Libra potrà generare potenzialmente 19 miliardi di dollari di entrate aggiuntive entro il 2021 e, inoltre, “la nascita di una criptovaluta può essere in grado di stabilire un nuovo flusso di entrate di Facebook, aiutando soprattutto il prezzo delle sue azioni, travolte dopo gli scandali privacy dell’anno scorso”. Per questo motivo, la società di Mark Zuckerberg starebbe raccogliendo fino a 1 miliardo di dollari per il progetto da utilizzare come garanzia per sostenere la sua stablecoin.

Polymath, una società che vuole migrare titoli finanziari nella blockchain, prevede che il mercato dei token di sicurezza crescerà fino a $ 10 trilioni entro il 2020. A tale scopo, Polymath starebbe costruendo un marketplace e una piattaforma per aiutare le persone a rilasciare token di sicurezza e a implementare meccanismi di governance affinché questi nuovi token soddisfino la normativa di settore. Polymath ha annunciato finora partnership con Blocktrade, Corl ed Ethereum Capital per lanciare token di sicurezza sulla piattaforma.

Fonte: CB Insights

Forbes riferisce che IBM ha creato una rete di pagamenti globali in tempo reale, per supportare le transazioni in divisa, in oltre 50 Paesi, utilizzando stablecoin. Il servizio, IBM Blockchain Word Wire (una tecnologia che utilizzerà il protocollo Stellar) mira a ottimizzare e accelerare i cambi valuta, i pagamenti e i trasferimenti tra Paesi.

Bloomberg riferisce che il vice presidente della blockchain di IBM sta discutendo con due importanti banche sullo sviluppo di propri stablecoin in seguito al lancio di JPM Coin. “E’ una nuova opportunità di guadagno per le banche”, ha detto. “Le banche stanno ora iniziando ad accorgersene[17].

La banca francese Société Générale, ha recentemente emesso 100 milioni di euro di obbligazioni a sé stessa, sotto forma di token digitali, per testare un processo più efficiente per l’emissione di obbligazioni. SocGen ha rifiutato di commentare la transazione. In una dichiarazione precedente, la banca ha dichiarato che il token di sicurezza “esplora un processo più efficiente per l’emissione di obbligazioni”. L’idea che muove la banca è quella di testare come la tecnologia, dietro le valute virtuali, possa essere utilizzata per velocizzare l’emissione dei titoli e rendere più economici diversi cruciali passaggi. In tutta risposta, diverse agenzie di rating sembrano aver valutato molto positivamente la cosa. I token hanno infatti ottenuto una tripla A da Fitch e da Moody’s.

L’operazione è stata letta da Finoa, società di asset digitali con sede a Berlino, come una mossa che potrebbe dare avvio a un mercato da 24 mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Una mossa vincente anche per Romal Almazo di Capco, una società di consulenza in tecnologia finanziaria che ha dichiarato che “il passaggio del settore bancario verso il comparto delle criptovalute si verificherà, ma non aspettatevi che diventare mainstream da un momento all’altro. Ci vorranno anni per un’evoluzione corretta e uno sviluppo ben visibile a tutti”.

Istituzionalizzazione delle criptovalute

Per quanto non sia vista né facile né immediata, l’istituzionalizzazione delle criptovalute vede muovere i primi passi anche dalle autorità centrali, in un percorso in cui diversi Stati stanno valutando l’emissione di una «criptovaluta sovrana».

La Banca centrale svedese, una delle principali autorità cashless del mondo, lavora da anni al progetto pilota di e-krona (il nome della versione elettronica della corona locale).

Il Canton Ticino starebbe lavorando, in collaborazione con il Consiglio di Stato elvetico, alla realizzazione del TicinoCoin, un progetto per la creazione di una stablcoin all’interno del Ticino[18]. L’idea dei promotori è la creazione della prima moneta digitale con un rapporto di parità (1 a 1) sul franco svizzero, pertanto, garantita dalla Banca centrale elvetica. Un ruolo, ovviamente, potrebbe essere giocato dal sostegno delle autorità pubbliche: il Cantone, per esempio, potrebbe accettare la spendibilità della moneta locale complementare agli sportelli cantonali, oppure aprire la possibilità per il pagamento di imposte e tasse in TicinoCoin, favorendo così ulteriormente la liquidità della moneta virtuale.

Tecnologia finanziaria: l’Asia modello di riferimento?

Il mercato delle “stable” in Europa sta guadagnando terreno, e questa è una buona notizia, perché si comincia a vedere una vera concorrenza che potrebbe stimolare ulteriori innovazioni. Affinché il mercato europeo dei token possa espandersi e raggiungere il pieno potenziale, andrebbe osservato quanto fatto in Asia, dove l’intero ecosistema, sia degli operatori di servizi finanziari consolidati che dei nuovi arrivati digitali, partecipa allo sforzo di sviluppare le infrastrutture per i pagamenti in tempo reale, contribuendo a migliorare il monitoraggio delle frodi e incoraggiando l’adozione dei token da parte dei consumatori.

È quanto accaduto, per esempio, in alcuni Paesi asiatici (Corea, India, Singapore, Giappone, Filippine, Malesia, Tailandia), dove le offerte di token sicurezza sono diventate un nuovo mezzo per le società di emettere titoli e dove i token virtuali, basati su blockchain, vengono utilizzati come un diritto di partecipazione agli utili o una quota della società emittente.

In molti di questi Paesi asiatici, la creazione di gettoni e cripto valute su blockchain è una pratica ormai molto diffusa. In quella regione, la convergenza degli smartphone, la digitalizzazione del commercio supportata da grandi investimenti in FinTech e l’espansione dell’inclusione digitale e finanziaria, hanno creato lo sfondo perfetto per la proliferazione di queste tecnologie.

Solo Paesi che puntano tutto sull’arrivare primi – come la Corea – possono permettersi di investire enormi somme in tecnologie sperimentali che potrebbero essere cancellate o fallire da un momento all’altro, come lo smartphone con la blockchain incorporata. Un super smartphone che permette, fotografando il logo di un prodotto, di passare dal contenuto all’acquisto, eliminando il passaggio per Amazon. È un modello nuovo, che unisce il motore di ricerca al sito di e-commerce. Ma oltre a comprare prodotti, il sistema permette anche di essere ricompensato e pagato. Se, ad esempio, si decide di vedere sul proprio smartphone un promo pubblicitario, si viene ricompensati con un token (il sistema in tal caso pagherà noi che abbiamo visto il promo). Si può utilizzare questo token per avere omaggi, servizi, da tutte le altre società che utilizzano il sistema. Se poi per pagare o essere ricompensato si utilizza lo smartphone con la blockchain incorporata, si possono scambiare direttamente i token con altre criptovalute.

L’imprenditore coreano, Sonny Kwon, fondatore del giornale su blockchain che si chiama TokenPost, i cui giornalisti vengono pagati con dei token, ha lanciato l’idea di un token, chiamato “Korean”, da distribuire liberamente ai coreani del nord e del sud, legando la crescita del valore del token alla pace all’unificazione, “tanto che il valore del token crescerà se le due coree si uniranno[19]”.

Il settore dei servizi finanziari ad alta tecnologia è uno di quei settori più attivi nella blockchain. La ricerca condotta da Deloitte “Deloitte’s 2019 global blockchain survey” ha rimarcato la convinzione che la maggior parte delle persone ha sentito parlare della blockchain attraverso la sua connessione al Bitcoin, che ha indissolubilmente legato la tecnologia alla criptovaluta.

Ma siccome, a distanza di anni, l’adozione della criptovaluta rimane una rivoluzione lenta, questo rallentamento ha favorito l’adozione della blockchain altrove (la gestione dei punti fedeltà, la digitalizzazione delle risorse fisiche e la creazione di portafogli virtuali per la gestione delle finanze) e nei casi di utilizzo emersi ha iniziato a guidare l’innovazione.

Nel mondo del commercio, per esempio, molti negozianti e catene commerciali asiatiche preferiscono che i clienti scarichino una app – che corrisponde a un gruppo di esercizi commerciali di ogni settore – così da mettere a disposizione un vero e proprio centro commerciale in mano al cliente. Ad ogni download si entra in un sistema e si finirà per acquistare solo da quell’app, bypassando Alibaba, Amazon e gli altri siti di e-commerce (che sono considerati i veri concorrenti). In Asia avviene un po’ il contrario di quanto accade qui da noi, dove i commercianti tendono a scoraggiare chi non effettua acquisti direttamente in negozio. Ma mentre in Asia i consumatori di soluzioni digitali stanno diventando più familiari con i pagamenti in tempo reale (Google Tez, in India, e PromptPay sono ottimi esempi da emulare), in Italia e in Europa la pressione sulle banche per offrire lo stesso servizio è in forte aumento.

Quel che è certo è che la normativa e i fattori regolatori sulle valute digitali svolgeranno un ruolo importante nell’evoluzione del settore. Così come l’evoluzione regolatoria sulla privacy, sugli aspetti fiscali e di tassazione, per gli utenti cripto.

Le traiettorie regolamentari delle valute digitali e delle cripto-attività

Qualche anno fa, in diversi avvisi della Banca centrale europea, della Banca d’Italia[20] e di diverse autorità europee (EBA, ESMA, EIOPA), i Bitcoin venivano aspramente criticati. Le autorità mettevano in guardia i risparmiatori da certe forme di investimento speculative, impauriti dalla bolla speculativa e dagli attacchi informatici, anche gravi, subiti dalle piattaforme di scambio che avevano comportato la perdita parziale o totale dei soldi investiti in valute virtuali da parte di numerosi consumatori.

Le Autorità sottolineavano i rischi connessi alla formazione del prezzo delle criptovalute, spesso non trasparenti, oltre al fatto che non vi erano né forme di protezione né specifiche garanzie legali, in quanto le piattaforme di scambio di valute virtuali non sono regolate, quindi, non è prevista una tutela legale specifica in caso di contenzioso o fallimento. Secondo le ricostruzioni delle autorità, le criptovalute potevano comportare rischi notevoli anche con riguardo alle truffe e, vista la natura relativamente anonima delle valute, con riguardo al possibile riciclaggio di denaro sporco o altre attività illegali da parte di criminali.

Non è un caso, quindi, che la finanza e il settore bancario, abbiano guardato e continuino tuttora a guardare con diffidenza le criptovalute, temendo che siffatte tecnologie, determinando la possibilità di trasmettere valore senza l’intervento degli intermediari, finiscano per spiazzare il loro normale business. In un contesto di assenza di obblighi informativi e di regole di trasparenza, anche le piattaforme di scambio vengono considerate esposte a elevati rischi operativi e di sicurezza[21].

Oggi, però, a differenza di qualche anno fa, la posizione di molti sembra mutata ed è cresciuta l’attenzione verso le monete stabili (stablecoin). In un documento della CONSOB[22] la posizione assunta prefigura un orientamento più favorevole, tanto che “guardato, tuttavia, come fase primordiale di un più ampio processo di sperimentazione tecnologica e finanziaria, le criptovalute e, più in generale, la distributed ledger technology potrebbero utilmente porre le basi per dar vita a soluzioni capaci di rendere più efficiente o, secondo i più ottimisti, di trasformare radicalmente l’attuale sistema economico.

Sebbene si tratti di un ambito difficile da disciplinare, rientrando nella competenza di differenti soggetti pubblici a livello nazionale e operando, al contempo, su scala globale e al di fuori del sistema finanziario convenzionale (ciò che rende difficile monitorarne l’operatività), da qualche tempo i regolatori hanno iniziato ad affrontare talune tematiche e le indicazioni che ne sono scaturite sono state molteplici, con una varietà di orientamenti.

In un recente studio condotto dalla Banca d’Italia[23], a proposito di regolazione delle cripto-attività è riportato che “vi sono diversi vincoli e trade-off, quali la difficoltà a esercitare una sorveglianza efficace a fronte di rischi non facilmente presidiabili, la natura transnazionale del fenomeno, la necessità di non soffocare l’innovazione finanziaria, l’esigenza di tutelare i consumatori e di prevenire possibili rischi sistemici.”

Sul tema più generale della regolamentazione delle “cripto-attività”, le discussioni si concentrano su tre alternative: “isolare”, “regolare”, “integrare”.

La prima alternativa consisterebbe nell’impedire che le “cripto-attività” facciano parte dell’intermediazione bancaria e finanziaria; la seconda comporterebbe l’emanazione di una regolamentazione specifica; la terza si baserebbe su un adattamento del quadro regolamentare esistente in modo da accogliere questi nuovi strumenti.

Taluni Paesi hanno valutato la possibilità di includere le valute virtuali nel novero di fattispecie già appropriatamente regolate, altri hanno diramato apposite avvertenze ai consumatori o hanno assoggettato a un regime autorizzatorio lo svolgimento di talune delle attività proprie del sistema, altri ancora hanno proibito alle istituzioni finanziarie di negoziare valute virtuali o ne hanno addirittura vietato l’uso, perseguendo penalmente i trasgressori.

Se ancora non emerge un consenso ampio su una di queste opzioni, lo studio della Banca d’Italia sottolinea che “vi è, al contrario, uniformità di vedute sul fatto che si debba separare il tema delle “cripto-attività” (nelle diverse tipologie) da quello sulla tecnologia sottostante (la distributed ledger technology – DLT). Quest’ultima, se tecnologicamente robusta, potrebbe avere grandi potenzialità soprattutto nell’ambito dell’archiviazione crittografica, dell’uso degli smart contracts e di alcuni tipi di gettoni digitali”.

Tutto ciò richiede analisi approfondite sull’opportunità di intervenire per regolare anche le piattaforme di scambio perché, anche in questo caso, a livello internazionale, stanno emergendo approcci molto eterogenei: assenza di regolamentazione; interventi normativi limitati (è il caso dell’Italia); piena regolamentazione di settore (licenza a operare, definizione di standard tecnologici, presidi prudenziali specifici); divieto di operare.

Si tratta di risposte di policy ancora embrionali rispetto alle sfide poste dallo scambio di valute virtuali ed è altamente probabile che, nel prossimo futuro, intervenendo ulteriori sviluppi tecnologici, si aprano scenari di più vasta e incerta portata per i processi di intermediazione e di organizzazione dei mercati.

A mano a mano che si acquisirà una certa esperienza in ordine al funzionamento delle cripto-attività, la diffusione di standard internazionali[24] e buone pratiche potranno fornire utili indicazioni sulle misure regolatorie più appropriate da implementare.

Sembra comunque auspicabile, al riguardo, che le autorità calibrino i contenuti delle future regolazioni in modo da affrontare adeguatamente i rischi, senza, tuttavia, soffocare oltremodo l’innovazione.

  1. Si stima che negli Stai uniti solo lo 0,3% dei commercianti al dettaglio abbiano accettato bitcoin e solo 4 delle 500 principali piattaforme di e-commerce.
  2. Https://www.cryptocompare.com
  3. Fonte: “Rapporto E-Commerce in Italia 2019”, Casaleggio associati, Aprile 2019.
  4. Fonte: https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/ecommerce/e-commerce-il-wto-apre-a-regole-mondiali/
  5. Fonte: Western europe Ecommerce Trends in 2019, eMarketer, 2019
  6. Fonte: “Rapporto E-Commerce in Italia 2019”, Casaleggio associati, Aprile 2019.
  7. Il codice generato dalle vecchie chiavette non è dinamicamente legato alla transazione, come previsto dalla nuova normativa che mira a proteggere il consumatore creando un legame inscindibile tra la singola operazione e il codice autorizzativo
  8. https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2019-05-11/banche-conto-corrente-diventa-open-095404.shtml?uuid=ACaARQ
  9. https://smartmoney.startupitalia.eu/economia-digitale/65546-20190507-beyond-fintech-gli-strumenti-uniscono-banche-startup
  10. https://www.cetif.it/Dettaglio/?id=1504&t=Il%20futuro%20dei%20pagamenti:%20tra%20mobile%20banking,%20digital%20identity%20e%20blockchain.
  11. La survey è stata proposta a un campione di 1051 persone, tra cui studenti e dipendenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, con un’età compresa tra 18-60 anni.
  12. https://www.blockchain4innovation.it/sto/cose-la-tokenomics-e-quale-ruolo-possono-svolgere-gli-stable-coin-per-le-imprese/
  13. https://it.cointelegraph.com/news/bank-of-france-is-closely-watching-stablecoin-developments-says-governor
  14. https://www.cbinsights.com/research/blockchain-disrupting-banking/
  15. https://www.key4biz.it/le-criptovalute-in-aiuto-del-venezuela/
  16. Un esempio è BitPesa, un’azienda focalizzata sulla blockchain sulla facilitazione dei pagamenti B2B in paesi come il Kenya, la Nigeria e l’Uganda. BitPesa gestisce volumi di scambi mensili di $ 10 milioni. Rispetto a una tassa del 9,2% applicata in media sui pagamenti transfrontalieri in Kenya, BitPesa è in grado di tagliare le tasse al 3% attraverso la blockchain.
  17. https://www.key4biz.it/tutte-le-banche-vogliono-investire-nella-blockchain/250221/
  18. https://www.key4biz.it/svizzera-il-canton-ticino-vuole-la-sua-criptovaluta-il-ticinocoin/248231/
  19. Per molti analisti, la gamification su blockchain è un modo per creare fiducia in società sfiduciate.
  20. https://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/avvisi-pub/avvertenza-valute-virtuali-2018/avvertenze-valute-virtuali-2018.pdf
  21. Esse, infatti, a differenza degli intermediari autorizzati, non sono tenute ad alcuna garanzia di qualità del servizio, né devono rispettare requisiti patrimoniali o procedure di controllo interno e gestione dei rischi, con conseguente elevata probabilità di frodi ed esposizione al cybercrime.
  22. http://www.consob.it/documents/46180/46181/rischi_criptovalute.pdf/51942a52-4815-4a55-97f9-0bd95e5061d1
  23. Banca d’Italia, “Aspetti economici e regolamentari delle ‹‹cripto-attività››”, Questioni di Economia e Finanza n. 484, Marzo 2019.
  24. Taluni standard potrebbero comprendere accordi di cooperazione internazionale in settori quali lo scambio di informazioni e lo svolgimento di indagini nel perseguimento dei reati transfrontalieri.

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