PNRR e digitale: le misure urgenti per rimediare alla vaghezza del Recovery Plan italiano | Agenda Digitale

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PNRR e digitale: le misure urgenti per rimediare alla vaghezza del Recovery Plan italiano

Un piano di portata tanto importante quale il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza doveva prevedere fin da subito e in modo chiaro una guida forte, chiara ed istituzionale da parte del governo. Ecco allora misure che sarebbero fondamentali e prioritarie da indicare fin da subito e per le quali servono indicazioni esatte

18 Dic 2020
Michele Gentili

consulente ICT e Digital transformation - Associate Partner Fatto24, Membro del comitato promotore - Azione Regione Toscana

Recovery Fund

La pochezza della bozza del piano denominato Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (PNRR) – nel quale il governo Italiano indica le modalità con cui intende spendere i fondi del Next Generation EU e come suddividerli per il perseguimento degli obiettivi stabiliti e richiesti dalla UE – risulta evidente anche solo a un rapido confronto con l’equivalente francese, tedesco o spagnolo.

Anche volendo restare sulle tematiche relative al digitale, il piano francese presentato a settembre, per esempio, nel capitolo dal titolo forse pomposo ma di chiare intenzioni “Sovranità tecnologica”, per ogni misura fornisce tutti i dettagli su: obiettivo, impatto, territori coinvolti, finanziamenti e tempistiche di esecuzione, pur mantenendo la visione sul lungo termine, con computer quantistici, investimenti nel settore spaziale e molto altro.

Un piano di tale portata, dunque, a prescindere dai contenuti che saranno presenti e che anzi il piano doveva già contenere, doveva prevedere fin da subito, e in modo chiaro, una guida forte, chiara ed istituzionale da parte del governo, non solo pensando a quello in carica, ahinoi, ma anche a quelli futuri che dovranno gestirlo, affrettandosi poi nell’attuazione visto che i fondi arriveranno presumibilmente solo nella seconda metà del 2021 e molti di questi progetti sono pensati nel medio-lungo termine.

Facciamo allora il punto su quello che il piano contiene e sulle misure che sarebbero fondamentali e prioritarie da indicare fin da subito e per le quali sarebbe fondamentale che il documento contenesse indicazione esatta di destinazione di “quota parte” di investimenti, strutture competenti, territori e amministrazioni coinvolte, funzioni, dirigenti univocamente responsabili dell’attività e Indici di misurazione di raggiungimento di risultati.

I contenuti della bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Il Piano è suddiviso in quattro parti:

  • Obiettivi generali e coerenza del Piano
  • Le riforme e gli investimenti per una transizione “green, smart and healthy”
  • L’attuazione e il monitoraggio del PNRR
  • Valutazione dell’impatto macroeconomico del PNRR

Le quattro linee di indirizzo fondamentali sono poi suddivise in sei “missioni” che rappresentano le aree “tematiche” strutturali di intervento:

  • Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura
    • dotazione complessiva di 48,7 miliardi
  • Rivoluzione verde e transizione ecologica
    • dotazione complessiva di 74,3 miliardi
  • Infrastrutture per una mobilità sostenibile
    • dotazione complessiva di 27,7 miliardi
  • Istruzione e ricerca
    • dotazione complessiva di 19,2 miliardi
  • Parità di genere, coesione sociale e territoriale
    • dotazione complessiva di 17,1 miliardi
  • Salute
    • dotazione complessiva di 9,0 miliardi

Il PNRR ha una dotazione totale di 196 miliardi da utilizzare nei prossimi sei anni (2021-2026).

Digitalizzazione e innovazione

Dei 48,7 miliardi disponibili per questa “missione”, dieci sono a disposizione della modernizzazione e sicurezza della PA, che include dunque, lo snellimento della macchina burocratica della Pubblica Amministrazione, trentacinque miliardi per la digitalizzazione delle imprese e (solo) tre per la cultura e il turismo da rivedere anche questi in un’ottica innovativa e più digitale.

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La prima componente “Digitalizzazione, innovazione e sicurezza della PA” è ulteriormente declinata in quattro interventi:

  • Infrastrutture digitali.
  • Dati e interoperabilità.
  • Servizi e piattaforme.
  • Sicurezza cibernetica.

Accanto a questi quattro macro progetti ci sono due significative iniziative, la prima di accompagnamento verso la riforma della Giustizia e la seconda di incentivazione dei pagamenti elettronici:

  • Innovazione organizzativa della Giustizia e introduzione della figura dell’assistente giudiziario,
  • Diffusione dell’uso di tecnologie e pagamenti digitali nella popolazione.

A questi 48,7 miliardi, in tema di innovazione, andrebbero aggiunti, quasi integralmente, anche i 9 miliardi previsti per la Sanità, per la quale il piano presentato prevede solo due declinazioni, entrambe in ambito innovazione e digitalizzazione:

  • Assistenza di prossimità e telemedicina
  • Innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria

Il “come” che manca nella bozza

La bozza, come abbiamo già accennato, non contiene però, come invece sarebbe stato assolutamente necessario per aprire una discussione di merito in parlamento, “il come” queste linee di indirizzo generali verranno declinate in azioni concrete, con l’indicazione necessaria, per ogni azione, di costi, risultati attesi, “attori” coinvolti, strutture responsabili dell’attuazione e indicatori oggettivi di raggiungimento degli obiettivi (KPI).

Di fatto, non si trova nulla di tutto questo. Nella parte in questione, per fare un esempio fra tutti, si trova al punto 6 l’indicazione “Innovazione e Tecnologia: microprocessori” (solo il titolo e neanche una riga di descrizione) . Un po’ vago come punto, per una delle tecnologie più importanti su cui si stanno battendo colossi come Cina e Stati Uniti da anni, oltre a Big Tech del settore privato. Anche a livello democratico la vaghezza del piano crea problemi, aprendo una fase in cui il parlamento non dovrebbe discutere una dichiarazione di intenti, che è stata la stessa Unione Europea a definire, ma dovrebbe circostanziare gli interventi per aprire anche alle mozioni delle forze parlamentari, che invece così si troveranno a dover valutare un documento “vuoto” e inconcludente.

PNRR cosa ci dovrebbe essere per una vera rivoluzione digitale

Per non “sprecare questa crisi” sarà fondamentale la trasformazione dei costi del rilancio, in investimenti per il futuro. Per fare questo è importante dare dimostrazione di serietà e concretezza e non ci sembra di essere partiti con il piede giusto con questa bozza di piano. Il dovere del governo, in una fase così drammatica, è garantire un’azione concreta e sostenibile soprattutto nei confronti delle giovani generazioni. Per questo, l’obiettivo primario da perseguire nella fase di ripresa è quello di potenziare le infrastrutture economiche e sociali del Paese, e investire le risorse disponibili, oltre che nelle misure di sostegno immediato a persone e mondo produttivo, in azioni di trasformazione profonda del paese per renderlo un posto migliore dove poter vivere nei prossimi anni.

Per fare questo, un passaggio fondamentale è quello della Digitalizzazione e innovazione dei processi della PA e delle aziende private, soprattutto il tessuto composto dalle micro, piccole e medie imprese, che in Italia ricoprono un ruolo fondamentale, con prodotti e servizi, pubblici e privati interconnessi tra loro, che possano profondamente riorganizzazione la vita della collettività e di tutti i cittadini. Il Paese, intraprendendo un’azione di radicale digitalizzazione e innovazione, potrà fare un “salto in avanti” in termini di competitività del sistema economico, di qualità di lavoro e di vita delle persone, riducendo al contempo anche l’impatto ambientale e facilitando la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Non dimentichiamo inoltre che la digitalizzazione è strumento di trasparenza, riduce gli spazi per l’economia sommersa e illegale e rende possibile uno sfruttamento efficace dei dati per migliorare la qualità di tutte le decisioni di policy e amministrative, potendone valutare anche più facilmente l’efficacia per successivi interventi correttivi. L’Italia soffre in quest’ambito di un significativo ritardo rispetto ad altri paesi e l’epidemia ne ha messo in evidenza le conseguenze penalizzanti. Le iniziative da proporre dovrebbero essere pensate per colmare un divario che, se non viene colmato al più presto, potrebbe diventare insostenibile e ricadere con conseguenze drammatiche sulle sotti del Paese.

Le misure che mancano nel PNRR

Di seguito le misure che sarebbero fondamentali e prioritarie. L’elenco chiaramente è solo una proposta, non esaustiva, di azioni che ci sembrerebbe necessario fossero assolutamente presenti nel piano:

  • Ripristino e potenziamento immediato delle misure di super-ammortamento e iper-ammortamento previste da Industria 4.0 per tutta la durata degli interventi (2021-26) e aumentare i limiti per gli investimenti previsti per i crediti Ricerca & Sviluppo, ampliandole anche a ulteriori beni immateriali e incrementandone il beneficio previsto. Questo anche ai fini di incentivare il re-shoring (rientro degli investimenti delle aziende italiane che in precedenza avevano delocalizzato all’estero).
  • Concedere fondi per sostenere l’accesso alla banda larga delle fasce meno abbienti della popolazione, focalizzato sulla migliore tecnologia disponibile localmente e differenziato tra fibra e altre tecnologie.
  • Cablare la PA, con particolare attenzione a scuole e strutture socio-sanitarie e amministrazioni locali periferiche per rendere possibile il passaggio a servizi digitali al cittadino, con profonda ristrutturazione dei contratti dei dipendenti del pubblico impiego, in modo che prevedano in modo integrato il lavoro in smart working.
  • Promuovere l’e-procurement a tutti i livelli, attivando tutte le leve normative e operative necessarie (ad es. revisionare e attuare la disciplina attuativa per la digitalizzazione degli appalti con la interconnessione delle basi dati degli appalti pubblici). Completare al contempo il passaggio al digitale per tutta la fase di acquisto (dopo l’introduzione della Fatturazione Elettronica), sia nel B2G che nel B2B, con l’estensione dell’ordine elettronico anche a tutto il mondo privato e non solo al settore pubblico della Sanità (come è oggi).
  • Rimuovere inutili vincoli nell’utilizzo di dati amministrativi, quali censimenti o altri dati in possesso della PA, a fini statistici, di ricerca scientifica, e di valutazione delle politiche nel rispetto del Regolamento Europeo 679/2016.
  • Supportare le PA Locali nei processi di trasformazione digitale, dotando il Ministero dell’Innovazione di risorse umane e finanziarie consistenti per promuovere la migrazione e l’uso generalizzato di PagoPa, “IO”, SPID o CIE, firma digitale e rimuovendo il vincolo dell’attuale ministero che si trova a dover dipendere per la fase attuativa da altri ministeri.
  • Sostegno a Start-up innovative. Incrementare le misure di sostegno alle start-up, micro imprese e PMI innovative, con incremento delle agevolazioni fiscali che incentivino l’investimento da parte di venture capitalist, società e fondi, detassandone i futuri proventi e aumentando le detrazioni e le deduzioni.
  • Rafforzamento della cyberdifesa nazionale. Potenziare in misura significativa la capacità di prevenzione, monitoraggio, difesa e risposta, in linea con i migliori standard internazionali. Prevedere un forte incremento di risorse umane qualificate e investimenti su infrastrutture e dotazioni tecnologiche degli organismi preposti (comparto intelligence, Polizia postale e delle comunicazioni, Difesa, etc.).
  • Piano Competenze ICT e medio management nella PA e del settore privato. Formazione mirata dei dipendenti pubblici (ma anche privati) per competenze specifiche di digitalizzazione della PA sia ai livelli base che ai funzionari di livello intermedio.
  • Piano di evoluzione verso un ecosistema unico di digital health nazionale. Sviluppare un Ecosistema Digitale Salute a livello nazionale, una sorta di orchestratore pubblico dei dati sanitari, che connetta tutti gli attori della filiera e renda disponibili tutti i dati sanitari del paziente agli operatori autorizzati, ai medici di base e alla medicina del territorio. Permettere anche un sistema unico di telemedicina integrata per curare a casa i pazienti (ove possibile) e presso strutture sanitarie pubbliche/private e in ospedale, attraverso personalizzazione dei metodi di cura e monitoraggio costante per interventi più efficienti.
  • Piano per lo sviluppo di progetti di Intelligenza artificiale che possa aiutare a costruire la filiera basata su un’economia più innovativa, efficiente, sostenibile e competitiva, migliorando la sicurezza, l’istruzione e l’assistenza sanitaria per i cittadini. Pur sostenendo lo sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale, l’Italia deve essere consapevole dei rischi potenziali e si deve incoraggiare un approccio etico, incentrato sulle persone. Aumentare gli investimenti pubblici e privati ​​in ricerca, innovazione e diffusione di questa tecnologia, al fine di garantire un migliore e più sinergico coordinamento tra i centri di ricerca europei già attivi presentando un piano realizzativo che preveda il partenariato tra pubblico e privato. Con questa iniziativa si dovrà al contempo contribuire alla lotta al cambiamento climatico.
  • 5G: Sostenere la diffusione capillare di questa tecnologia che può essere “motore” di rilancio per il settore manifatturiero, quello rurale o anche per settori come la sanità, la formazione e il turismo, soprattutto delle zone più disagiate e periferiche, che potrebbero trarre i maggiori benefici dalla diffusione di questa tecnologia.

Conclusioni

Alla luce di quanto abbiamo appena descritto, ci sembra pura follia l’ipotesi che vedrebbe alla guida del piano, una task force di 300 tecnici, con un comitato esecutivo composto da sei manager (pubblici) e un Comitato interministeriale degli affari europei. Il tutto con la sovrintendenza diretta del Premier Giuseppe Conte, del ministro Gualtieri e del ministro Patuanelli. La maxi task force di 300 esperti avrebbe il compito di coadiuvare il comitato esecutivo, un organo tecnico che sarà responsabile degli obiettivi del Recovery Plan italiano e che terrà in mano le redini dei singoli progetti, forte anche di poteri speciali che gli permetteranno di sostituirsi ai soggetti attuatori (enti, istituzioni, imprese). Da sempre, perché lo prevede la nostra costituzione, questi poteri sono in mano al governo, tramite i ministeri e le funzioni di cui sono da sempre dotati. Non si capisce il motivo per cui ci si debba rivolgere a delle strutture differenti e inventarsi poteri speciali che sono normalmente in mano ai Ministri e alle loro strutture. Se c’è un problema di affidabilità e competenza dei ministri, se ne prenda atto, ma non ci si inventi sovra strutture che verrebbero smantellate al prossimo cambio di governo con rischi enormi sui risultati da raggiungere e sulla credibilità dell’intera nazione.

Altro tema è quello legato alla nostra atavica difficoltà nella realizzazione di progetti per la scarsa capacità implementativa e di controllo nella fase realizzativa. Sono noti i tanti fondi, sia europei che nazionali, stanziati e non spesi per mancanza di progettualità o per la burocrazia che scoraggia molte volte anche i soggetti privati a prendere parte a tali iniziative. Una parte rilevante delle risorse dovrà essere spesa entro il 2023; tutti i progetti devono essere approvati entro quell’anno e le risorse andranno comunque spese tutte entro il 2026. Per fare un confronto, negli ultimi sette anni siamo riusciti a impegnare solo il 40 per cento dei 40 miliardi previsti nell’ultima programmazione dei fondi strutturali europei. Il governo propone di risolvere questo grande problema, attraverso l’introduzione di uno specifico meccanismo di governance. Ogni missione verrebbe affidata a un Responsabile, con poteri tipo “commissario straordinario”, affiancato da una struttura tecnica. Il problema con questa struttura piramidale è la completa deresponsabilizzazione dei ministeri, che invece, come previsto dal nostro ordinamento, hanno il potere di spesa sulle attività che rientrano in quelle previste dal PNRR. Se non si occupano della attuazione del Piano, non si capisce bene che cosa dovrebbero fare nei prossimi cinque anni i ministri. Questo è un aspetto fondamentale sul quale si spera che il governo faccia un immediato dietro front.

Visto che l’attuazione potrebbe vedere il coinvolgimento di più governi (minimo due nella migliore e quasi impossibile ipotesi) è necessario che il PNRR venga discusso e trovi il massimo consenso non solo tra le forze politiche di maggioranza, ma anche, più in generale, nelle opposizioni tutte e nella società civile e tra le forze sociali. Impensabile non avere il massimo coinvolgimento e la massima coesione intorno ad un progetto che vale il nostro futuro.

L’Europa sta spingendo sempre di più per diventare forte, finanche addirittura sovrana, per quanto riguarda il digitale. A questo rinascimento e rilancio europeo l’Italia potrebbe e dovrebbe partecipare da protagonista. Ma prima deve saper recuperare il ritardo accumulato in questi anni in cui l’innovazione era vista come qualcosa di sospettoso, quasi non necessario, da fare sì, ma solo se avanza un po’ di tempo. Ora gli eventi (forse) ci hanno fatto capire quanto sia realmente necessaria la digitalizzazione dell’intera società: facciamo in modo che diventi presto un punto di forza per il nostro paese, non solo una pillola da ingoiare perché ce lo chiede Bruxelles.

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