Forum Pa

Smart city è cultura dei dati, per un migliore governo cittadino

Fra poco più di un mese prende il via Smart City Exibition Bologna. Uno dei temi al centro della manifestazione è quello dell’utilizzo dei dati per prendere decisioni di governo. Ecco i casi d’eccellenza in Italia e nel mondo
Ne abbiamo parlato col curatore della rassegna, Gianni Dominici.

Pubblicato il 11 Set 2015

Federico Guerrini

giornalista

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Amministrare e far evolvere un nucleo urbano ha molto più a che fare con la gestione delle informazioni, dei dati, che con qualche gadget più o meno accattivante. Per questo, quando si parla di “smart city”, lo si fa molto spesso a sproposito.

“Non basta certo un lampione connesso, a rendere una città intelligente – spiega Gianni Dominici, direttore generale di Forum PA e curatore di Smart City Exibition, la rassegna in programma a Bologna dal 14 al 16 ottobre – Non si può governare il territorio senza conoscerlo e non si può diventare una vera responsive city (ossia una città in grado di mutare e crescere sulla base delle esigenze misurabili dei cittadini) senza poter contare su una “cultura del dato” e sulle competenze per trasformare il dato grezzo in informazione, e l’informazione in decisione”.

Il rapporto fra cittadini, pubblica amministrazione, in una città i cui amministratori hanno a cuore questi temi, può assumere diverse declinazioni. Le prime fonti a cui attingere per costruire un modello attendibile di quanto avviene sul territorio, sono quelle tradizionali; ad esempio, censimenti Istat e altre rilevazioni sulla mobilità, le opportunità abitative o occupazionali in un determinato nucleo urbano.

A queste fonti consolidate, con l’emergere negli ultimi anni di una più diffusa cultura della trasparenza all’interno della P.A. e col diffondersi, fra i cittadini, di nuovi strumenti tecnologici quali tablet e smartphone, se ne sono aggiunte però altre.

Le città hanno iniziato a “liberare” un numero sempre crescente di dataset, e a mettere tali banche dati a disposizione di cittadini e sviluppatori in un formato aperto, ossia costruito in maniera tale che chiunque, con un minimo di conoscenze tecniche, vi avrebbe potuto attingere per realizzare prodotti o per far emergere notizie e scenari altrimenti indistinguibili nel grande mare magnum delle conoscenze accumulate.

Lo ha fatto per esempio, la città di New York, con il portale NYC Open Data, che oggi contiene più di 1.300 dataset su argomenti che vanno dalla posizione dei punti di accesso al wi-fi in città alle chiamate al 311, il servizio di emergenza e pronto intervento. Lo ha fatto Londra, con il suo Datastore, attorno al quale è emersa una vasta comunità di developer e con la CityDashboard, che consente di avere velocemente un colpo d’occhio di utti i principali dati relativi alla città. Lo hanno fatto molte altre città, principalmente, ma non solo, dell’Europa Occidentale e del Nord America.

Accanto agli Open Data, rilasciati dall’alto, ci sono quelli prodotti dai cittadini stessi, che grazie alla tecnologia, hanno iniziato ad operare come “sensori”. Basta una minuscola centralina, in grado di rilevare condizioni atmosferiche e altri parametri, come ad esempio il grado di inquinamento, e il gioco è fatto.

Fra i progetti più ambiziosi in questo campo, c’è quello della città di Manchester, una delle prime, con Amsterdam, ad abbracciare la piattaforma Smart Citizen, nata in Catalogna per trasformare i residenti in “cacciatori di dati”.

Ma anche in Italia non mancano esperimenti simili. “Un esempio – racconta Dominici – è quello di NetAtmo, un kit che monitora le precipitazioni e il clima interno e esterno alle abitazioni, e anche il livello di inquinamento e invia le misurazioni ad un’app”. L’utente può scegliere poi di condividere questi dati sul cloud, all’interno della community di NetAtmo, contribuendo così alla creazione della Weathermap, la mappa del clima.

E vale la pena ricordare pure l’esempio di Ducati Energia, che assieme ad altre aziende di tutto il mondo è impegnata nella realizzazione della Copenhagen Wheel, la bicicletta intelligente dotata di chip bluetooh per le comunicazioni, e sensori ambientali che forniscono al ciclista, tramite il telefonino, informazioni sul percorso da seguire, sull’inquinamento e sul traffico.

Quelli sopra citati sono esempi di ‘crowd sensing’ in cui il cittadino ricopre un ruolo importante, ma in certa misura passivo, limitandosi a fungere da piattaforma e ‘snodo’ per la pubblicazione dei dati raccolti dai sensori.

Altra cosa accade quando gli abitanti partecipano tramite la tecnologia alla vita delle comunità in maniera attiva, con iniziative personali. Uno dei tanti modi in cui questo può avvenire, è attraverso l’utilizzo di piattaforme prodotte da terze parti che consentono alle persone di segnalare un disservizio.

Una delle più celebri è senz’altro FixMyStreet, una piattaforma open source creata da MySociety, una Ong britannica e che può essere liberamente adattata e personalizzata da chiunque abbia intenzione di dare ai cittadini la possibilità di esprimersi (e quindi, generare dati su quello che non va). Tramite il portale ad hoc così creato, I report prodotti dai cittadini vengono trasmessi al Comune, e viene monitorato lo stato di avanzamento della pratica. Non mancano anche in Italia esperienze simili.

Udine è la città più avanzata a questo riguardo – dice Dominici – con un servizio molto simile a FixMyStreet, che mette online non solo lo stato della procedura che è stata attivata per risolvere il problema, ma anche chi l’ha presa in carico”. Qualcosa di simile avviene a Venezia, dove è attivo il progetto Iris (Internet Reporting Information System), grazie al quale i cittadini possono segnalare un problema indicando su una mappa online il punto in cui esso si trova ed possono caricare sul sito anche una fotografia del luogo interessato.

Infine, un’altra possibile fonte di informazioni per gli amministratori che vogliono prendere decisioni data-driven, è il monitoraggio dei social network per captare lo stato d’animo, il ‘sentiment’ dei cittadini.

Ibm, per esempio, ha applicato questa tecnica per studiare l’umore dei residenti di tre grandi città indiane, Bangalore, New Delhi e Mumbai e capire quali erano i problemi più ricorrenti. Negli Usa, la città di Chicago è stata uno dei pionieri nel campo della sentiment analysis. In Italia, merita segnalare il lavoro fatto da Telecom tramite i suoi laboratori sparsi per la penisola, che collaborano con le locali Università. In particolare, lo SKIL Lab (Semantics and Knowledge Innovation Lab) di Trento ha svolto diverse ricerche nel campo dell’analisi dei Big Data, sviluppando fra le altre cose, in collaborazione col Politecnico di Milano, City Sensing una piattaforma per la gestione di eventi di grandi dimensioni in ambito cittadino, basata anche sull’elaborazione dei messaggi lasciati dai partecipanti sui social media.

I mezzi a disposizione, per chi voglia farsi aiutare dai dati per sviluppare progetti nella pubblica amministrazione, non mancano. Ma non è detto che servano se, come accennato in apertura da Dominici, manca una cultura del dato. E se alla trasparenza non si associa quella che dovrebbe essere l’altra faccia di una stessa medaglia, l’accountability, ossia la capacità da parte dei cittadini di chiedere conto e ragione delle decisioni prese.

“Siamo uno dei pochi paesi in cui non esiste un analisi a posteriori dell’impatto delle decisioni”, sottolinea l’esperto.

Forse per questo possono verificarsi situazioni come quella relativa ai cosiddetti “esodati”, riguardo al numero dei quali sono state fornite di volta in volta cifre diverse e contraddittorie o come la recente polemica fra il ministro del Lavoro e l’Istat sull’uso politico dei dati sull’occupazione.

La strada, insomma, è tracciata. Ma c’è ancora molto lavoro da fare.

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