Sovranità digitale: perché serve all’Europa (e all'Italia), e come arrivarci | Agenda Digitale

l'analisi

Sovranità digitale: perché serve all’Europa (e all’Italia), e come arrivarci

L’Europa deve (e può) ambire a essere un economia digitale ai vertici mondiali: non può permettersi di essere subalterna a Usa e Cina. Ma deve farlo in modo responsabile e sostenibile: la strada da seguire. Allo stesso tempo, l’Italia non può più essere fanalino di coda nell’Ue in fatto di digitale: cosa ci serve

26 Ago 2020
Michele Gentili

consulente ICT e Digital transformation - Associate Partner Fatto24


La prima lezione che dovremmo imparare dall’emergenza sanitaria del covid-19 sembra abbastanza lampante: l’Europa, e con essa gli Stati membri, deve rafforzare la sua sovranità digitale al fine di affrontare meglio le sfide del futuro, garantire mezzi di sussistenza e garantire la fruibilità dei servizi e la sicurezza ai suoi cittadini.

L’Europa deve fare affidamento sulla forza economica che ha ampiamente dimostrato in questi mesi, sulle potenzialità della ricerca, sostenendo con forza la sua crescente infrastruttura tecnologica e finanziando poderosamente l’economia digitale; allo stesso tempo, deve riuscire a garantire che i valori democratici che la contraddistinguono, continuino ad essere la solida del continente e che si possano applicare anche nell’era digitale.

L’Europa può e deve posizionarsi in un ruolo di primo piano in nell’era tecnologica – che non ci può vedere schiacciati tra USA e Cina – ma lo deve fare in modo responsabile e sostenibile.

Perché è essenziale la sovranità digitale europea

Per sostenere e “guidare” questo cambiamento, un’infrastruttura digitale sicura e “sovrana”, resiliente e sostenibile situata in Europa è essenziale. È essenziale che l’Unione Europea incrementi la competitività in un settore così strategico, attualmente dominato dagli Stati Uniti e dalla Cina, passando per la creazione di una economia digitale europea dedicata.

Proprio per questo sarebbe fondamentale agire su alcune leve fondamentali sostenendo dei passi prioritari:

  • rafforzare l’economia digitale della UE attraverso un miglioramento dei requisiti di sicurezza per le piattaforme e i fornitori di servizi digitali;
  • Promuovere un ecosistema per collegare le infrastrutture Cloud europee per poter mettere in relazione ancora più dati strutturati ed interoperabili;
  • approfondire e ampliare la regolamentazione normativa sulla progettazione che tenga conto dell’impatto ambientale e l’uso sostenibile e socialmente responsabile dell’IA nella UE, nonché sul potenziale di questa tecnologia, in particolare nel settore sanitario;
  • promuovere lo sviluppo di un’unica strategia a livello di UE per la protezione della proprietà intellettuale, che promuove l’innovazione e la creatività e che garantisce un accesso equo al mercato interno;
  • costruire una rete di “Diplomazia digitale” tra Ministri degli esteri europei per poi promuovere un’unica diplomazia europea comune nell’era digitale;
  • accelerare la connessione alle reti Gigabit incluso il 5G;
  • Aprire e sostenere una discussione per stimolare misure adeguate per possano combinare digitalizzazione e sostenibilità.
  • Promuovere l’alfabetizzazione digitale nei paesi europei con un più basso sviluppo su questo fronte. Purtroppo, l’Italia è tra questi e bisogna uscire al più presto dalle vette di questa classifica;

Il futuro dell’Europa si regge sui dati. Pizzetti: “Così l’UE ha cambiato approccio”

La “Cyber Diplomazia”: norme, valori e regolamentazione necessari nel cyber spazio

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L’esercizio del potere e l’acquisizione del consenso per ottenerlo, sono sempre più esercitate a livello internazionale utilizzando tecnologie digitali. L’UE e i suoi Stati membri devono essere attivamente coinvolte nelle discussioni in corso sugli standard digitali, in particolare nelle sedi ONU pertinenti come l’Open Working Group (OEWG) o il Group of Government Experts (GGE); allo stesso tempo, devono rafforzare la loro capacità di rispondere in modo efficace, tempestivo ed efficiente, alle attività dei criminali informatici, per ovviare a possibili azioni dannose che minerebbero alle fondamenta qualsiasi politica di sviluppo digitale.

Anche i rapporti internazionali, con lo sviluppo del digitale, si devono “aprire” a nuove metodologie di relazione che consentano di dialogare in modo corretto e sui nuovi temi di interesse aprendo il dialogo ad una vera e propria “Cyber Diplomazia”. Sostanzialmente con questo termine si intende delimitare e conoscere tutti gli attori coinvolti nel cyber spazio, identificarne il ruolo e il comportamento, stabilire a priori quali siano le azioni che in questo spazio risultano fraudolente o criminose e qualora quest’ultime si manifestino, avere gli strumenti comuni di identificazione e le regole di ingaggio e di intervento concordate e condivise con gli altri Stati, per poter agire con mezzi opportuni, rapidi e congrui sia di carattere informatico, sia di carattere legislativo.

È evidente come risulti determinante avere un insieme di regole che valgano al di fuori dei confini nazionali, visto che lo spazio virtuale della comunicazione digitale è di fatto unico e globale.

Proprio in quest’ottica sarebbe determinante che l’Italia, insieme agli altri paesi fondatori, mi riferisco in particolar moda a Francia e Germania, proponga e sostenga, in sede internazionale, una linea comune tesa a:

  • sviluppare un quadro d’azione dell’UE per la cyber diplomazia globale per i prossimi dieci anni.
  • l’uso di cyber diplomazia, compreso il regime sanzionatorio per i Cyber crimini, della UE deve essere sviluppato e diventare un modello/guida internazionale come avvenuto per il GDPR;
  • sviluppare una posizione Europea comune (netta e forte) nei forum delle Nazioni Unite OEWG, GGE e nel comitato di esperti sulla criminalità informatica;

Politica sui dati per la sovranità digitale: innovativa, sicura e sostenibile

I dati sono al centro dell’economia e degli ecosistemi digitali. Ormai tutto quello che si “auto genera” al di fuori dei database aziendali sono Big Data e chi li sa usare e dominare, soprattutto con tecniche e algoritmi di Intelligenza Artificiale (AI), riesce a prendere in breve tempo il sopravvento. L’uso “ragionevole” e regolamentato di questa ricchezza di informazioni può rendere le organizzazioni, sia private ma anche e soprattutto quelle pubbliche, pensiamo a quelle con una importanza sociale centrale come l’assistenza sanitaria, l’agricoltura e i trasporti, ad esempio, più efficienti, sostenibili e flessibili. Siamo sulla buona strada per un’economia e una società basate sui dati, ma dovremo delineare in maniera più efficace come dovrebbe essere questo futuro, soprattutto intervenendo e concordando le regole anche al di fuori della UE.

Altrimenti non saremo mai “sovrani” dei nostri dati. Come cittadini e come cittadini dell’UE in particolare.

Vediamo bene come, soprattutto una Cina a “briglie sciolte”, stia prendendo il sopravvento nell’uso di tecnologie pericolose, come il controllo e la sorveglianza sull’operato dei cittadini (e non è garantito che sia solo di quelli cinesi) tramite tecniche di riconoscimento del volto o sorveglianza continuativa, piuttosto che la limitazione indiscriminata sull’uso di piattaforme tecnologiche a fini politici.

L’uso dei dati a beneficio della società è un delicato compromesso da raggiungere e di certo ancora di là da essere trovato. La protezione della privacy e la protezione dei cittadini devono essere garantite nell’ambiente digitale come in tutti gli altri settori della politica dell’UE, settori nei quali c’è una base molto più solida frutto di tantissimi anni di mediazioni e concordati.

In quest’ottica, sarebbe molto importante sviluppare un orientamento europeo unico che consenta di:

  • gettare le basi per un Cyber Spazio europeo unico dei dati sanitari per promuovere lo scambio e la condivisione di fascicoli sanitari elettronici e altri dati sanitari e sviluppare un codice di condotta sull’uso dei dati sanitari, superando così il fascicolo sanitario nazionale e aprendolo veramente ed in modo compiuto all’utilizzo da parte dei cittadini.

Proprio su questo, guardando i dati disponibili sul sito AgID, apro una piccola ma importante parentesi, si ha un quadro veramente scoraggiante: In regioni in cui l’attuazione è del 100%, ad esempio Lombardia e Toscana, l’utilizzo reale (monitorato verificando l’accesso negli ultimi 90 giorni) da parte dei cittadini è ben sotto al 20% per quello che riguarda la Toscana e poco oltre il 40% per quello che riguarda la Lombardia che, come ben sappiamo, è la prima regione Italiana ad averlo implementato e in cui è operativo da tantissimi anni;

  • Promuovere tavoli di discussione per linee guida sugli spazi comuni di “dati europei” nei settori dei trasporti, dell’agricoltura e dell’economia circolare, con i quali vengono mantenuti e regolamentato l’utilizzo e la protezione dei dati dei cittadini.

Sono questi i pilastri per una sovranità digitale europea.

Una nuova era digitale per il cittadino europeo

Ma non basta. Il cambiamento tecnologico e digitale sta influenzando e influenzerà sempre di più tutta la nostra società, dalla politica a tutte le aree del settore privato, all’economia e alla sanità. Questo cambiamento può e deve essere modellato con successo solo con la partecipazione attiva dei cittadini che possano contare su delle regole certe ed uno spazio sicuro.

Fondamentale dunque promuovere le componenti sociali chiave della strategia per “un’Europa dell’era digitale”:

  • la promozione di programmi di riqualificazione delle competenze e delle tecnologie digitali necessarie per le professioni sistemicamente rilevanti del futuro;
  • il trasferimento garantito degli elevati standard europei nei settori della sicurezza sociale e delle condizioni di lavoro nell’era digitale.

Soprattutto su questo l’Italia avrebbe bisogno di un vero e proprio salto di qualità anche per avere la forza e la credibilità di portare la propria voce in ambito internazionale. Qualche buono spunto, recentemente, è venuto dal Piano Colao, che propone incentivi per la formazione digitale dei lavoratori e per assunzioni di profili specialistici, un programma didattico sperimentale per migliorare le competenze digitali degli insegnanti, un generico “incremento della digitalizzazione del comparto scuola e università” un coinvolgimento del Servizio Civile per ridurre il digital divide dei bambini e delle famiglie più povere. Tutto questo va nella direzione giusta, ma per migliorare la cultura digitale in Italia servono interventi più completi, che agiscano su tutte le fasce d’età, dai primi giorni di scuola fino alla pensione, per migliorare e rafforzare le competenze digitali.

Finché saremo tra gli ultimi paesi in Europa per cultura digitale, non potremo avere il giusto peso che ci dovrebbe competere per “guidare” le decisioni e le scelte così importanti.

Serve soprattutto poi, che qualunque siano le misure intraprese, queste siano facilmente fruibili, perché come sempre alla fase normativa, deve seguire una verifica e un controllo della fase implementativa che è quella nella quale il nostro Paese, nonostante le buone intenzioni, spesso fallisce.

Nessuno sviluppo digitale sarà reale e concreto, né per l’Italia e né per l’Europa, se non sarà pervasivo e portatore di reali benefici per tutti.

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