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Direttore responsabile Alessandro Longo

Istruzione

Un milione di euro per formare i docenti al digitale sono ben poca cosa

di Paolo Ferri, università Bicocca di Milano

07 Gen 2015

7 gennaio 2015

Il nuovo decreto ha stanziato appena 1,25 euro a insegnante per la formazione. Una miseria. Ben maggiori risorse vanno alle smart cities, anche a progetti di ricerca nell’istruzione. Ha senso? il commento di Paolo Ferri

Altrove su questa testata abbiamo provato ad analizzare il provvedimento La Buona scuola del Governo Renzi relativamente al suo impatto sulla digitalizzazione della scuola. Lo reputiamo una sintesi organica e interessante. A parte alcune cadute il documento affronta i molti problemi della scuola italiana ma rischia di essere vago proprio sulla parte attuativa.

Se non saranno trovate le risorse per dare corpo ai principi che vi sono enunciati, si tratta di un “libro dei sogni”, non di un “incubo” come le contro-riforme Moratti e Gelmini ma di un buon libro dei sogni. Manca una road map chiara dei tempi di attuazione dei provvedimenti previsti e solo in questo modo le corrette indicazioni contenute ne La Buona Scuola potrebbero essere un reale viatico alla digitalizzazione “mancata”, fin ora, della scuola italiana.  Da questo punto di vista la Legge di stabilità “tace” colpevolmente. Tuttavia due settimane fa è stato emanato un Decreto del Direttore Generale del MIUR che stanziata un milione di euro per la formazione al digitale degli insegnanti. Bene: ne La Buona Scuola si sosteneva correttamente come l’investimento in Tablet e Lim dovesse essere sostituito da quello, prevalente in “banda” e “formazione” e dall’applicazione per le macchine del principio Bring Your Own Device (BYOD) e questo pare oggi cominciare ad accadere.

Il ministero con il decreto n. 6  Decreto del Direttore Generale pubblicato il 6 novembre ha stanziato un milione di euro per la formazione alle uso delle tecnologie didattiche degli insegnanti.

Lo stanziamento è destinato al finanziamento degli interventi formativi per accrescere le competenze del personale docente sui processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica a favore delle Istituzioni Scolastiche che saranno individuate mediante una selezione di progetti. Il finanziamento complessivo è stato ripartito su base regionale in proporzione all’organico docenti. Ecco la tabella della ripartizione dei fondi regione per regione:

 

Abruzzo          € 23.240,62

Basilicata         € 11.901,39

Calabria           € 41.766,78

Campania        € 119.362,10

Emilia Romagna            € 65.256,14

Friuli               € 19.892,58

Lazio               € 92.678,91

Liguria                        € 22.084,81

Lombardia      € 147.114,86

Marche € 26.840,72

Molise                         € 5.730,97

Piemonte         € 70.534,41

Puglia              € 75.933,73

Sardegna         € 29.741,03

Sicilia              € 96.935,69

Toscana           € 60.334,41

Umbria            € 15.156,57

Veneto                        € 75.494,29

Tot.               € 1.000.000,00

 

Una buona notizia per l’Agenda digitale della scuola? L’interpretazione è duplice. Sì, perché dopo anni di “tagli” dell’organico del personale e delle risorse per la formazione si investe di nuovo sugli insegnati. No, per r almeno due ragioni, la prima delle quali molto evidente:

1. Un euro e venticinque centesimi per insegnante non serve a formare nessuno

Il problema come solito sta nei numeri e nelle poste di bilancio. Il fatto è che l’organico dell’Anno Scolastico 2013/2014 dei decenti italiani è pari a 600.839 posti di ruolo, cosi ripartiti tra i differenti livelli di scuola.

– Scuola dell’infanzia: 81.352; – Scuola primaria: 198.850; – Scuola secondaria di primo grado: 131.761; – Scuola secondaria di secondo grado: 188.876. A cui devono essere aggiunti, un numero difficile da rilevare di precari e supplenti annuali, numero che oscilla tra i 250.000/300.00 (stima sindacale) e i 150.000 stima del piano  del governo che ne prevede l’assunzione entro il 2015[1]. Se facciamo una media delle due stime agli 800.000 insegnati italiani (precari e no) spettano quindi in formazione tecnologica l’equivalente di 1,25 euro a testa.

La cifra è davvero di esigua, forse i dirigenti delle scuole riusciranno ad acquistare per i loro insegnanti un quotidiano, nel giorno in cui esce il suo supplemento tecnologia; forse secondo l’italica arte di arrangiarsi si troveranno soluzioni ingegnose, ma lo stanziamento del governo in proporzione alla popolazione insegnate è davvero poca cosa. Non si vede, quale formazione possano progettare ed erogare, le reti di scuole che a livello locale dovranno gestire questo “ingente” quantitativo di risorse! Si tratta, in qualche modo, di un “annuncio”? Di un segnale che la necessità di formare gli insegnanti al digitale è stata compresa? Quello che è chiaro è che se non verranno stanziate maggiori risorse, si rischia di muoversi sulla stessa linea della formazione relativa al coding che dovrebbe erogare il ministero attraverso l’INDIRE a tutti gli insegnanti di tutte le scuole (poche ore ovviamente volontarie e non incentivate per gli insegnanti), e che potrebbe poi al grande risultato di erogare almeno un’ora all’anno di insegnamento di programmazione (coding) per gli studenti italiani della scuola primaria italiana e superiore di primo grado… California dreaming!

2. Smart Cities battono istruzione: diciannove a uno

Il secondo motivo, per cui il provvedimento del Governo, si presenta del tutto insufficiente rispetto all’obiettivo, è un motivo per così dire “comparativo”. Proviamo, infatti, a mettere a confronto le risorse stanziate nell’ambito del progetto smart cities alla voce “scuola” e quelle dedicate alla formazione degli insegnanti dal Governo. La comparazione è imbarazzate: diciannove milioni di euro (si tratta di fondi europei specificatamente dedicati a progetti “Scuola”) contro uno. Si dirà che la comparazione è indebita, che si tratta di progetti di ricerca e non di formazione, ma lo squilibrio tra gli stanziamenti finalizzati a singoli progetti dal MIUR nell’ambito del programma Smart Cities, e quelli messi in campo per la formazione digitale di tutti gli  insegnanti italiani è davvero stridente. Analizziamo, poi, alcuni dei “titoli” dei progetti “Smart Cities” finanziati sotto l’etichetta” Scuola”, i cui fondi non sono ancora stati sbloccati definitivamente:

1. INF@ANZIA DIGItales 3.6: migliorare l’apprendimento  tra i 3 e i 6 anni; 8.227.664,15;

2. S.A.M.E. – Soluzioni e Applicazioni Mobili contro  l’Esclusione 1.000.000,00;

3. ILEARNTV, anywhere, anytime 8.455.030,00

4. Grand Tour 3.0 – Progetto di networking tra scuole e  istituzioni culturali per una fruizione innovativa, partecipata, open source e on demand del patrimonio culturale italiano e internazionale; 800.000,00

5. Gli studenti di oggi: la scuola del domani 439.400,00.

Senza entrare nel merito della validità di questi progetti che è stata lungamente e faticosamente vagliata per due anni dagli organismi competenti, non possiamo non notare che la maggior parte dei finanziamenti di concentrano su due progetti: INF@nzia DIGItales  e IlearnTV che hanno un impatto prevalentemente territoriale locale.

Il primo INF@ANZIA DIGItales 3.6 si propone, sono parole di uno dei partner del progetto, .di progettare “Tecnologia di nuova concezione, software intelligenti e hardware progettato ad hoc per la scuola materna e per le elementari (…) – il cui obiettivo, cito sempre testualmente, è – “traghettare la scuola verso il mondo digitale senza però dimenticarne le origini ma piuttosto cercando di creare una scuola Montessori 2.0”.

Speriamo che il progetto abbia successo riescano anche se l’impresa pare ardua, almeno nelle provincie di Roma, Trento e Napoli dove i nuovi “hardware” verranno sperimentati!

Il secondo è il progetto ILEARNTV, presentato dall’Università di Cagliari (Dipartimento di Matematica e Informatica) in partnership con altri enti pubblici e privati (ENEA, Lattanzio Learning e associati, Cybersar e Nexera) e ha come responsabile scientifico il prof. Gianni Fenu che afferma in un intervista “il progetto ha l’obiettivo  finale di realizzare di una piattaforma completa per la formazione e l’aggiornamento a distanza dei docenti delle scuole, e anche attraverso la progettazione di moduli formativi e learning objects interoperabili”. Il progetto sarà sperimentato in Sardegna nei settori della giustizia e della sanità Perché non nella scuola, verrebbe da commentare, e poi c’era davvero bisogno di un’altra piattaforma di elearning cloud … ne esistono molte e molto simili.

Auguriamo, ovviamente, il miglior successo ai quattro progetti finanziati dal MIUR, e agli altri progetti per 350 milioni di euro finanziati nell’ambito dello stanziamento Smart Cities, ma ci chiediamo, perché, per la formazione al digitale degli insegnanti non vengono impiegate dal MIUR almeno le stesse risorse che vengono impiegate per finanziare progetti di ricerca, certamente innovativi ma con un impatto territoriale e sociale meno rilevante? Perché a livello governativo non si decide davvero di investire sul “capitale umano”, invero di grande qualità, anche se maltrattato, della scuola pubblica, e si sono finanziati negli ultimi  anni solo progetti che prevedevano la progettazione o l’acquisto di hardware e software? Perché non si investe davvero, come il documento la Buona Scuola prevede, in “formazione” e “banda larga” e si erogano ingenti finanziamenti solo su progetti molto localizzati? Le risposte per ora sono perse nel vento…

 

[1] Questa assunzione tra l’altro non è un “atto” volontario del governo nella direzione di un nuovo “weltfare”, della conocenza” ma un imposizione dell’Unione europea che con la sentenza della Corte europea di giustizia del 26 Novembre del 2014 ha dato ragione al ricorso all’Anief un sindacato autonomo che ha promosso il ricorso relativo alla “illegalità” della riassunzione continua ad inizio anno di precari licenziati alla fine dell’anno scolastico  . A questo punto per ottemperare alla sentenza della Corte Europea il Governo probabilmente dovrà assumere un numero molto maggiore dei 148.000 precari annunciati dal Ministro Giannini, pena pesanti sanzioni economiche da parte dell’Unione Europea (secondo alcune stime tra i 5 e 6 miliardi di Euro) http://www.tecnicadellascuola.it/item/8080-sentenza-ue-sul-precariato,-ora-tocca-ai-risarcimenti.html ).

  • Manuela

    Sarebbe interessante capire cosa significa il termine “formazione degli insegnanti” in questo contesto. capisco benissimo cosa significa una piattaforma per la formazione a distanza: si suppone formazione permanente sui contenuti di insegnamento, matematica, geologia, ecc.ecc. Ma per “formazione digitale” genericamente intesa, cosa si intende? La capacità di utilizzare il registro elettronico? Navigare in Internet, usare le email? Perché, in tal caso, 1,25 euro a testa sono decisamente troppi. Se un insegnante non ha le competenze informatiche di base dovrebbe essere licenziato, non formato, dato che sarebbe come non sapesse leggere e scrivere. Se proprio davvero ci sono insegnanti così, allora che si formino da sé, senza pesare sulla spesa pubblica

  • FM

    La lettura del documento della Buona Scuola ha indubbiamente destato sentimenti contrastanti in chi, come me, insegna da trent’anni. Veniva voglia di rispondere e controbattere a molte cose, veniva voglia di dire “dove sta la novità?”, veniva voglia di rispondere “si, ma con che soldi pensate di attuare le proposte?”… E chiudere il discorso. Si, ho pensato proprio che, per certi versi, si trattasse del libro dei sogni e sono convinta che questo sarà. Come tutti i lavoratori, anche gli insegnanti hanno bisogno di formazione, l’avanzare dell’età e l’esperienza non bastano di fronte alle sfide sempre più ardue che ci pone la società, davanti alle generazioni che cambiano, al mutamento delle esigenze formative. Se la società ci credesse nel valore della scuola e dell’insegnamento, non dovrebbe badare a spese, il governo non dovrebbe continuare a tagliare i finanziamenti. L’opinionene pubblica sembra non credere o ignorare il valore dell’istruzione, ma chi ci governa cosa pensa? Chi non ha mai messo piede in un’aula scolastica e non si è mai seduto dall’altra parte della cattedra, non può capire. Chi conosce il significato della “formazione “continua” ? chi la pratica? Chi sa quanto costano i corsi di aggiornamento? Chi spende di tasca propria lo sa, chi offre 1,25€ a docente fa finta di non saperlo.

  • vito

    Se non saranno trovate le risorse per dare corpo ai principi che vi sono enunciati, si tratta di un “libro dei sogni”, …
    Le risorse ci sono: anche oggi lo Stato Italiano ha speso 72 milioni di euro in spese militari, pari a quelli di ieri , di domani e di tutti i giorni che verranno

  • Francesco

    Concordo con Manuela,
    non devo spendere soldi per formare un insegnante.
    Va’ sostituito con un giovane sul quale un genitore ha gia’ investito per la sua formazione.
    Smettiamola con questo assistenzialismo balordo.
    Lo stato deve mantenere anche la formazione di un insegnanate che non e’ piu’ adegutato al sistema scuola odierno ?
    Per favore smettiamola, sono finiti i tempi di fare i mantenuti.
    Ognuno deve investire su se stesso e porsi sul mercato.
    I migliori vanno avanti i peggiori fanno altro per quello che saranno le loro competenze.
    La scuola e i progetti realizzati all’interno della scuola sono spesso motivo per l’insegnante per racimolare quattrini extra allo stipendio. Invece di far spendere centinaia di euro per i libri scolastici ad una famiglia, perche’ non utilizzare i soldi dei progetti per cambiare la scuola in modo radicale. Gli insegnanti all’altezza rimarranno gli altri andranno a casa. Cosi come avviene in tutte le aziende.

  • marco tommasi

    @Francesco
    Da docente e, soprattutto, da genitore non posso essere d’accordo con alcuni luoghi comuni triti e ritriti da lei citati; dire, ad esempio, che un giovane ha competenze didattico-pedagogiche mediamente superiori ad un docente (età media 50 anni) per quanto riguarda l’utilizzo delle tecnologie digitali nella scuola è quantomeno azzardato: si tratta di valutare quali siano gli strumenti più adeguati per sviluppare competenze ed attitudini, non è una gara a chi digita più velocemente un messaggino WhatsApp…
    Tra l’altro, non mi risulta che i “giovani” si siano formati in un sistema scolastico migliore di quello da me frequentato…
    Se la scuola deve essere paragonata ad un’azienda, ricordiamo che tutte le aziende hanno piani strutturati di formazione per i propri dipendenti al fine di poter resistere sul mercato; sull’affermazione che ognuno deve investire su stesso potrei essere d’accordo a parità di condizioni iniziali e di disponibilità familiari…
    Le centinaia di euro per libri vanno al mondo dell’editoria e non ai docenti: visto che sto lavorando proprio su un progetto di autoproduzione dei sussidi didattici per superare il concetto di libro di testo e per far risparmiare le famiglie, sarai contento di confrontarmi sui “progetti per cambiare la scuola in modo radicale” da lei citati; a tale scopo lascio la mia mail (marco.tommasi@uniud.it) al fine di poter continuare questa conversazione anche in forma personale.

    @Manuela
    Spero che la domanda fosse retorica… nel dubbio rispondo che il finanziamento a cui si fa riferimento non coinvolge le capacità base (quelle, con l’aiuto dei nostri studenti, le insegniamo ai “nonni” digitalmente analfabeti) ma argomenti un po’ più complessi quali la gestione di piattaforme di apprendimento, l’autoproduzione di libri digitali, la sicurezza sul web, l’attendibilità delle fonti digitali, …
    Se lo ritiene opportuno, potrei inviarle il piano che la nostra rete di scuole ha predisposto per il Friuli Venezia Giulia, dove sono indicati titolo, descrizione e obiettivi delle attività formative che riusciremo a realizzare per i docenti della nostra Regione con le risicate (ma utilissime) risorse messe a disposizione dal MIUR.

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