Diritti digitali

La censura di Internet in Africa: come, dove e perché è praticata

Disconnettere i cittadini, controllare le informazioni: la censura di Internet in Africa è sempre più utilizzata. Come e dove è praticata, i diritti in gioco e gli impatti su scuola, sanità, economia

23 Feb 2021
Maria Angela Maina

ricercatrice The Thinking Watermill Society

Mario Di Giulio

Avvocato, Partner Pavia e Ansaldo Studio Legale

censura di internet in Africa

La censura di Internet in Africa sta diventando una delle strategie politiche più usate, come evidenziato in un report di Top10VPN, nonostante le ripetute condanne da parte delle organizzazioni internazionali, in primis l’Onu.

Il 13 gennaio 2021, l’Uganda Communications Commission ha ordinato ai fornitori di servizi di telecomunicazione la sospensione dei servizi internet in coincidenza delle elezioni presidenziali e parlamentari del Paese. L’Uganda è stata completamente disconnessa, come riportato da Reuters e Google, con conseguenze che vanno ben oltre la mera censura politica.

La censura di Internet è utilizzata dai regimi autoritari per impedire l’accesso alle informazioni utili alla formazione di scelte libere: spesso, è argomentata dai governi con la necessità di preservare la sicurezza nazionale attraverso il blocco della diffusione di informazioni false, che potrebbero minare le basi della convivenza civile.

Ma esistono molteplici fattori che conducono a qualificare questi interventi censori come un attentato alla libertà d’informazione e, in senso più ampio, alle libertà democratiche protette dai trattati internazionali e dalle leggi nazionali.

Censura di Internet in Africa: come e dove si manifestata nel 2020

La censura di Internet è definita dall’International Centre for Applied Studies in Information Technology come il controllo o la soppressione della possibilità di pubblicare su internet o di accedere alle informazioni in essa contenute.

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Il rapporto CIPESA 2020 fotografa chiaramente come in Africa, nello scorso anno, la censura di Internet abbia limitato la partecipazione pubblica alla gestione del bene comune. Seppure nell’intento di contrastare false informazioni sulla pandemia e la diffusione stessa del COVID19, di fatto c’è stato un rilevante impatto sui diritti dei cittadini in materia digitale, con ampie violazioni anche dei dati personali e della libertà di espressione.

Lo stesso rapporto, redatto dalla Collaboration on International ICT Policy in East and Southern Africa, l’organizzazione fondata dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del governo britannico, descrive come e dove siano aumentati i provvedimenti repressivi dei diritti dei cittadini.

Le libertà di opinione sono state limitate attraverso:

1. Sanzioni e criminalizzazione dei giornalisti

Misure stringenti che arrivano alla repressione e alla sospensione delle piattaforme di informazione nonché ad intimidazioni, arresti, misure detentive e persecuzioni sono state comuni in Algeria, Burundi, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Ruanda, Tanzania, Uganda e Zimbabwe.

2. Emanazione di norme dall’applicazione generica e vaga

In Burundi, Kenya, Nigeria, Sud Africa e Tunisia sono state emanate norme finalizzate a tracciare gli autori di articoli e post, con un intento che appare volto più a controllare e intimidire eventuali oppositori che a tutelare la privacy delle persone.

La grafica che segue, elaborata da Web Kraft LLC, esprime bene la percezione della libertà su Internet riferita ai singoli Stati africani.

Non solo Africa: censura di Internet e presupposti giuridici

Se “i big data sono il nuovo petrolio”, è chiaro quanto poi i dati possano essere utilizzati per influenzare e finanche manipolare le vite degli altri e quanto Internet ne renda più facile l’acquisizione, la sottrazione e l’utilizzo fraudolento. Altro concetto di dominio comune è il principio della libertà di espressione, che deve essere assicurato su ogni mezzo di informazione. Un principio contenuto in vari trattati internazionali e che gli Stati replicano nelle proprie costituzioni: sebbene il diritto di espressione e il diritto di accesso alle informazioni, suo corollario, non siano considerati in assoluto dei diritti fondamentali, o almeno non lo siano in tutti gli Stati, è chiaro come essi siano i cardini per una corretta partecipazione democratica e come la disciplina degli stessi possa facilmente fare scivolare dalla democrazia alla dittatura.

Riguardo agli Stati africani, il controllo di questi diritti si è a volte dimostrato necessario per evitare turbamenti sociali che hanno spesso condotto a stragi indiscriminate: si pensi ad esempio a quanto accaduto in Ruanda negli anni 90, con il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu, agevolato anche dalla diffusione di notizie e incitamento all’odio razziale attraverso trasmissioni radio. Non di meno, è essenziale per la democrazia che sia assicurata la libertà di espressione.

Il principio è ben espresso dalla decisione della Corte costituzionale dell’Uganda nella sentenza Charles Onyando-Obbo (e altro ricorrente) nei confronti della procura generale, in cui si esplicita come la protezione dei diritti umani fondamentali sia un primario obiettivo della costituzione democratica e, in quanto tale, essenziale caratteristica della democrazia. La Corte ha inoltre precisato come la partecipazione dei cittadini al governo, segno distintivo di ogni democrazia, possa essere assicurata soltanto attraverso la libertà di espressione.

Nonostante ciò, si assiste sempre più a un intensificarsi della censura di internet in vari paesi: un esempio è lo stesso Ruanda, che esercita una censura sempre più stringente sui vari mezzi di informazione con la giustificazione di voler evitare il ritorno di lotte sociali. Secondo il report 2018 di Reworld, il portale di informazione di UNHCR, il regime repressivo del presidente Paul Kagame lascia sempre meno libertà ai mezzi di espressione al fine di trasmettere una narrazione unica di armonia, pace e serenità.

Certo gli Stati africani non sono i soli, basti pensare alla Russia e alla Cina. Ad oggi, questi sono i paesi a livello globale dove maggiormente si verificano le censure sulla libertà di espressione, come ben rappresentato dalla grafica della Columbia University riportata di seguito.

Dall’immagine, si evince come l’Africa stia slittando verso la parte più scura, ovvero dei paesi in cui maggiormente non è garantita la libertà di espressione.

Censura di Internet in Africa: gli impatti oltre le libertà democratiche

In Africa l’interruzione dei servizi internet, non il mero oscuramento dei maggiori social, prova un impatto non secondario sugli scambi economici, sull’assistenza sanitaria e sulla stessa possibilità di studiare attraverso le fonti on-line, spesso le uniche fonti messe a disposizione dalle università. Quanto all’impatto sulle semplici comunicazioni, si pensi che normalmente Whatsapp viene usato come strumento di chiamata da e verso l’estero.

Occorre inoltre ricordare che in molte regioni africane l’uso di internet costituisce lo strumento per effettuare pagamenti da cellulare, così come per assicurare servizi di telemedicina nelle aree rurali. Come già ricordato, buona parte dell’accesso ai materiali di studio, universitario e non, passa attraverso l’accesso a internet: le interruzioni prolungate dei servizi producono quindi effetti devastanti non solo sul dibattito democratico ma anche sull’economia e la cultura e le relazioni, come sottolineato dall’articolo di James Griffiths su CNN e dalla Thomson Reuters Foundation, che si è focalizzata sull’impatto dell’interruzione dei servizi sulle fasce di popolazione più deboli.

Come raggiungere il bilanciamento tra libertà di espressione e tutela della convivenza civile

Internet svolge un ruolo cruciale nel facilitare la comunicazione globale e l’interazione al di là delle distanze fisiche, ma per molti studiosi è un’arma a doppio taglio: ha condotto a grandi innovazioni e alla creazione di molte opportunità di lavoro ma anche a isterie collettive e alla diffusione di false informazioni con effetti che possono sconvolgere la civile convivenza.

Appare chiaro il bisogno di trovare un giusto bilanciamento tra libertà di espressione e accesso alle informazioni, da un lato, e la tutela degli interessi primari della civile convivenza, dall’altro: può essere soddisfatto mantenendo ferma la barra verso la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, come le libertà di espressione e di informazione, e non dimenticando che la falsità può distruggere le singole vite umane e da ultimo la società.

Come ha sintetizzato la Corte Costituzionale dello Zimbabwe nel caso Madanhire (e altro ricorrente) nei confronti della Procura generale, non ci può essere dubbio che la libertà di espressione, unita al diritto, che le fa da corollario, di ricevere e fornire informazione, sia un fondamentale valore delle società democratiche e meriti la massima protezione. In quanto tale, è una libertà che è garantita, almeno come principio, in tutti gli strumenti internazionali e nazionali di tutela dei diritti umani.

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