Sarà tutto un nuovo giornalismo con l’intelligenza artificiale: molti esperti lo prevedono e alcune aziende già cominciano a vivere questa dimensione. Sì, tra i settori più colpiti dall’AI dopo l’exploit di ChatGPT vi è quello dei media e del giornalismo. I timori legati all’utilizzo sempre più invasivo dell’intelligenza artificiale generativa (GAI) sono molti e per lo più legittimi, ma le posizioni sono variegate e non tutte sono sulla difensiva.
Al recente Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia, ad esempio, sono sfilate le diverse posizioni del mondo del giornalismo.
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L’IA generativa e il giornalismo
Alessandra Galloni della Reuters ha difeso il ruolo del giornalista indipendente che potrà fornire credibilità anche ai servizi online più personalizzati realizzati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Un tema ripreso da Gina Chua di Semafor, che caldeggia l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento per aumentare la produttività: “i modelli linguistici estesi aprono la nostra mente offrendoci l’opportunità di fare cose che non potevamo neppure immaginare”. Lisa Gibbs dell’Associated Press, ha sottolineato i rischi che l’intelligenza artificiale generativa avrà sui posti di lavoro, già colpiti nell’ambito dell’industria dei media prima ancora dell’apparizione di ChatGPT.[1]
Il settore dei media teme fortemente che le piattaforme, i gatekeepers, come li definisce l’Unione Europea, riescano nell’intento di ridefinire alcune aree importanti dei propri modelli di business e che in alcuni casi, come Google con i sistemi di ricerca o i social di Meta, creino direttamente le news sottraendo ulteriore spazio ai produttori tradizionali di informazione, sottraendo ulteriore ossigeno, quello della pubblicità, agli editori dei media tradizionali.
Il timore è legittimo, ma per le piattaforme, in particolare per Google, il passaggio non è facile. Nel momento in cui il motore di ricerca fornisce direttamente le informazioni al navigatore, senza più passare per i siti dei media, una delle fonti principali di ricavi da inserzioni, verrebbe fortemente penalizzata.
Occorrerebbe procedere ad una canalizzazione molto estesa, ma questo finirebbe, paradossalmente, per chiudere gli accessi alla rete, sui quali si basa la raccolta pubblicitaria di Google e di altre piattaforme.
Gli utilizzi dell’AI in giornalismo
Intanto qualcuno sperimenta.
- Il New York Times utilizza l’apprendimento automatico per decidere quanti articoli gratuiti mostrare ai lettori prima che raggiungano il paywall.
- La Bayerischer Rundfunk, un’emittente pubblica tedesca, modera i commenti online con l’aiuto dell’AI.
- Associated Press ora lo impiega anche per creare “liste di inquadrature” dei video, descrivendo chi e cosa c’è in ogni clip.
- Man mano che l’intelligenza artificiale migliora, sta assumendo ruoli più creativi. Uno di questi è la raccolta di notizie. Alla Reuters, le macchine cercano pattern notiziabili in grandi insiemi di dati.
- Associated Press utilizza l’ai per il “rilevamento di eventi”, analizzando i social media alla ricerca di notizie.
- In occasione di una conferenza sul giornalismo tenutasi il mese scorso a Perugia, Nick Diakopoulos della Northwestern University ha mostrato come Chatgpt, un chatbot di successo, possa essere utilizzato per valutare la notiziabilità dei documenti di ricerca. I giudizi del suo modello e quelli dei redattori umani avevano un coefficiente di correlazione dello 0,58, forse una corrispondenza sufficiente per aiutare una redazione impegnata in un primo vaglio.
- Qualcuno usa l’AI per editing e scrittura. Semafor, una startup che si occupa di notizie, utilizza le AIper correggere le storie.
- Radar ai, un’azienda britannica, crea articoli basati sui dati per i giornali locali. I suoi cinque giornalisti umani hanno redatto più di 400.000 storie parzialmente automatizzate dal 2018.
- A novembre Schibsted, una società di media norvegese, ha lanciato uno strumento di ai per trasformare lunghi articoli in brevi pacchetti per il social network Snapchat. I dirigenti delle testate giornalistiche vedono un potenziale nel rimodellare automaticamente le storie per formati o pubblici diversi.
Alcuni percepiscono un profondo cambiamento in ciò che questo significa per l’industria dell’informazione. L’AI “cambierà il giornalismo nei prossimi tre anni più di quanto il giornalismo sia cambiato negli ultimi 30 anni”, prevede David Caswell di BBC News in un’intervista all’Economist. Rimescolando le informazioni provenienti da Internet, i modelli generativi stanno “mettendo a soqquadro l’unità fondamentale del giornalismo”: l’articolo. Invece di un’unica prima stesura della storia, sostiene Caswell, le notizie potrebbero diventare “una sorta di ‘zuppa’ di linguaggio che viene vissuta in modo diverso da persone diverse”.
Un fenomeno che un po’ già si è visto con Google e i social, che hanno rotto l’unità del prodotto giornale, destrutturando e depotenziando le prerogative dei giornali di indicare, nella pagina, gerarchia e contesto delle notizie. Con l’AI forse il fenomeno arriverà alle estreme conseguenze.
Al tempo stesso bisogna rilevare, come in un recente studio di NewsGuard, la nascita di 150 siti di disinformazione, alimentati dalla pubblicità di Google, creati con l’intelligenza artificiale.
Le preoccupazioni delle piattaforme
Lo stesso Sundar Pichai di Google esprime con convinzione le preoccupazioni per l’utilizzo esteso dell’intelligenza artificiale generativa, spingendosi sul terreno più insolito, per lui, ossia quello della regolazione: “il tempo con cui riusciamo a pensare e ad adattarci come istituzioni sociali non sembra in grado di stare al passo con la velocità con cui la tecnologia sta evolvendo (ma fortunatamente) un elevato numero di persone ha iniziato a preoccuparsi delle implicazioni prima di quanto non è stato fatto in precedenza…Non spetta solo all’azienda decidere. Penso che lo sviluppo dell’AI generativa non debba includere solo ingegneri, ma anche scienziati sociali, etici, filosofi e così via”[2].
Satia Nadella, dall’alto degli oltre dieci miliardi di dollari investiti da Microsoft in OpenAI, vede, invece, un accogliente mondo in rosa per l’intelligenza artificiale generativa. Misurando l’uso dell’ambiente Microsoft 365, la società ha valutato che il 57% del tempo è dedicato alla comunicazione e solo il restante 43% del tempo rimane per attività creative. Con la creatività che langue, due terzi del management intervistato lamenta la scarsa capacità innovativa e l’inadeguata attitudine a risolvere i problemi dei team.
Secondo Nadella i benefici dell’intelligenza artificiale supereranno di gran lunga gli effetti negativi: “Il fulcro dell’illuminismo è stato la creazione di tecnologie che consentono agli uomini di aumentare la conoscenza, di fare scienza e di migliorare la condizione umana…Dire ‘bene ora ci fermiamo’ non mi sembra l’approccio corretto.”[3]
Non siamo ancora in grado di predire lo sviluppo di questo confronto, né di capire in quale misura davvero il lavoro di produttore dei contenuti possa essere svolto in modo economicamente conveniente dall’intelligenza artificiale generativa.
È certo, tuttavia, che anche il modus operandi delle piattaforme e quindi il loro modello di raccolta pubblicitaria che fino ad oggi si è dimostrato vincente, potrebbe essere messo in crisi se le piattaforme stesse spingessero oltre il loro ruolo di intermediari delle informazioni diventando intermediari-produttori.
































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