digital divide

Coronavirus, c’è anche il rischio di “recessione sociale”: ecco perché

Mai come ora ci è chiaro che la mancanza di accesso alla rete non è solo un tema di esclusione dai vantaggi della società digitale ma ha a che fare con una forma di esclusione sociale più profonda: ecco perché, anche passata l’emergenza, la priorità sarà la lotta al digital divide tecnologico, economico e culturale

26 Mar 2020
Giovanni Boccia Artieri

Università di Urbino Carlo Bo


È arrivato il momento, in questa fase di emergenza da coronavirus, di occuparci del rischio di “recessione sociale” e del digital divide che le fasce più deboli della popolazione dovranno affrontare.

L’epidemia di solitudine sociale, come spiega Ezra Klein, è uno delle conseguenze possibili dell’isolamento per decreto che sperimenteremo nelle prossime settimane. Il necessario distanziamento obbligato dagli altri, da parenti, colleghi e amici, rischia di produrre un equivalente della recessione economica che ci si attende e che Klein definisce, per analogia, come “recessione sociale”: un collasso dei contatti sociali che è particolarmente duro per le popolazioni più vulnerabili all’isolamento e alla solitudine – gli anziani, le persone con disabilità o con precarie condizioni di salute preesistenti.

A ciascuno la sua quarantena digitale

Sappiamo di come molte fasce sociali stiano sopperendo alla solitudine attraverso la connessione digitale, che permette di ricostruire relazioni in ambienti digitali che consentono di simulare modalità quotidiane della vita cui eravamo abituati e che improvvisamente ci sono state sottratte. Millennials e adolescenti che organizzano incontri in Houseparty, piattaforma per videochiamate multiple, all’ora dell’aperitivo per ritrovarsi e chiacchierare ognuno davanti alla propria telecamera, magari con un bicchiere di vino in mano per i più grandi.

Cene condivise in Skype con il laptop aperto sulle tavole da pranzo posizionato al posto riservato di solito a familiari o amici ospiti che rispecchiano a loro volta dal loro schermo le nostre tavole apparecchiate.

Fitness virtuali di gruppo organizzati da palestre su Zoom, in cui ci si allena in casa seguiti da personale qualificato e che permettono di mantenere vive anche le chiacchierate pre e post allenamento.

Esperienze di cloud clubbing in cui Dj mettono musica live su TikTok organizzando veri e propri party in cui il pubblico partecipa attraverso i propri smartphone: hanno spopolato nelle scorse settimane di quarantena in Cina, in cui sono stati organizzati “cloud rave” che hanno coinvolto oltre 2 milioni e trecentomila persone.

Ma anche messe celebrate in streaming su YouTube in cui i fedeli si cambiano pensieri di conforto nei commenti alle dirette.

L’isolamento delle fasce più deboli

Ma accanto a queste esperienze che si moltiplicano ogni giorno e che inventano una cura di socialità alle solitudini rischiano di essere escluse le frange più deboli della popolazione, quelle che per condizione culturale, sociale e personale non possono trovare nelle risposte partecipative in rete una soluzione al cambiamento cui si sono trovate esposte da un giorno all’altro.

Dobbiamo, invece, affrontare il rischio prodotto dalla solitudine e le ricadute che l’isolamento produce sui corpi. E sono conseguenze che, come ricorda in questi giorni Science, conosciamo già molto bene:

“L’isolamento sociale protratto per lunghi periodi di tempo può aumentare il rischio di una varietà di problemi di salute, tra cui malattie cardiache, depressione, demenza e persino la morte. Una meta analisi del 2015 sulla letteratura scientifica svolta da Julianne Holt-Lunstad, ricercatrice psicologa presso la Brigham Young University, assieme a colleghi, ha determinato che l’isolamento sociale cronico aumenta il rischio di mortalità del 29%”.

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Di questi corpi dobbiamo prenderci cura sin da ora.

Le iniziative dei Comuni

In questo senso sono lodevoli le iniziative che molti Comuni stanno lanciando per stare più vicini agli anziani, come i numeri dedicati agli over65 o come ha fatto Mantova con l’iniziativa “Bagoliamo un po’” che il Sindaco Mattia Palazzi descrive così:

“Gli anziani sono la parte non digitale della nostra comunità e in questo periodo non hanno quindi possibilità di comunicare, mentre è importante per loro portarsi raccontare. Allora dedichiamo dieci-quindici minuti al giorno del nostro tempo per telefonare agli anziani, che possono essere i nostri nonni, oppure gli anziani che conosciamo ma anche quelli che non conosciamo, magari quei vicini di casa che in questo modo possiamo finalmente conoscere. Una telefonata per farsi raccontare dagli anziani, per ascoltarli, chiedere loro come stanno. Un modo semplice e bello per stare insieme e non lasciare nessuno da solo”.

Combattere il digital divide tecnologico, economico e culturale

Le soluzioni che si appellano al senso di comunità, al nostro senso di responsabilità sociale nei confronti degli altri, sono sì una strada che può tentare di porre freno alla «recessione sociale» ma che deve fare affidamento a soluzioni volontaristiche, fondate sulla imprevedibilità. Dovremo imparare dal presente per ricordarcene in futuro. Le tecnologie non saranno la risposta. Ma in questi giorni stiamo capendo come facciano parte anch’esse della cura alla solitudine, come siano parte di un mondo che non lascia le persone sole.

Per questo dovremo impegnarci seriamente a combattere il digital divide tecnologico, economico e culturale del nostro Paese. Mai come ora ci è chiaro che la mancanza di accesso alle possibilità offerte dalla connessione di rete non è solo un tema di esclusione dai vantaggi della società digitale ma ha a che fare con una forma di esclusione sociale più profonda.

E l’educazione alla connessione di tutte le fasce generazionali deve essere parte di un obiettivo di inclusione.

L’alfabetizzazione digitale degli over 65, una priorità nel post covid-19

Ricordiamo che In Italia solamente 1 anziano su 4 – 65-74 anni – usa tecnologie digitali e ha usato internet nell’ultima settimana contro una media di quasi 1 su 2 dei coetanei europei (dati del progetto europeo Harvest). Cosi come affrontare in modo più profondo temi quali l’accessibilità e l’usabilità e colmare in ogni modo il divario digitale può aiutare i gruppi socialmente svantaggiati. Dotare i luoghi di ricovero, le case di riposo, le strutture diurne per disabili, i centri socio-riabilitativi, ecc. di tecnologie di videochiamata e forme di connessione in remoto – pensando anche alle soluzioni che vanno oltre le competenze digitali di smartphone e tablet come alcune diffuse in Gran Bretagna – dovrebbe fare parte della nostra “ricostruzione” post Covid-19 così come la promozione di forme di adozione del digitale fra le categorie più fragili che passi da possesso, educazione e servizi civici e di welfare adatti a un nuovo contesto in cui la cultura digitale è parte integrante del design del servizio. E non è un discorso astratto ma parte di un percorso di digital transformation, come quello, ad esempio, del modello Estonia.

Come spiegato in un paper dell’UCL Insitute for Innovation and Public Purpose, al di là di specificità socio-economiche di uno specifico Paese quello che serve è innanzitutto l’adozione da parte di politici e policy makers di una cultura dell’assunzione del rischio aperta a idee audaci e in secondo luogo la formazione di più piccole reti sovrapposte per promuovere in anticipo successo e creare slancio.

Il digitale non sarà la risposta, ma la «recessione sociale» che ci aspetta richiede di considerarlo come una delle priorità da affrontare, non per mettere al centro le tecnologie ma perché è un modo di mettere al centro il valore umano attraverso di esse.

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