cosa cambia

Correttivo CAD, le cinque novità principali

Approvato il decreto che corregge il CAD. Con la nuova impostazione, “norma leggera” che mira a deregolamentare l’innovazione. Abbiamo urgente bisogno di politici facciano i Politici, si confrontino sui problemi, producano visione alte, affermino principi e diano linee guida per garantire continuità e certezza

21 Dic 2017
Mariano Corso

Member of the Scientific Board at Osservatori Digital Innovation Polimi, Scientific Director at P4I

automazione digitale

Una buona notizia: il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che corregge il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD).

Si tratta di un passo importante perché il CAD rappresenta una parte importante della riforma delle Pubblica Amministrazione. Con questo decreto correttivo si gettano le fondamenta normative per lo sviluppo di molti dei servizi previsti nel Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione.

Le novità introdotte sono interessanti, ad una prima lettura quelle più concrete sono 5:

  1. Domicilio digitale: dal 2018 ogni Italiano potrà eleggere un domicilio digitale. Non sarà necessario attendere il completamente dell’Anagrafe della Popolazione Residente (ANPR), basterà registrarsi su presso un registro che sarà realizzato ad hoc avendo le credenziali Spid e un indirizzo di Posta Elettronica Certificata. Questo indirizzo diventerà il recapito unico al quale le Amministrazioni dovranno inviare ogni comunicazione, comprese multe e comunicazioni fiscali. Un evidente risparmio di tempo e soldi sia per le Amministrazioni che per il cittadino.
  2. Firma Elettronica: vengono chiarite e semplificate le modalità per l’uso di firme elettroniche e digitali e più in generale per l’autenticazione e la gestione dei documenti digitali.
  3. Difensore Civico Digitale: presso l’AgID viene istituito un ufficio del Difensore Civico Digitale Unico, invece dei moltissimi difensori civici digitali che avrebbero dovuto essere istituiti in tutte le Amministrazioni dello Stato, ma che poi sono esistiti soltanto sulla carta. Cittadini e dipendenti Pubblici potranno rivolgersi a questo ufficio che avrà competenze e responsabilità per verificare eventuali inadempienze e garantire che ai cittadini vengano riconosciuti i propri diritti di cittadinanza digitale.
  4. Riuso del software: il software sviluppato dalle, o per conto delle, Amministrazioni Pubbliche, dovrà essere reso disponibile per il riuso. Prima di fare nuove acquisizioni le Amministrazioni dovranno controllare che non siano già disponibili soluzioni analoghe. Si tratta di un principio già presente, ma rimasto a lungo lettera morta in assenza di strumenti e processi chiari. Il Team per la Trasformazione Digitale, a questo proposito, ha lanciato una piattaforma (developers.italia.it) che ospita la comunità degli sviluppatori dei servizi pubblici italiani, con servizi finalizzati a diffondere e condividere soluzioni per operare sulle piattaforme abilitanti.
  5. Open Data: viene istituita di una piattaforma nazionale per i dati pubblici, Data & Analytics Framework (DAF), progettata e sviluppata dal Team per la Trasformazione Digitale e che verrà gestita da ISTAT. Un passo avanti verso lo sviluppo e la condivisione di servizi pubblici basati sui dati.

Dal punto di vista concreto quindi il correttivo presenta alcune novità che possono rappresentare delle semplificazioni dei processi della PA e della vita dei cittadini. Ma se ci si fermasse a questi aspetti, pur interessanti e concreti, non si coglierebbe la reale portata ed ambizione di questa norma, che non vuole essere semplicemente l’aggiornamento di una legge pubblicata solo un anno fa, ma intende rappresentare una discontinuità nel modo stesso in cui va governata e normata l’innovazione tecnologica nel settore pubblico.

L’impostazione che con questo correttivo viene data al CAD è quella di una “norma leggera” che mira in un certo senso a “deregolamentare” l’innovazione. Per fare questo la norma resta al livello di enunciazione di principi ed al più di linee guida di alto livello senza mai entrare nella definizione di soluzioni. La definizione di regole tecniche, dove necessaria, viene demandata ad organismi tecnici, in particolare ad AgID, che dovranno stabilirle in accordo con gli esperti e con il mercato e tenerle aggiornate nel tempo a fronte dell’evoluzione delle tecnologie.

In questo modo si intende disaccoppiare la definizione di principi che devono essere stabili e duraturi, dalla definizione delle soluzioni tecniche che devono essere lasciate libere di evolvere e che non devono vedere ingerenze improprie da parte della politica.

Si tratta di principi vitali quando si intenda normare fenomeni di innovazione, ma che dovrebbero diventare un nuovo corso per tutta la legislazione. È concettualmente sbagliato blindare nelle leggi le soluzioni tecniche. Si tratta di un retaggio di un concetto di stato e Pubblica Amministrazione che non regge al passo con i tempi e che è alla base della patologica ipertrofia normativa che affligge il nostro Paese. L’eccessivo, o comunque improprio, uso dello strumento regolatorio determina una serie di conseguenze negative. Innanzitutto squalificano e oberano i politici stessi che si vedono costretti a entrare nel merito di questioni rispetto alle quali non sono competenti e rischiano di commettere errori o ingenuità. In secondo luogo questa situazione produce incertezze e costi ingiustificati per le imprese, per i cittadini, per le stesse istituzioni pubbliche. In nome di un malinteso obbiettivo di proceduralizzazione e legalità, si finisce al contrario per alimentare la corruzione, le ingiustizie e favorire la conflittualità sociale. Troppe regole spesso confuse e contraddittorie finiscono per ingessare le attività economiche, appesantire l’azione delle amministrazioni pubbliche, e produrre una giungla legislativa nella quale chi “perde” è la parte sana del Paese mentre prosperano proprio il clientelismo e l’illegalità.

Di questa patologia fa particolarmente le spese la nostra PA in cui la sedimentazione di regole e adempimenti finisce per lobotomizzare l’Amministrazione facendo perdere di vista il cittadino e i suoi bisogni e creando tra i dipendenti pubblici conformismo, demotivazione e deresponsabilizzazione.

È il fenomeno più volte denunciato e descritto da Carlo Mochi Sismondi, Presidente di ForumPA, come “burocrazia difensiva”: per evitare responsabilità si preferisce non esporsi, non decidere, non innovare, anche quando si è consapevoli che questo vuol dire andare contro gli interessi dei cittadini e dello Stato.

Allora più che un correttivo, mi piace salutare questa norma come un buon esempio, il tentativo di fare in modo che, almeno in una legge che deve regolare l’innovazione, vengano definiti solo i principi evitando di scendere alla definizione di soluzioni tecniche destinate a diventare rapidamente obsolete ed imbrigliare l’innovazione. Sembrerebbe un fatto di buon senso, ed in effetti lo è, ma costituisce un esempio virtuoso che, se esteso a tutto l’approccio alla riforma dell’Amministrazione Pubblica italiana, potrebbe rivelarsi una vera e propria rivoluzione capace di liberare le immense energie che giacciono frustrate nel nostro Paese.

LEGGI: CITTADINANZA DIGITALE, CHE COS’È E PERCHÉ È IMPORTANTE PER I NOSTRI DIRITTI

Abbiamo urgente bisogno di un Paese nel quale i politici facciano i Politici, si confrontino sui problemi del Paese, producano visione alte, affermino principi e diano linee guida che possano garantire continuità e certezza. Un Paese in cui giuristi e politologi non giochino a fare gli ingegneri stabilendo soluzioni tecniche che non capiscono e che comunque rischiano di diventare obsolete ancor prima della chiusura dell’Iter legislativo. Che bello sarebbe se le leggi fossero scritte pensando innanzitutto alla parte sana del Paese, a quel 99% di noi che desidera regole semplici da seguire in totale buona fede! Troppo spesso oggi, inseguendo coloro che intendono comunque aggirare le norme, finiamo per creare gabbie normative che complicano la vita a tutti noi e finiscono, paradossalmente, per favorire proprio l’1% di opportunisti e disonesti.

INTERVISTA MARIANO CORSO 1

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