La spirale delle disuguaglianze

Italiani senza internet: la sfida del digital divide più pericoloso

Il tema delle disuguaglianze generate dal processo di digitalizzazione non è nuovo nel panorama degli studi scientifici e accademici in ambito sociologico. Gli ultimi dati del Censis e l’ultimo indice Desi non fanno altro che fornire evidenze empiriche su un problema socioculturale discusso ormai da diversi anni

09 Dic 2021
Ida Cortoni

Dipartimento di Pianificazione, Design e Tecnologie dell’Architettura Sapienza Università di Roma

Le implicazioni socioculturali determinate dall’integrazione delle tecnologie nel tessuto contemporaneo da subito hanno stimolato e incrementato una complessa riflessione accademica internazionale, concorrendo a costruire un bacino di studi e ricerche che continuano tuttora ad affrontare la questione delle disuguaglianze passando da una prospettiva macro-sociale a una micro-sociale.

Come ben illustrano i dati sulla digitalizzazione del Censis del rapporto 2021 e l’ultimo rapporto Desi 2021, la crisi pandemica ha certamente contribuito a espandere ulteriormente e rapidamente tale riflessione nel dibattito pubblico e politico, oltre che scientifico, alla luce delle accelerazioni dei processi di integrazione del digitale nei diversi sottosistemi funzionali sociali come la scuola, la pubblica amministrazione, gli enti privati, etc. tanto da enfatizzarne la portata e generare allarmismi per l’acutizzarsi di forme di gap già preesistenti nel tessuto sociale.

Per tale motivo è certamente importante richiamare alcuni concetti chiave alla base della questione delle disuguaglianze generate dal digitale.

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Alla radice del digital divide

Secondo i risultati del Desi Index (2021), nonostante l’aumento nell’ultimo anno del processo di integrazione delle ICT nella vita quotidiana dei cittadini e delle imprese (69%), ben al di sopra della media europea (60%), il processo di digitalizzazione si configura ancora al di sotto della stessa. Gli unici indicatori che hanno manifestato una lieve ripresa negli ultimi anni sono l’egovernment e la connettività. Nel primo caso, l’Italia si è posizionata al diciottesimo posto nella classifica europea, grazie ai progressi compiuti nell’ambito della digitalizzazione sanitaria (e-health) e nella gestione degli open data. Nel secondo caso, l’Italia si è posizionata al ventitreesimo posto, grazie ai recenti investimenti sulla dotazione infrastrutturale nel territorio italiano consentendo il miglioramento della copertura e la diffusione della banda larga. Permangono tuttavia ancora carenze, soprattutto per quanto concerne la diffusione e la copertura della banda ultraveloce.

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Come ormai consolidato dalla letteratura scientifica, alla base del digital divide non si considera esclusivamente la divisione fra gli haves e gli have nots, bensì “un continuum basato su differenti gradi di accesso alle tecnologie dell’informazione” (Warschauer, 2001, p.1). É come dire che il divide costituisce una caratteristica intrinseca della società della comunicazione, perché il continuo progresso tecnologico indurrà sempre alla costituzione di diversi livelli di utilizzo del medium, anche con politiche di welfare orientate alla democratizzazione dell’accesso, alla dotazione infrastrutturale e all’alfabetizzazione mediale di massa.

La spirale delle diseguaglianze: il Censis

Da qui si ipotizza la metafora della spirale delle disuguaglianze: quella digitale andrà ad accumularsi e ad acutizzare ulteriormente quella socioculturale ed economica, determinate sia dal posizionamento degli individui (professionale, politico, educativo e naturalmente economico), da cui dipende il processo di appropriazione tecnologica, di utilizzo critico e di inclusione sociale, sia dalle politiche sociali che possono più o meno incentivare la diffusione delle tecnologie e la loro integrazione nelle abitudini dei cittadini. La situazione di crisi pandemica ne è certamente un esempio.

Come sottolineato nel rapporto Censis sulla digitalizzazione appena pubblicato, le disuguaglianze economiche, geografiche e reddituali, e quelle territoriali possono pesare sul digital divide. Chi possiede adeguate e aggiornate infrastrutture e strutture hardware e software è agevolato nel costruire un rapporto più eclettico e flessibile con i media digitali, rispetto a chi non ha nemmeno condizioni economiche sufficienti per allinearsi con il grado di sviluppo e di avanguardia tecnologica socialmente diffuso (disuguaglianze di accesso).

Ecco perché ci sono ancora 2,3 milioni di italiani senza internet – secondo il Censis spesso anziani e  persone dalla “forte precarietà socioeconomica: spesso combinano la mancanza di risorse materiali con la carenza di cultura e di abilità digitali”.

Il possesso e la disponibilità di utilizzo di un bene tecnologico, così come lo stato di aggiornamento e di avanguardia dei tools mediali, incidono sulla frequenza e l’intensità di utilizzo e, dunque, sul processo di appropriazione del medium, un aspetto che si pone alla base anche della sua familiarità di utilizzo e dell’acquisizione di una serie di competenze mediali individuali. Altre disuguaglianze poi possono essere determinate da fattori politico-giuridici, relativi alle disposizioni governative nazionali, regionali o locali per favorire e agevolare l’integrazione tecnologica nei quartieri, nelle case, nei luoghi pubblici, nelle scuole, e da fattori economici, legati al grado di ricchezza e distribuzione economica territoriale, nonché dal reddito familiare.

La componente culturale e educativa

Tuttavia, nell’esperienza mediale dei cittadini non deve essere sottovalutata la componente culturale ed educativa vissuta nei contesti di socializzazione (prospettiva mesosociale). Proprio i dati CENSIS sulla digitalizzazione degli italiani confermano il rapporto direttamente proporzionale fra capitale socioculturale familiare e l’uso delle tecnologie digitali.

Le agenzie di socializzazione contribuiscono a fornire stimoli per lanciarsi alla scoperta del mondo tecnologico e soprattutto per accompagnare il cittadino nel processo di esplorazione inducendo a una lettura critica dei contenuti mediali e a una diversa consapevolezza fruitiva. Per questo motivo, altri fattori di disuguaglianza digitale sono direttamente connessi al capitale sociale, culturale ed educativo del contesto di appartenenza. Un ulteriore aspetto, tuttavia, non facilmente rilevabile dai dati riguarda la componente motivazionale (prospettiva microsociale), da cui derivano quegli obiettivi e interessi alla base della fruizione multimediale.

Il coinvolgimento emotivo e la spiccata sensibilità verso le potenzialità dei media digitali, infatti, contribuiscono a definire l’atteggiamento individuale, più o meno propositivo, di fronte all’offerta dei servizi interattivi (si tratta di ulteriori variabili soggettive che si sviluppano a prescindere dall’incidenza del capitale pregresso familiare e scolastico e interrompono la linearità della socializzazione, incardinata nell’habitus di Bourdieu). In tal senso, nella condizione di divide oltre allo status, ben evidenziato dai dati, incide anche lo style symbol, poiché la progressiva pervasività delle competenze soggettive (cognitive, emotive o psicologiche) squilibra i tradizionali modelli e percorsi di socializzazione, riducendo il condizionamento sostanziale delle variabili strutturali, quali reddito, istruzione e profilo culturale, nel disegnare i profili comportamentali e culturali.

Un ultimo aspetto da considerare rispetto a questo tema complesso delle disuguaglianze riguarda la componente culturale legata alle competenze digitali.

L’investimento nel capitale umano

Secondo l’indice DESI (2021), il “capitale umano”, sulla diffusione di competenze digitali di base ed avanzate nei cittadini, è l’indicatore con meno miglioramenti nel decennio, tanto da collocare il Paese al 25° posto nella graduatoria europea con un punteggio di molto inferiore rispetto alla media (35,1% rispetto al valore medio del 47,1%).

Il possesso di competenze digitali trasversali, ovvero non solo di accesso, diventa centrale per esercitare il proprio diritto di cittadinanza nell’era digitale. Queste si pongono alla base della digital literacy e includono certamente lo sviluppo di un punto di vista critico sull’uso dei media e un atteggiamento fruitivo consapevole, per essere un cittadino attivo, ma responsabile. In tal senso, la disuguaglianza digitale cambia, spesso ampliandosi, quando diventa anche culturale, ovvero legata al tipo e al livello di competenze digitali che il soggetto spesso non possiede e che è in grado di implementare a partire dalle stimolazioni socioculturali provenienti dal contesto circostante.

La carenza di competenze sull’accesso ai servizi digitali si riflette inevitabilmente sull’occupabilità e sul loro utilizzo nelle attività quotidiane (altro indicatore dell’indice DESI nel 2019). Secondo quest’ultimo, infatti, nel 2019 il 19% della popolazione italiana dichiarava di non aver mai utilizzato internet, posizionando l’Italia al 25° posto nella classifica europea. Analoga correlazione è sottolineata dai recenti dati del CENSIS sulla digitalizzazione in cui si afferma come la scarsa occupabilità nel digitale inevitabilmente condiziona la diffusione di competenze digitali.

L’investimento sul capitale digitale (soprattutto in termini di competenza) dei cittadini degli ultimi decenni ha rappresentato una delle principali strategie adottate dall’Unione Europea per una crescita intelligente sui temi dell’innovazione, della qualità dell’istruzione e della formazione competitiva nel mercato del lavoro. A partire dalla Strategia Europa 2020, il processo di inclusione del digitale nei vari sottosistemi socioculturali (come quello dell’istruzione, del lavoro, della pubblica amministrazione, della politica, dell’economia, etc.) ha investito sulla digital literacy al fine di garantire un processo di democratizzazione dell’accesso e l’uso di Internet da parte dei cittadini, l’aumento del livello di fiducia e di sicurezza rispetto al mercato unico europeo e l’implementazione della copertura tecnologica e infrastrutturale attraverso la diffusione della banda larga.

Conclusioni

Già nel 2019, l’investimento sulle competenze digitali per il cittadino è diventato uno dei principali assi alla base della strategia per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese (Italia 2025) che, attraverso l’azione 20, Repubblica Digitale[1], e la Strategia Nazionale per le competenze digitali del 2020, propone di intensificare e rilanciare alcune linee politiche del precedente decennio con particolare riferimento all’implementazione della consapevolezza digitale per orientare verso un utilizzo etico e responsabile della Rete; all’aumento delle competenze digitali di e-leadership e specialistiche, al fine di migliorare i servizi digitali della Pubblica Amministrazione, continuando il processo di e-governement inaugurato nella strategia Europa 2020; all’investimento sulle competenze digitali nel sistema educativo in modo organico e sistemico attraverso un processo di re-skilling dei lavoratori e rafforzamento della formazione professionalizzante nel campo dell’ICT.

Tali condizioni inevitabilmente diventano propedeutiche per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, soprattutto quelli relativi all’implementazione del capitale digitale delle agenzie di socializzazione, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di ridurre ed eliminare definitivamente tale divario.

Note

  1. La Repubblica Digitale è promossa dal Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri con “l’obiettivo di combattere il divario digitale di carattere culturale presente nella popolazione italiana, per sostenere la massima inclusione digitale e favorire l’educazione sulle tecnologie del futuro, accompagnando il processo di trasformazione digitale del Paese” (Fonte: https://repubblicadigitale.innovazione.gov.it/)
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