L'ANALISI

Digitale, un affare da filosofi: le domande giuste sul lockdown

Distanziamento e Web 2.0, isolamento e reti Internet, big data, algoritmi. Le tecnologie catapultate in primo piano dalle strategie anti-Covid aprono nuove finestre nella percezione dell’Io. Ribaltando assiomatici confini e prospettando ulteriori matrioske di coscienza che solo pensiero critico e arte possono interrogare

09 Giu 2020
Lorenza Saettone

Filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo. Collabora con l’istituto di Network Cultures. Tirocinante presso Scuola di Robotica

Photo by Yeshi Kangrang on Unsplash

Sotto il lockdown, la nostra essenza di esseri umani sarebbe stata irrealizzabile senza il web. Per quanto Internet sia fonte di moltissimi problemi, ha garantito, però, la possibilità che si stia continuando a lavorare, conoscere, comunicare, esprimerci. In breve, il web può essere un innesco di resilienza frankliana, ma anche un mezzo per creare ed esperire valori nonostante la situazione limite che ci troviamo ad affrontare. Gettando le basi di una nuova cultura digitale. Vediamone le implicazioni.

Di cosa parliamo quando parliamo di tecnologia

Quando si parla di tecnologia il nostro approccio è sempre cauto, come se cercassimo ogni volta le clausole che un demonio potrebbe avere nascosto in filigrana tra le pagine del contratto. Non è un caso che sia la luce posta in trasparenza a guidarci nella ricerca dell’inganno… E in effetti anche la lettura su monitor è attuabile solo grazie alla retroilluminazione.

È come se sentissimo il peso della punizione che condannò Prometeo a essere martoriato da un’aquila. È come se avessimo sempre paura di poter utilizzare la pala per scavarci la nostra stessa fossa, invece che per reperire tesori nascosti. Eppure i fiumi scorrono vitali proprio nei loro sepolcri…

È la nostra parzialità che deve balzarci all’occhio, perché se da un lato siamo costantemente diffidenti verso il progresso tecnologico, dall’altro accogliamo con eccessiva tranquillità ogni consiglio pubblicitario. Pochi, per esempio, si pongono domande intorno alla verità e alla bontà delle norme sociali, dell’Ego, dei ruoli e delle entità collettive.

La pandemia ha stimolato la stessa incoerenza che siamo soliti riservare alle scienze applicate. Non siamo una specie razionale, non sappiamo ragionare in termini impersonali. Ogni volta veniamo guidati da vuoti di differente natura: lo stomaco, le tasche, l’Io… Attualmente, infatti, i più refrattari al complottismo si sono trasformati in cercatori di trame oscure, solo per trovare una giustificazione a uscire e non rinunciare alla routine. Gli scientisti hanno perso fiducia negli esperti. I misantropi hanno improvviso bisogno di fare gruppo e i filantropi non credono più nel welfare e nella solidarietà.

Il gregge esiste perché c’è un recinto? O l’esistenza del confine dipende da quella dell’allevamento? Che diritti ha un pastore sulla vita degli animali e sulla spazializzazione della terra? La proprietà privata ci appartiene o noi le apparteniamo? Sono tutte domande tabù, quando vengono applicate all’agire in fase REM che non vuole essere disturbato. È come se gli esseri umani avessero un’idiosincrasia essenziale verso tutto ciò che potrebbe dare loro torto o ragione – è la possibilità a generare in loro fastidio.

Mura difensive contro le domande che contano

Il problema non sono i paraocchi, ma piuttosto i meccanismi di difesa che collochiamo, sempre, ai margini di quelle chiusure. Si genera una muraglia escheriana: una successione di mura difensive per nascondere ogni volta la costruzione precedente. Un pomerium che ne racchiude sempre un altro e che, perciò, finisce solo per diminuire la nostra proprietà terriera. È un paradossale tentativo di celare la difesa e il margine, senza considerare che in questo modo stiamo solo ergendo una matriosca infinita di fortificazioni: una gabbia inscalfibile e davvero soffocante.

Siamo tutti dotati di schemi mentali imprescindibili, costruiti dalla tradizione, dal linguaggio e dalla fisica e biologia stesse (i nostri occhi non vedono il magnetismo, eppure c’è). I paraocchi sono chiusure che ci condizionano e limitano la prospettiva, è vero, ma sono anche due elementi in aggiunta a quelli che già potevamo vedere: non bisogna concentrarci solo sull’oggetto che ci manca. Il pensiero relativo a questa mancanza è una conoscenza che si somma alle altre e che altrimenti non ci sarebbe. La mancanza ci arricchisce. Il problema è sempre l’atteggiamento di fronte al limite.

Questo genere di speculazioni filosofiche è deriso dall’uomo pratico, quello il cui “areale” è la quotidianità media. I tabù rivelano sempre motivi nascosti, sottintesi. Cerbero custodisce l’inferno. Nessuno lo avrebbe collocato alla porta del calviniano Paese dei Ladri, dove “tutti vivevano in concordia e senza danno, poiché l’uno rubava all’altro”. Nell’Ade, invece, c’è qualcuno che vuole trattenere le anime solo per sé, che ruba e non vuole essere a sua volta derubato.

La ragion critica, i sofisti e il complottismo, con finalità diverse, portano tutti alla luce le aporie intrinseche degli enti. Se si parla di tecnologia e di web, però, la paranoia viene utilizzata ecumenicamente e cessa di essere tabù. Chiedersi il perché di questa inversione è tuttavia di nuovo intollerabile per chi ama agire indisturbato, praticando solo atti riflessi e condizionamenti pavloviani. Quello che suggerisco è di porsi sempre domande, analizzando scenari “what if” opportunamente costruiti. Occorre indagare possibilità e conseguenze di ogni ambito.

Big data strumento chiave dell’epistemologia

Le divisioni sociali non dipendono dal World Wide Web, ma dalle scelte politiche degli ultimi vent’anni. La scuola e il governo non hanno investito sulla digitalizzazione e soprattutto sulla digital literacy. Anche i Big Data, così temuti, non rappresentano un pericolo di default.

I terabyte fluiscono automaticamente nei Data Base. Ogni nostra interazione è ormai mediata e catturata dai dispositivi digitali e dagli smart objects. Le azioni sono rappresentate da bit analizzabili. I dati non sono automaticamente conoscitivi, anzi, sono per lo più rumore. Sono gli esperti che, dall’immenso ammontare di tracce digitali, devono individuare i pattern utili, quelli significativi. Pertanto la sfida si colloca a livello epistemologico, ad alto livello, nella possibilità di discriminare ciò che è triviale da ciò che, invece, può essere fecondo. I dati non sono né buoni né cattivi in loro stessi, è l’uso – umano, troppo umano – che conferisce loro caratteristiche morali.

Superare il limite lockdown

In questa circostanza di emergenza pandemica appare chiaro che l’unico modo per rallentare la diffusione del virus è applicare il lockdown, dando modo agli ospedali di trattare tutti i pazienti, senza trovarsi con un numero maggiore di casi rispetto ai posti disponibili. Affidarsi al senso di dovere civico di ciascuno non è sufficiente. Già Kant sosteneva che l’imperativo categorico non funziona senza un Dio che, oltre al paradiso, prevede un inferno inespugnabile. Servono deterrenti efficaci e guardie da cui non sia facile non essere visti. Droni, polizia, elicotteri e Big Data sono stati impiegati per scoraggiare le trasgressioni. I grandi dati diventano pure uno strumento con cui prevedere l’avanzata della pandemia e conoscere con precisione i contatti dei soggetti positivi al virus, applicando la quarantena preventiva.

Per coincidenza, il nuovo coronavirus fu rivelato proprio da un’azienda canadese, che, computando i Big Data relativi alle comunicazioni in rete, si accorse, e molto prima che la Cina lo ammettesse al mondo, di una polmonite atipica nella zona di Wuhan. Internet, inoltre, consente di collegare tutta la comunità degli scienziati, permettendo loro di lavorare simultaneamente a un vaccino e una cura. Anche l’Intelligenza Artificiale viene applicata a queste ricerche, affinché, con una rapidità letteralmente disumana, trovi un rimedio. Pertanto, alla luce di questi esempi intorno all’uso della tecnologia per il bene sociale, perché restiamo diffidenti? Perché la propaganda politica (in forma analogica) ci sembra più trasparente dei risultati ottenuti dagli algoritmi?

Troppo narcisi per la app con dati anonimizzati

Ci domandiamo se i nostri dati potranno essere utilizzati per altri scopi oltre alla previsione dell’avanzata del virus. L’emergenza potrebbe essere prolungata con qualche gioco dialettico, così da giustificare una sorveglianza continua, e quindi una punizione senza termine? Ci sono alternative ai Big Data che contestualmente tutelino la nostra privacy? Se venissero inseriti nel computo anche i nostri stili di vita, la sanità potrebbe costarci in modo differenziato? Qualora un fumatore, per esempio, si dimostrasse positivo al Covid-19, potrebbe dover pagare di più le cure? Certamente i grandi dati hanno molti side effects, ma il “tribunale della ragione” non deve essere “sguinzagliato” solo contro la Big Data Science. Va applicato a tutto, anche contro la ragione stessa, la quale, almeno in questo tribunale, non potrebbe mai essere giudicata in contumacia.

Dobbiamo chiederci, allora, perché non scaricheremmo la App Immuni, ma di nostra spontanea volontà decidiamo di includere la geolocalizzazione sui nostri selfie. Perché vogliamo lasciare tracce biografiche in rete, condividendo, cotidie, contenuti che ci descrivano? Non sarà che l’anonimizzazione di quei bit computati dai data analysts risulti intollerabile al nostro narcisismo e al diritto d’autore? Nel film Blade Runner i replicanti collezionavano tantissime foto. Si diceva avessero bisogno di ricordi. Allo stesso modo noi, e a maggior ragione in questo contesto di incertezze, sentiamo una fortissima necessità di essere confermati. Nel saggio The Web. Coronavirus e Web 2.0: domande e risposte della filosofia, edito dall’Istituto di Network Cultures, “torturo” spesso gli esseri umani perché non si prendano in giro riguardo ai motivi che si nascondono dietro la condivisione di sé. Stiamo lasciando così tante fonti che gli storici non faranno fatica a ricostruire i pezzi mancanti, non essendocene più. Probabilmente il lavoro storiografico sarà eseguito da ingegneri e matematici, vista la mole di dati che gli esseri umani stanno producendo online. La storia sarà una branca della Big Data Science.

Il divertimento e la tecnologia non sono materiali isolanti, che impediscono al soggetto di pensare. Il problema è relativo al tipo di coscienza che vi si approccia e che coglie ogni occasione per distrarsi. L’uomo non sa stare chiuso in una stanza, diceva Pascal. Ecco perché si cerca ogni modo per fuggire, o fisicamente, violando le norme di contenimento della pandemia, o annullando la coscienza, saturando il Google Calendar di impegni. Il web, i Big Data e il divertissement (poco praticabile in “quarantena”), di per loro stessi, non sono negativi.

Tecnologia, le domande giuste dei filosofi

I grandi dati già in passato erano serviti per battere sui tempi l’avanzata dell’H1N1, computando le Web Quest che gli utenti effettuavano. La burocrazia e lo Stato Moderno sono troppo lenti rispetto ai media su cui la globalizzazione e le informazioni viaggiano, mentre gli algoritmi riescono a eseguire calcoli velocissimi, su un materiale prodotto in tempo reale. È come se si ottenesse la quantificazione di ogni singolo agire individuale, permettendoci sia di cogliere il retroscena goffmaniano in forma non qualitativa, sia di essere precisi fino al singolo soggetto che agisce, scartando l’Universalismo a favore dell’Individualismo Metodologico. La mole enorme di materiale rende altresì ininfluente l’errore.

Il rischio è anche quello di non cogliere la natura probabilistica delle leggi che emergono dalle analisi, scambiandole per connessioni necessarie. Allo stesso modo si potrebbe cadere nell’errore di leggere le correlazioni tra variabili come leggi causali. È per questo che servono filosofi capaci sia di porre le giuste domande ai dati, di modo che siano effettivamente informativi, sia di applicare l’ontologia, l’etica e l’epistemologia ai Big Data, così da ottenere una loro tassonomia, rendendo conto della verità, veridicità e bontà degli output.

La filosofia può altresì venire in aiuto per guidarci nelle scelte pratiche, per la posizione più razionale da assumere in questa emergenza sanitaria e per correggere le nostre erronee attribuzioni di onnipotenza al metodo scientifico. In questo periodo abbiamo esperito tutta l’incertezza degli scienziati, i loro tentativi per prove ed errori, gli elementi sociali che condizionano gli schieramenti e le titubanze comunicative nell’arduo compito di informare i profani. In realtà non si tratta di un complotto, come spesso si sente vaneggiare. L’incertezza dell’induttivismo e la natura sociale degli oggetti scientifici non sono solo deliri filosofici, ma dipendono dalla natura della stessa scienza.

Reinventarsi grazie alla tecnologia

Nel saggio che ho pubblicato il 3 maggio per l’Istituto di Network Cultures tratto tutti questi argomenti, compreso il fatto che il virus sembri beneficiare delle infrastrutture che noi stessi gli abbiamo preparato. Solo lo Stato Westfaliano pare rallentato in questa società informazionale. Anche la ridefinizione dei confini nazionali per proteggere dall’avanzata del Sars-CoV-2 è un prodotto della mondializzazione e non è la rivincita dello Stato Moderno. Analogamente non assistiamo alla sconfitta della Società. È sempre la Natura a vincere, non essendoci nulla al di fuori di essa.

Le pratiche umane, il liberismo, l’inquinamento, gli allevamenti sono stati concretizzati solo perché la Natura ha permesso che ci fossero, pertanto sono definibili naturali a pieno titolo. “Contro-natura” è solo ciò che non può essere realizzato, ciò che, per le leggi fisiche e biologiche, risulta davvero impercorribile. La Natura bilancia sempre gli interessi di ogni sua parte, virus compresi. Il risultato dell’equilibrio complessivo ha portato a una pandemia come quella odierna. Il virus non è un soggetto anomico fuori contesto – si è adattato meglio di noi alla velocità della globalizzazione e ai suoi corollari.

Quest’emergenza sanitaria è un test con cui possiamo valutare la salute della nostra specie? Gli esseri umani sono savi quando sanno reinventarsi, trovando altri modi per soddisfare i loro bisogni, non restando bloccati nelle strategie sclerotiche. La tecnologia è un modo per rispondere altrimenti, grazie alla quale possiamo realizzare la nostra entelechia nonostante il lockdown. Attraverso essa possiamo gestire la globalizzazione e i suoi effetti inintenzionali, purché ci si approcci senza dogmi.

La pandemia è una situazione necessaria, eppure conserviamo più di un margine di libertà. Gli esseri umani restano liberi di adottare un atteggiamento stenico di fronte all’inevitabile, ponendosi le giuste domande di senso. Il limite ci è connaturato. Il Prometeo romantico agisce comunque, nonostante sappia di perdere. L’esistenzialista del Novecento lo constata e si passivizza nella perdita. L’homo social compie sabotaggi che ribadiscono solamente la sua schiavitù e la sua inattività: non scava fosse ma si copre gli occhi con la terra, trovandosi, infine, davvero seppellito in una sorta di cumulo.

Il saggio “The Web. Coronavirus e Web 2.0: domande e risposte della filosofia” vuole dunque essere un vademecum per affrontare l’emergenza e la tecnologia, chiedendo aiuto al pensiero critico e alla poesia. Filosofia e arte stanno sulla scala di Wittgenstein, ma di vedetta.

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