realtà virtuale

Giornalismo immersivo: nuova frontiera o fake news?

Le tecnologie di realtà virtuale stanno scavandosi un ruolo nell’editoria 4.0 grazie alla restituzione “empatica” delle storie evocate. Ecco le prime sperimentazioni in atto e i rischi connessi

20 Lug 2020
Francesca Michetti

PHD in Business and Behavioral Science - 'G.D'Annunzio' University; Master Degree in Law - LUISS Guido Carli University


Immaginate di indossare un visore per la realtà virtuale e di immergervi in uno scenario tridimensionale e interattivo, per capire meglio una notizia.

Siete sulla scena del conflitto siriano, una bambina canta tra le strade di Aleppo, prima che una bomba esploda e scoppi il caos. Siete in coda all’esterno di una mensa per i poveri a Los Angeles, in attesa di cibo, quando un uomo cade a terra in coma diabetico per via della fame. O, ancora, vivete l’esperienza di essere un detenuto nel Camp X-Ray della prigione di Guantanamo.

Si tratta dellimmersive journalism (giornalismo immersivo), la nuova frontiera del giornalismo che utilizza le tecnologie di realtà virtuale (VR) per rappresentare e comunicare le notizie al fine di trasportare l’utente all’interno dell’evento giornalistico.

Realtà virtuale al servizio dell’informazione, insomma.

L’obiettivo è consentire al partecipante, tipicamente rappresentato come un avatar digitale, di entrare effettivamente in uno scenario virtualmente ricreato che rappresenta la notizia. Sia che l’utente entri nella storia come se stesso sia che interagisca come soggetto della narrazione, egli ha così un accesso senza precedenti alle immagini, ai suoni e persino alle sensazioni che accompagnano la notizia[1].

L’idea di fondo è che l’esperienza in prima persona condurrà a una migliore comprensione della storia narrata[2] e stimolerà una risposta emotiva più forte verso i temi sociali trattati[3]. Del resto, se l’imperativo è coinvolgere il lettore, quale modo migliore dell’immergerlo sensorialmente nella narrazione?

Definizione di giornalismo immersivo

Difficile individuare una definizione univoca. Taluni hanno utilizzano il termine per riferirsi alla realtà virtuale o al video giornalismo a 360 gradi [4]. Tuttavia, Nonny De la Peña – considerata “la madrina della realtà virtuale” – e i suoi colleghi della USC Annenberg School of Communications and Journalism, lo definiscono come una nuova tecnica narrativa che non ruota solo intorno alla tecnologia utilizzata ma che coinvolge anche il concetto di “senso di presenza“, ossia la sensazione dell’utente di trovarsi effettivamente nel luogo della storia[5].

Ed è proprio in questo che il giornalismo immersivo si discosta dalle forme di giornalismo tradizionali, in quanto offre non solo una presentazione, ma anche un’esperienza sensoriale della realtà. In questo modo, esso fornisce un livello di comprensione e di coinvolgimento nelle notizie unico nel suo genere, ben diverso rispetto alla lettura della pagina stampata o alla visione passiva di materiale audiovisivo.

Elementi che creano un’esperienza immersiva

Quanto agli elementi caratteristici dell’immersive journalism, al primo posto si collocano le tecnologie immersive che ricreano virtualmente lo scenario in cui si svolge il fatto. In proposito, il dispositivo tecnologico utilizzato può avere un effetto diverso sul livello di immersione: tecnologie più recenti, come Oculus Rift, forniscono un’illusione più inclusiva al partecipante, rispetto ai dispositivi tradizionali come il desktop o il telefono cellulare.

Anche il tipo di narrazione gioca un ruolo importante nel rendere coinvolgente una produzione giornalistica, in base al grado di partecipazione dell’utente. Quest’ultimo può sperimentare la narrazione come semplice osservatore, in terza persona, o rivestire un ruolo attivo, in prima persona; il che, chiaramente, aumenta il suo livello di immersione.

Un terzo elemento del giornalismo immersivo è la possibilità di interazione con l’ambiente virtuale: l’utente può, ad esempio, guardarsi intorno a 360 gradi, camminare, afferrare oggetti virtuali. Infine, il senso di presenza, inteso come uno stato di coscienza o il senso psicologico di trovarsi in un ambiente virtuale[6].

Il pubblico diventa, quindi, parte della storia, il che spiega perché il giornalismo immersivo sia definito una vera e propria «esperienza d’azione»[7], utilizzando l’espressione “storyliving” piuttosto che “storytelling”.

Esempi di giornalismo immersivo

Grandi testate giornalistiche come il New York Times e il Guardian hanno recentemente lanciato ambiziosi progetti di giornalismo immersivo per creare un coinvolgimento più profondo con il pubblico. Dalle grandi cause umanitarie alla scienza, passando per i viaggi e per l’ecologia.

Indossando il visore, si viene catapultati sul fronte della guerra. The Displaced, il primo documentario in realtà virtuale prodotto dal New York Times, racconta la storia di tre adolescenti e di tre guerre: Siria, Ucraina e Sudan del Sud. A seguire, The Fight for Falluja ci trasporta al fronte della guerra in Iraq e della lotta contro l’ISIS. Con Project Syria, commissionato dal World Economic Forum, entriamo sulla scena del conflitto siriano. Camminiamo tra le strade di Aleppo, pochi istanti prima dell’esplosione di una bomba, ed entriamo in un campo profughi al confine con l’Iraq, sperimentando le drammatiche condizioni di vita dei bambini siriani.

Lo scenario cambia. 6 x 9, pubblicato dal Guardian nel 2016, ci conduce all’interno di una cella di isolamento statunitense per vivere un’esperienza di confinamento incredibilmente toccante; mentre con Gone Gitmo sperimentiamo le durissime condizioni di vita dei detenuti del carcere di Guantanamo. L’avatar viene legato, incappucciato e costretto ad inginocchiarsi nello stesso modo in cui i detenuti sono stati portati in prigione.

Diverso il caso di Hunger in Los Angeles  che affronta il problema della fame in America. Qui lo spettatore, in una semi-totale embodied experience, assiste allo shock diabetico di un uomo che sviene mentre è in attesa di cibo, in fila al banco alimentare in un quartiere di Los Angeles.

Ma la realtà virtuale coinvolge anche la scienza e ci porta su Marte. Con Discovering Gale Crater, il Jet propulsion laboratory della Nasa, in collaborazione con Google, ci accompagna sul pianeta rosso, tra le rocce del cratere Gale, attraverso la Monumern Valley marziana e la collina Marias Pass.

E i viaggi non finiscono qui. Con le “Augmented reality series” realizzate da The Washington Post possiamo visitare e scoprire storia e curiosità di alcuni degli edifici più innovativi del mondo, tra cui la Elbphilharmonie Concert Hall di Amburgo.

Nasce il concetto di Empatia 3.0

Un’ipotesi spesso formulata è che l’esperienza immersiva rafforzi l’impegno emotivo dell’utente, il che a sua volta porterebbe ad un aumento del livello di comprensione della storia e del più ampio contesto sociale che descrive.

Nel suo Ted Talk Chris Milk descrive il potenziale della VR per creare la “macchina dell’empatia definitiva“, che in seguito è stata oggetto di un ampio dibattito. L’idea è che possiamo essere più empatici verso gli altri se possiamo, almeno virtualmente, vedere la situazione attraverso i loro occhi. Ma che cos’è l’empatia? Quando viene semplicemente descritta come “la capacità di assumere la prospettiva di un’altra persona” (Lakoff e Johnson, 1999), essa sembra incarnare perfettamente l’obiettivo del giornalismo immersivo.

Il concetto di empatia ha avuto la sua genesi nella teoria estetica del XIX secolo, attraverso l’uso del termine “Einfu hlung” (letteralmente “immedesimazione”, “sentire dentro”) per descrivere l’esperienza di fusione dell’anima con la natura o con le opere d’arte. Con Lipps (1906), poi, il concetto si è ampliato, includendo la simulazione delle emozioni dell’altro seguita dalla proiezione di queste emozioni simulate nell’altro, che poi porta alla comprensione di quello che l’altro prova. Questo modello di simulazione-proiezione sembra essere alla base del dibattito sul potenziale “empatico” del giornalismo immersivo. Ultimamente, tuttavia, alcuni studiosi hanno criticato questa posizione, sostenendo che un sentimento di presenza e di immersione non conduce necessariamente ad una maggiore empatia verso le persone della storia.

I rischi di un giornalismo sensazionalistico

E non solo. Numerose sono anche le preoccupazioni etiche a riguardo. In primis, è lecito chiedersi in che misura il giornalismo immersivo sia conforme alla realtà. Più precisamente, fino a che punto può spingersi nel (ri)costruire il mondo della notizia e immergervi il fruitore senza inficiare l’obiettività e l’autenticità della stessa?

Nell’epoca ‘post-verità’, in cui proliferano le iniziative contro la disinformazione online – nella veste ‘classica’ delle fake news o in quella più insidiosa dei deep fake un tipo di giornalismo in grado di trasformare il fattuale in finzionale suscita non poche perplessità. Inoltre, dal momento che l’immersione nella notizia avviene anche e soprattutto attraverso i sensi, è lecito chiedersi se il giornalismo immersivo non alimenti anch’esso quel sensazionalismo (dis)informativo da cui è sempre più spesso affetto il giornalismo tradizionale.

C’è poi il rischio che si possano sminuire, trasformandoli in gioco (gamification), temi di grande attualità e rilievo. Senza trascurare la sicurezza e il benessere psicofisico del pubblico. È più facile prendere le distanze da uno schermo da 21 pollici piuttosto che da un visore di realtà virtuale. Pertanto, in questa ricerca di empatia, è bene ricordare che gli spettatori prendono parte ai progetti immersivi aspettandosi un’esperienza fattuale che non sia drammatica né traumatica.

Il giornalismo del futuro

Secondo James Pallot, il futuro del giornalismo sarà quello di spingere ancora più in là i confini del giornalismo tradizionale. Un nuovo modo di raccontare le notizie comporta altresì un nuovo modo di approcciarsi alle stesse, con tutti i benefici e i rischi che ciò comporta. Ai giornalisti spetta, come sempre, il compito di assicurare l’applicazione delle migliori pratiche giornalistiche nella creazione di un servizio immersivo; mentre agli spettatori si ricorda di accostarsi (anche) a questo nuovo formato giornalistico con consapevolezza e pensiero critico.

NOTE

  1. De la Pena et al. (2010). Immersive Journalism: Immersive Virtual Reality for the First-Person Experience of News, Presence Teleoperators & Virtual Environments 19 (4):291-301; Sirkkunen, E., Uskali, T., (2019). Virtual reality Journalism. The International Encyclopedia of Journalism Studies, pp. 1–5.
  2. Deuze M., Beckett C. (2016). On the role of emotion in the future of journalism. Social Media & Society 2(3); Sánchez Laws AL (2017). Can immersive journalism enhance empathy? Digital Journalism; Watson Z. (2017). VR for News: The New Reality? Digital News Project 2017. Oxford: Reuters Institute for the Study of Journalism.
  3. De Bruin K., de Haan,Y., Kruikemeier S., Lecheler S., Goutier N. (2020). A first-person promise? A content-analysis of immersive journalistic productions.
  4. Aronson-Rath R, Milward J, Owen T, et al. (2016) Virtual reality journalism. Report, Columbia Journalism School, New York, USA; Doyle P, Gelman M and Gill S (2016) Viewing the Future. Virtual Reality in Journalism. Miami, FL: Knight Foundation; Watson Z (2017) VR for News: The New Reality? Digital News Project 2017. Oxford: Reuters Institute for the Study of Journalism.
  5. De Bruin K., de Haan,Y., Kruikemeier S., Lecheler S., Goutier N. (2020). A first-person promise? A content-analysis of immersive journalistic productions.
  6. Slater M and Wilbur S. (1997). A framework for immersive virtual environments (FIVE): Speculations on the role of presence in virtual environments. Presence: Teleoperators and Virtual Environments 6(6): 603–616.
  7. Dominguez E. (2017). Going Beyond the Classic News Narrative Convention: The Background to and Challenges of immersion in Journalism, Frontiers in Digital Humanities, Vol. 4 (10).

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4