la riflessione

I musei di fronte alla guerra: testimonianza, immaginario e rappresentazione

Il museo legittima la rappresentazione dei fatti storici socialmente, culturalmente e politicamente. Ma cosa può fare di fronte alla guerra? In questo caso, ha un compito fondamentale: influenzare i processi decisionali umani e sociali affinché i conflitti armati vengano bandita definitivamente dalle possibilità

04 Apr 2022
Fabio Fornasari

Architetto museologo, direttore artistico Museo Tolomeo, ricercatore associato IRPPS-CNR, Membro ICOM

museo ivankiv distrutto

Cosa possono fare i musei di fronte alla guerra? Dove si pone il museo in relazione alla realtà? Si pone dentro la storia, si impegna sui suoi oppure è fuori da un impegno civile?

Domande che non ci si può non porre oggi, alla luce degli scenari di guerra alle porte dell’Europa.

La scrittura di questo articolo, partito con l’idea di lavorare su blockchain e NFT, non può non tenere conto di quanto sta accadendo, ci sta accadendo.

È davvero difficile non porsi alcune domande e quindi cercare alcune risposte.

Dopo due anni nei quali ho raccontato nelle riviste, sulle agende, negli incontri pubblici della necessità della cura, del museo come deposito di cura, citando Andrea Canevaro, ecco che sembra che tutto questo sia stato inutile.

Il nuovo ruolo dei musei dopo la pandemia: oasi del reale nel mondo digitale

Guerra e urbicidio

Stiamo cercando di continuare nelle nostre normalità ma il sentimento e l’attenzione, non possono non venire richiamati dagli eventi in corso.

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Una guerra che con violenza riavvicina le distanze e che consuma e distrugge città e territori.

La furia produce l’ennesimo urbicidio e con esso la distruzione delle sue istituzioni, tra queste anche quelle museali. Senza parlare delle migliaia di morti civili che già dobbiamo contare.

Così fu anche a Sarajevo. È del giugno 1993 l’ultimo bollettino dell’Ordine degli architetti Bosniaci: Warchitecture il titolo. Precede una mostra che girerà per i musei europei nel 1993 e che porta il titolo Urbicide. L’esposizione mostra le foto in bianco e nero che testimoniano l’urbicidio: le foto degli architetti morti e delle loro architetture, morte pure loro sotto i colpi delle bombe, nemiche prima di tutto della civiltà. Nell’ex Jugoslavia la memoria genetica e culturale è stata annullata: si sono violentati i corpi e le città, si sono mutilati monumenti e individui. Lo sgomento abissale per la sofferenza umana, in una guerra di cui i mass-media non ci hanno risparmiato l’orrore, ha fatto passare in secondo piano la distruzione del patrimonio architettonico e documentario. Delle città storiche della Bosnìa-Erzegovina, dove si tramandavano stratificati i ricordi del passato ottomano, musulmano, cristiano e sefradico di Sarajevo, ormai non rimane quasi più niente.

Il saccheggio culturale che si è perpetrato nei Balcani denota la volontà di un assassinio rituale delle città, che si perpetua inappagato ancora oggi.

Anche in questo caso i musei europei si fanno portavoce di una testimonianza.

La guerra percepita fuori da noi, lontana, che colpiva lontano da noi e quindi non era sentita ora non solo è vicina ma potrebbe assumere la peggiore di tutte le forme che il pianeta conosce.

Per questo è giusto trovare le risposte alle domande su quale ruolo deve e può assumere un museo in questa situazione.

“Di colpo si fa notte

s’incunea crudo il freddo

la città trema

livida trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano

(…)

bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d’ogni cecchino

bella la vita a Sarajevo città

questa è la favola della viltà”

C.S.I. (Consorzio Suonatori Indipendenti)

Cupe vampe, 1996

I musei della guerra nascono in tempo di pace

Il museo è, o dovrebbe essere, un dispositivo di cattura dell’immaginario.

Trattenerlo, svolgerlo per raccontare attraverso una collezione, uno spazio e i suoi codici la realtà.

È nei tempi di pace che nascono i musei della guerra, quei musei che hanno il compito, di mantenere viva l’attenzione sugli orrori della guerra. Di questo parla il saggio di Luca Basso Peressut.

Il museo legittima la rappresentazione dei fatti storici socialmente, culturalmente, e anche politicamente. Usa i codici e i linguaggi che gli sono propri per comunicare le ricerche riferite ai propri patrimoni.

Sono i luoghi dove si confrontano le visioni non sempre in armonia tra loro.

In questi giorni di guerra non si astengono dal proporre i propri modi di parlare per spiazzare e attivare le attenzioni intorno a problema.

Sergio Risaliti, Direttore del Museo del Novecento di Firenze spiega ad Artribune il suo gesto che manifesta non solo una protesta ma una precisa presa di posizione. “È un segno di solidarietà e anche un messaggio ben preciso quello che vogliamo dare, con un museo italiano che risponde così all’articolo della Costituzione in cui si afferma che l’Italia ripudia la guerra”.

Si tratta della pubblicazione di quattro pagine completamente coperte di nero, in segno di lutto e anche di protesta contro gli orrori della guerra che si sta combattendo in Ucraina.

Quando si fa un lavoro creativo si sa quanta fatica serve per costruire, produrre, fare che la materia unita al pensiero si faccia cosa. Ma sappiamo anche in quanto poco tempo queste cose possono venire consumate: lo sa il cuoco, lo sa l’artista.

Costruire insieme è attività ancora più difficile, mantenere traccia di ciò che è stato e ciò che sarà.

Ma ci sono forme di consumo che non producono piacere e queste sono proprio le guerre.

Ma la propria natura non può essere tradita. Il museo per sua natura cura e lo fa con competenza, una competenza che si sviluppa e cresce nel tempo.

È il caso del Museo LVIV art center di Leopoli.

““Il Lviv Art Center è stato trasformato in un centro di accoglienza temporanea per sfollati interni e per tutti coloro che necessitano di conforto psicologico. Lavoreremo dalle 10:00 alle 21:00 tutti i giorni fino a quando disponibile. Abbiamo biscotti, tè, pace, gatti e Alterkava [una marca di caffè, ndr]. Cercheremo di fornirti le informazioni più qualificate in modo che non ti senta abbandonato a Leopoli. L’importante è non dimenticare che tutti abbiamo bisogno di mantenere la calma e l’amore reciproco per una parte della tua giornata”. Questo leggiamo sull’account di Instagram.

Il museo fornisce un supporto psicologico e ha pubblicato un piccolo volume per aiutare le famiglie. “tutti i rifugiati ora sono vittime, questo è normale. L’unico modo per uscire psicologicamente da questo stato è l’aggressività attiva e produttiva. I bambini non possono ancora controllare la loro aggressività ed energia. Puoi aiutare tuo figlio a dirigerlo in una direzione sicura”.

“Bastano pochi minuti e un paio di firme per distruggere ciò che aveva richiesto migliaia di cervelli e un numero doppio di mani e molti anni per essere costruito”. Zygmunt Bauman

Guerra e rappresentazione della guerra

Dopotutto la parola guerra non è stata mai bandita neppure all’interno del gioco.

Maurizio Giuffredi, docente di psicologia dell’arte all’Accademia di Belle arti di Bologna (ABABO) scriveva: “Tutti i bambini hanno giocato alla guerra sempre nello stesso modo mentre gli adulti hanno fatto la guerra in modi sempre diversi. La caratteristica principale della guerra di oggi, che la distingue da tutte le variegate forme di guerra del passato, è quella di non avere più regole. Per lo stratega militare Clausewitz la guerra era principalmente un gioco, così come lo era per lo storico umanista Johan Huizinga. Entrambi sapevano che, dal torneo medievale alla guerra più sanguinaria, la dimensione del gioco ha la funzione di relativo contenimento delle forze, e che è funzionale alla regolazione della violenza. Nella guerra odierna l’assenza di limiti ha annullato la dimensione del gioco”.

Ma la simulazione del bambino, tuttavia, non produce distruzione e devastazione, ma approda alla costruzione e rafforzamento del suo mondo interiore. Le ansie distruttive del bambino che si esprimono attraverso la simulazione della guerra e attraverso la violenza si trasformano facilmente in propositi e necessità di pace. Nel bambino non si può parlare di guerra, ma di rappresentazione della guerra. Allo stesso modo nell’arte, da Pino Pascali a Rebecca Horn l’arma è volutamente inoffensiva e appartiene a un altro universo. Nel bambino la simulazione della guerra matura in simbolizzazione e permette il superamento dei conflitti, mentre la guerra vera produce un movimento contrario, radicalmente regressivo, che riporta il soggetto a un’onnipotenza originaria e alla negazione del sé, a un incomprensibile “assoluto di distruzione”.

E così ci dobbiamo domandarci nuovamente come museologi, curatori, di critici e autori sia necessario cominciare a riflettere, molto seriamente, su quello che dovrebbe essere il posto dell’arte, della cultura e della scienza nella società contemporanea, che davanti alla guerra, quella vera, rischia altrimenti di venire dimenticata cancella, lasciando le parole alle sole armi.

In Ucraina in pochi giorni sono già andati persi interi musei.

Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2022, è stato distrutto il Museo di Storia Locale di Ivankiv.

Tra le sue opere esposte un importante e unica collezione delle opere di Maria Prymachenko.

La cultura non è la foglia di fico che viene rimossa quando si è di fronte a momenti come questo. Non è neppure una bandiera da sventolare per argomentare un conflitto, per prendere una parte prima ancora di prender parte alla guerra che è e deve sempre essere deprecata.

Non esiste la guerra giusta, ma la guerra, che nel nostro immaginario ha sempre prodotto non solo il patriottismo ma anche la distopia.

La cultura non è espressione della distruzione, la racconta

La mente umana ha questo grande potere di dare il nome alle cose.

Il nome non basta: c’è bisogno delle grammatiche che danno un senso a quel nome.

Le regole che permettono il funzionamento, che permettono di farsi capire.

La cultura è così che si è sviluppata: osservando e interrogando l’ambiente producendo quegli immaginari che gli servono per capire e farsi capire.

La cultura non è espressione della distruzione. La racconta prima durante e dopo per mostrarla agli occhi di chi vede solo il proprio e l’altrui nazionalismo, le altrui e le proprie ragioni per combattere.

Ma la mente umana ha anche un altro grande potere: costruire mondi, spazi all’interno dei quali approfondire le dimensioni dell’abitare il pianeta. Anche nei periodi più negativi riesce a dar forma a qualcosa che non conoscevamo ancora e che non giustifica le vite perdute ma caratterizza il tempo con quel qualcosa che arriva come nuovo, che apre nuovi fronti di ricerca.

Tutto il nostro immaginario è stato messo alla prova. Venuta meno la presenza degli altri, del loro corpo è stato necessario sviluppare nuove forme di relazione che hanno sviluppato un differente immaginario fondato sulla tecnologia.

Molti musei in questo periodo approntano gallerie, pagine e sezioni virtuali, digitali come ad esempio il Winnipeg Canadian Museum for Human Right, un museo che ha nel suo statuto l’idea di fornire risposte al suo ruolo in relazione con il reale e al suo immaginario.

E quando si è potuto tornare in presenza sono le mostre che cominciano a parlare della distanza vissuta: «Psychodémie. Vivre au temps du confinement »

Nel quadro teorico dell’immaginario inteso in senso lato come istanza del simbolico sia individuale sia sociale volta alla produzione di immagini, l’immaginario collettivo di stampo mediale si configura come il patrimonio di simboli, miti, forme, discorsi su cui si produce la comunicazione di un sistema sociale.

Conclusioni

Se ci collochiamo sullo sfondo del rapporto tra uomo e natura possiamo pensare alla qualità dell’uomo come essere generico che attraverso la dotazione simbolica – nella sintesi dei livelli denotativo (della scienza) e connotativo (come piano più astratto che arriva all’arte) – pensa e produce la tecnica come forma di appropriazione simbolica del mondo. Qui l’artificiale, il virtuale, viene a connotarsi come elemento centrale della natura simbolica dell’umano.

In questo senso possiamo pensare l’immaginario tecnologico come serie e flusso di immagini, come insieme di discorsi sulla rappresentazione della tecnica e per via della tecnica che risolve le funzioni principali dell’immaginario: rappresentare, costruire, prevedere, prefigurare, elaborare.

Il che, in definitiva, vuol dire che l’immaginario della tecnica opera per esorcizzare la catastrofe che non è più e non tanto da intendersi come segno del destino ma come risultato dei processi decisionali umani e sociali.

Il museo, quindi, ha un compito ed è fondamentale: influenzare i processi decisionali umani e sociali affinché la guerra venga bandita definitivamente dalle possibilità.

Nel suo essere spazio di apprendimento e interazione non ha più da tempo il solo compito di proporre conoscenza ed evasione. Deve assolutamente fare entrare nell’immaginario valori non competitivi distruttivi ma di confronto attivo. Per ora sono pochi i musei che si sono relazionati. Non c’è ancora traccia di questa realtà molto pesante.

Non sappiamo ancora come andrà a finire, ma se avesse ragione Einstein, speriamo che quei bastoni e quelle pietre verranno usate solo per giocare a baseball e a non per “ripartire dal via”.

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