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Direttore responsabile Alessandro Longo

La riflessione

I nativi digitali sono tra noi. Sul serio

di Paolo Ferri, università Milano-Bicocca

28 Dic 2012

28 dicembre 2012

Ci sono davvero i nativi, molte ricerche lo confermano, nonostante le correnti di pensiero che ne neghino l’esistenza. Il docente della Bicocca chiarisce alcuni punti del precedente articolo che ha suscitato un vivace dibattito culturale

Il mio recente intervento su Agenda Digitale ha rinfocolato il dibattito sui “nativi digitali” e sul loro uso della tecnologia. Si tratta di un dibattito che fu già molto vivace all’uscita del mio libro Nativi digitali (Bruno Mondadori, 2011). Le questioni oggi  sono le stesse. Esistono davvero i “nativi”? Apprendono meglio o peggio  con i nuovi media? Il loro modo di usare le tecnologie è legato alla loro età?  In particolare con il mio gruppo di ricerca ha cercato di chiarire questo tema nel volume  Digital Learning (Cavalli, Ferri, Mangiatordi, Scenini, Pozzali, Ledizioni 2010) di cui trovate una sintesi su Wired on-line

Ciò che emerge dai nostri dati è chiaro: la coppia oppositiva nativi/immigranti digitali è efficace ed esplicativa, a patto che non si considerino i nativi come una categoria unitaria e non si enfatizzi troppo la faglia tra nativi e immigrati. I nativi sono, infatti, una specie in via di apparizione, all’interno della quale possono essere individuate differenti popolazioni e stili di fruizione delle tecnologie, diversi a seconda dell’età e quindi dell’esposizione più o meno precoce alle tecnologie della comunicazione digitale. Dai dati, riportati anche in Digital Learning, emergono, infatti, tre tipologie differenti di nativi digitali, che segnano la transizione dall’analogico al digitale dei giovani nei paesi sviluppati: A. Nativi digitali puri (tra 0 e 12 anni);  B. Millennials (tra 14 e 18 anni);  C. Nativi digitali spuri (tra 18 e 25 anni). Solo i primi possono essere considerati “nativi digitali”.  Tuttavia la discussione anche alla fine del 2012 rimane viva, come dimostrano i  molti post al mio articolo sia su www.agendadigitale.eu  sia su Facebook, in particolare all’interno del gruppo Bricks La discussione, vivace e stimolante, si polarizza su alcuni temi che provo a riassumere liberamente riprendendo un posto del 2011sulla community Education 2.0

 
1. “Non esistono i nativi digitali come ‘generazione’”. L’età non è un discriminante. L’idea di una generazione di nativi è errata perché, cito liberamente i sostenitori di questa posizione, le “differenze tra le generazioni sono molto meno rilevanti di quelle che possono rilevarsi all’interno della stessa generazione ad esempio tra gli “immigranti” o gli stessi “nativi”.

2. “Non ci sono ricerche che ne dimostrino l’esistenza”, argomentano altri. Non ci sono, cioè, sufficienti dati che supportino la tesi dell’emergere di una differenza antropologica tra “nativi” e “immigranti” cioè la contrapposizione tra nativi e immigranti non spiega i “fenomeni” e non è fondata su dati “solidi”. 

3. “Il termine ‘nativi digitali’”, dicono ancora altri, “è una generalizzazione indebita”, una fortunata ma pericolosa, metafora, uno slogan di “marketing” che servirebbe a distogliere la discussione dai veri problemi della scuola, che obiettivamente è sotto attacco da più parti. 


Le due prime posizioni sono interessanti e meritano una replica approfondita. La terza la affronterò alla fine in maniera un po’ più bonariamente ironica. 


CONTRA 1 – I NATIVI DIGITALI ESISTONO E CHIAMARLI NATIVI DIGITALI NON CI ALLONTANA DA LORO

Le prime due tesi trovano il loro fondamento teorico nella critica che Henry Jenkins opera nei confronti del concetto di “digital natives”, introdotto in letteratura da Prensky (M. Prensky, “Digital Natives, Digital Immigrants”, On the Horizon, NCB University Press, vol. 9, n. 5, ottobre 2001). A suo avviso, porre troppa enfasi sulle appartenenze generazionali porta a) a esagerare il divario tra giovani (nativi) e adulti (immigranti digitali) b) a disconoscere i potenziali, rilevanti divari (in termini di accesso, competenze, esperienze culturali, ecc.) tra i nativi stessi. Nel suo testo “Reconsidering Digital Immigrants”, Confessions of an Aca-Fan, 5 dicembre 2007, Jenkins scrive: “Parlare dei giovani come dei nativi digitali implica che esista un mondo all’interno del quale questi ragazzi condividono un insieme di conoscenza che tutti hanno avuto la possibilità di padroneggiare, invece di considerare il mondo online come qualcosa di incerto e poco familiare per tutti noi”. Nonostante il profondo rispetto e l’ammirazione che ho per Jenkins e per i suoi studi (è a cura mia e di Alberto Marinelli l’edizione italiana del suo volume “Culture partecipative e competenze digitali”, Guerini, 2010) mi permetto di dissentire con lui. I “nativi” come dimostra Jenkins stesso, almeno i fortunati che vivono in società sviluppate e “connesse”, hanno una cultura informale specifica e molto diversa dalla nostra nell’uso dei media digitali. E poi perché mai la fortunata metafora euristica di Prensky dovrebbe far dimenticare le tematiche legate al digital divide e ampliare la differenza tra “nativi e immigranti”? Anzi, capire meglio chi sono i nostri figli e studenti e comprendere il loro “naturale innamoramento per la tecnologia” (Papert, “Connected Family”, 1996) non può che aiutarci a comprendere meglio i loro bisogni di apprendimento, di socialità e vita. Il fatto è che anche Jenkins non critica l’esistenza di una “nuova cultura partecipativa dei nativi” né afferma che i “nativi” non siano differenti da noi. Solamente, e al contrario di me, crede che l’uso della fortunata metafora euristica introdotta da Prensky possa portare a una serie fraintendimenti. Il volume di Jenkins tra l’altro è supportato da una accurata ricerca finanziata dalla Fondazione McArthur (Jenkins, 2009), dedicata proprio a comprendere le differenze che caratterizzano l’uso dei media digitali dei nativi e a delineare un nuova forma di “new media education”. 

CONTRA 2 – ESISTONO MOLTISSIME RICERCHE AUTOREVOLI SUI NATIVI DIGITALI
La stessa ricerca di Jenkins conferma quanto sia “discutibile” anche la seconda posizione dei detrattori dell’idea che esistano i “nativi digitali”, quella che sostiene come non esistano ricerche che approfondiscano il tema. Oltre a quella già citata, tutte le più prestigiose istituzioni scientifiche e di ricerca internazionali hanno dedicato una grande attenzione al tema dei “nativi”, magari chiamandoli con nomi diversi. Possiamo citare per esempio l’OCSE e la sua ricerca “New Millennium Learners”, un approfondimento di OCSE-PISA che dimostra come l’uso delle tecnologie a casa (più che a scuola) migliori gli apprendimenti e renda più “brillanti” i nostri digital kids (Pedró 2006, 2009, OCDE, 2011), e inoltre il progetto di ricerca “Digital natives” del Berkman Centre for Internet Society di Harvard i cui coordinatori hanno pubblicato il volume “Born Digital. Understanding the first generation of digital natives”. Ancora citiamo Project New Media Literacies (NML), della MacArthur Digital Media and Learning Initiative, il progetto MIT Comparative Media Studies Program, cui ha contribuito lo stesso Jenkins e le numerose ricerche “teen ager nativi USA” del Pew Internet & American Life Project, in particolare la ricerca dedicata ai Millennials, altro nome per definire i nativi, lo stesso Carr nel suo Internet ci rende stupidi (Carr, 2011) porta contro la sua tesi molte prove neuroscientifiche del fatto che i “nativi” sino anche a livello neurale differenti da noi. Dire che non esistano dati e ricerche sul tema è quindi un po’ “incauto”, poi ovviamente i dati e le ricerche vanno interpretati e tutte le interpretazioni fondate sono ammesse.

 
CONTRA 3 – LA VOLPE E L’UVA  Chi argomenta poi che la categoria dei nativi digitali sia una trovata di marketing e una forma di “chiacchiera” pubblicista forse dovrebbe rileggersi una famosa favola popolare codificata da Fedro ed Esopo. Sono, magari, un po’ irritati dal fatto che la potente metafora euristica che mette a confronto “nativi” ed “immigranti” digitali sia stata ideata da Marc Prensky e non da loro? “Una volpe affamata vide dei grappoli d’uva che pendevano da un pergolato e tentò d’afferrarli. Ma non ci riuscì. ‘Robaccia acerba!’, disse allora fra sé e sé; e se ne andò”.

Restano aperte molte domande ma tra queste due: gli insegnanti i genitori e i decisori nel mondo della formazione sono consapevoli e attrezzati a gestire questa rivoluzione antropologica e cognitiva in corso? I politici e i decisori istituzionali sono consapevoli della distanza sempre più grande che separa gli stili di produzione e progettazione dei prodotti dell’industria culturale dai nuovi stili di fruizione dei nativi digitali? La risposta è aperta ma per parafrasare Philip Dick in Ubik “ I nativi digitali sono vivi, noi stiamo… invecchiando”.

 

(Agendadigitale.eu è aperta a ricevere contributi strutturati che dissentiscono o aggiungono riflessioni a quanto sopra. Li pubblicheremo come articoli. Mandate ad alex@alongo.it)

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  • batpat

    Sono insegnante di scuola primaria in una cl@sse 2.0. I miei alunni rientrano nella categoria dei “nativi digitali”. Mi sto interrogando sulla questione, cercando di analizzare in cosa questi alunni siano diversi da altri di una ventina di anni fa.. La loro mente è recettiva, capace di assorbire dall’esterno quello che gli viene dato, quindi sanno navigare, cliccare, leggere e scrivere on line, utilizzare app e software. Non sanno però cosa vuol dire scrivere un telegramma o una cartolina con il francobollo, mandano sms… Se devono fare una ricerca non pensano di andare in biblioteca ma accendono il pc.. Per fare gli auguridi Natale hanno creato insieme un bellissimo biglietto musicale che abbiamo caricato sul nostro blog di classe. Questo per dire che sono cambiate le loro esperienze e vivono una realtà diversa, per cui per loro è praticamente impossibile fare dei confronti tra esperienze che invece gli immigrati digitali hanno nel loro bagaglio culturale. Questa in sostanza è la grande differenza dalla quale non si può più prescindere.. Per questo occorre ripensare all’educazione tenedo conto che la mancanza di certe esperienze, che prima erano naturali nella vita di un bambino, ci obbliga a non dare nulla per scontato. Un augurio: che le politiche a favore dell’istruzione sappiano dare spazio ai reali bisogni delle nuove generazioni.

  • Antonio Calvani

    Paolo, … perseveri!!!… 🙂 Condurre indagini su come cambiano i comportamenti dei giovani e le pratiche tecnologiche è utile sul piano descrittivo e conoscitivo, dunque continua a monitorare questi cambiamenti, come hai fatto sinora egregiamente con le tue ricerche. Ma il problema che qui poni non è ben posto. Che vuol dire esistono o non esistono i nativi digitali? Il problema sta nei significati imnpliciti che dai ai termini. Se ti riferisci al fatto che oggi i raqazzini che crescono in ambienti tecnologici evoluti acquisiscono maestrie e familiarità tecnico-operative proprie degli strumenti che frequentano e diverse da quelle acquisite da chi è cresciuto in ambienti diversi, scopri un’ovvietà.
    Potremmo dire che la mia generazione- un po’ meno la tua- era fatta (a ..nostra insaputa..!) di “nativi falegnami” ; avevamo tutti sotto casa uno scantinato dove si imparava a riparare una bicicletta o costruire un monopattino quando oggi un quindicenne non sa tenere in mano un chiodino).
    Il problema nasce quando si attribuisce a questa categoria dei cosiddetti “nativi digitali” un set di tratti cognitivi di buona qualità,pedagogicamente rilevanti che, si assume, sarebbero strettamente connessi a quelle frequentazioni tecniche. Questo è il punto.
    Ora tutte le ricerche di cui si dispone-mostrano che questa relazione non è suffragata; semmai certi tratti specifici di una frequantazione tecnica intensa (come il multitasking) correlano con una maggiore labilità e distrattività cognitiva.
    Comunque fino a che si rimane a livello di diatriba scientifica, poco male.
    Il discorso però diventa insidioso quando si passa a cavalcare questo tema per sostenere che la scuola sarebbe allora vecchia, da “rottamare”, che il cambiamento dovrebbe partire dalle tecnologie, dall’adeguare la scuola alle “esigenze” delle nuove generazioni bla bla..
    Questo orientamento alla fine raggiunge solo uno scopo, quello di colpevolizzare gli insegnanti, farli sentire inadeguati, quando il loro ruolo invece è estrememente importante proprio perché oggi hanno dinanzi una generazione tanto evoluta sul piano tecnico quanto sprovveduta sul piano critico e del senso di responsabilità.

    Per l’Italia rimando ad anche un nostro contributo scientifico che supporta quanto sopra, ma del resto, mi sembra in linea con una ormai prevalente letteratura internazionale – Are young generations in secondary school digitally competent? http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S036013151100248X

  • Paoloferri

    Caro Antonio, hai ragion e condivido molto di quello che dici persevero perche’ purtroppo nelle scuole c’ e’ ancora chi crede che la tecnologia mangi i bambini e che la connessione a Internet faccia venire brutti mali. Ovviamente non sono cosi’ ingenuo da credere che la tecnologia da sola possa cambiare gli apprendimenti o che i nativi abbiano innate competenze … ma penso come te che possano essere molto utile per gettare un ponte tra gli stili di apprendimento degli studenti e quelli di insegnamento e che i nativi vedano e costruiscano il mondo in maniera diversa dalla nostra

  • Paolo Feri

    Vi consiglio la lettura di questo bell’articolo di Gianni Marconato
    http://www.giannimarconato.it/2012/12/il-digitale-a-scuola-migliora-lapprendimento/

  • ginevradm

    Gentile prof.
    Le riporto la mia personale esperienza di insegnante di scuola media(quindi sprovvista di qualsiasi valore statistico, ma di un qualche valore aneddotico…) vicino Salerno.
    Circa il 15% dei miei alunni non ha il computer, almeno il 30% non ha internet.
    L’uso che questi ‘nativi’ fanno di internet è prioritariamente legato a prolungare la socializzazione di classe e creare dinamiche relazionali che è stato più volte necessario sanzionare, perchè vicine al cyperbullismo.
    Usano Internet anche per i videogiochi, in aggiunta alle playstation e ai vari nintendo.
    Alle volte arrivano assonnati a scuola e assolutamente impreparati perchè hanno dedicato la loro serata/giornata a tali edificanti occupazioni.
    I più accaniti hanno difficoltà di espressione verbale, se devono scrivere un testo semplice affermano di ‘non sapere cosa dire’, di non avere idee…Sono affettivamente immaturi e fondamentalmente aggressivi ma fragili. Taccio sulle difficoltà nello scrivere un testo corretto e coeso.
    Se però si chiede loro di usare internet per altri scopi (ricerche, organizzazione di itinerari di viaggio, informazioni per scrivere cronache, ecc.) coloro che hanno la stampante si presentano con caterve di carta che ovviamente non hanno letto. Un po’ meglio per i viaggi, ma anche lì…Quanto all’approfondimento, impossibile…l’attenzione è volatile anche per le cose che interessano. Perchè tutto ciò che comporta ‘fatica’ è poco gradito.
    In sintesi: le TIC sono solo una strumento, e i nativi digitali sanno usare questo strumento. Molti lo usano molto male. Gli studenti che hanno avuto buoni risultati nelle indagini internazionali provengono dall’upper class, da un ambiente socio-culturale medio alto, e per questo hanno strumenti migliori e li usano meglio.
    Forse sono un po’ pessimista, o insegno solo nel posto sbagliato.
    La ringrazio dell’attenzione La saluto cordialmente
    Ginevra de Majo

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