La riflessione

Intelligenza artificiale in Italia, ecco le priorità 2020

L’Italia dovrà essere in grado di sfruttare le occasioni offerte dall’intelligenza artificiale, per restare al passo con l’innovazione in Europa: in primis, serve una strategia. Ecco come

Pubblicato il 15 Gen 2020

Andrea Renda

Senior Research Fellow and Head of GRID (Global Governance, Regulation, Innovation, the Digital Economy) CEPS

Intelligenza artificiale, una task force a supporto della crisi pandemica

Nell’anno appena iniziato, l’implementazione di una strategia nazionale sull’intelligenza artificiale dovrà essere considerata una priorità dal Governo italiano. L’IA può rappresentare, per l’Italia, tanto un’occasione di rivalsa economica e sociale quanto una forza erosiva rapida e micidiale, capace di relegare il nostro Paese in una posizione periferica e rapidamente obsolescente. Vediamo cosa è stato fatto nel corso del 2019 e quali passi ancora bisogna compiere, considerando anche il contesto europeo.

L’intelligenza artificiale tra 2019 e 2020

Il 2019 è stato l’anno della “consacrazione” per l’intelligenza artificiale, divenuta argomento sui tavoli dei “potenti” da Davos al G7, elemento cardine delle strategie industriali dei paesi più avanzati, oggetto di attenzione quasi morbosa sulle reti sociali, strumento di esercizio del potere commerciale privato nei paesi democratici, nonché di quello pubblico nei regimi totalitari. Un anno in cui abbiamo imparato termini come “capitalismo della sorveglianza” e “sistemi di credito sociale”. È stato anche l’anno della presa di coscienza del ruolo che l’Europa può assumere nel promuovere un uso responsabile e sostenibile dell’IA, sia nel comparto industriale che nelle relazioni sociali. Un anno in cui la Commissione europea si è ingegnata nel coordinare gli sforzi degli Stati Membri attraverso un Piano Coordinato per l’IA, e ha – attraverso il lavoro di un apposito gruppo di esperti di alto livello – prodotto Linee Guida etiche per un’IA affidabile, che hanno poi trovato adeguata eco anche nelle proposte globali dell’OCSE e nei primi passi del nascente Partenariato globale sull’IA.

Il 2020 sarà molto diverso. Arriverà, annunciato dalla nuova presidente Ursula Von der Leyen, la prima iniziativa legislativa della Commissione europea sulle conseguenze etiche e umane dell’IA, anticipata probabilmente da una Comunicazione attesa per il 19 febbraio. Si inizierà, dunque, a parlare di regole concrete. Allo stesso tempo, la doppia sfida lanciata dalla Von der Leyen, all’insegna della transizione verde e della trasformazione digitale, mostrerà tutte le sue difficoltà, ma anche le possibili sinergie: di certo, non vi è soluzione al Green New Deal (il nuovo, ambizioso piano ambientale della Commissione teso a fare dell’Europa il primo continente carbon-neutral entro il 2050) senza un utilizzo massiccio delle nuove tecnologie, in particolare il connubio tra IA e Internet delle Cose. La nuova Commissione lo ha capito, e ha fatto propria la sfida. Allo stesso tempo, le nuove tecnologie digitali vanno utilizzate con raziocinio, se non si vuole che la cura sia peggiore della malattia. L’IA e le tecnologie ad essa collegate possono generare, se non adeguatamente regolate, maggiore disuguaglianza tra cittadini, tra imprese, tra regioni e tra paesi; costi ambientali anche notevolissimi, spesso non correttamente “internalizzati” dalle imprese che li generano; un graduale spostamento di risorse dal lavoro al capitale, con conseguenze molto significative per il mondo del lavoro; un’alterazione del processo democratico e della fiducia degli utenti attraverso nuove forme di emulazione e contraffazione, che arrivano persino a riprodurre le fattezze e la voce di personaggi pubblici (attraverso i c.d. deepfake).

Scopriremo, nel 2020, che l’IA non è né un fenomeno passeggero, né un dono dei Re Magi. È una famiglia di tecniche di straordinaria e crescente potenzialità, che deve essere gestita, anche se non con paura, quanto meno con cura. Ma vi è di più: in virtù del suo impatto pervasivo, l’IA è una sfida che non ammette mezze misure. Soprattutto nel nostro Paese, ricco di cultura e tradizione, fragile nelle infrastrutture e nel territorio e potenza industriale avanzata seppur in declino di produttività, l’IA costituisce una sfida da affrontare a viso aperto: adattarsi, o morire. I Paesi che sapranno interpretare in modo più sostenibile la transizione verso l’era dell’IA, ad esempio nel comparto Industria 4.0 ma anche nella modernizzazione e digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, nell’ottimizzazione dei trasporti e delle infrastrutture, nell’ammodernamento del sistema di istruzione pubblica e privata, si avvantaggeranno rapidamente e inesorabilmente rispetto agli altri. I paesi che affronteranno questa transizione, e l’umanesimo digitale che la accompagnerà, ponendo enfasi sulla IA come strumento di sostenibilità economica, sociale e ambientale, se ne gioveranno anche in termini di export delle soluzioni tecnologiche più utili e innovative.

Le priorità per l’Italia

Per questo motivo, nonostante alcuni notevoli sforzi pregressi (e.g. la Task Force dell’Agid e il lavoro del Team Digitale, entrambi concentrati sul ruolo della PA e degli open data) e al netto dei ritardi generati dall’avvicendamento politico dell’autunno scorso (da giallo-verde a giallo-rosso), non si comprende a fondo il ritardo del nostro Paese nel dotarsi di una strategia concreta per accompagnare la trasformazione digitale, in particolare attraverso una strategia per la diffusione sostenibile dell’IA nelle imprese, nella PA, tra i cittadini. Un ritardo conclamato, visto che la Commissione europea ha sollecitato tutti i Paesi Membri ad adottare una strategia nazionale in tema di IA entro il giugno 2019, ma la strategia italiana manca ancora all’appello. Il governo rischia, così, di arrivare a definire una strategia nazionale mentre il resto d’Europa starà già discutendo la prima normativa in tema di AI, e dopo che la Commissione europea avrà definito tutti i piani di spesa e di revisione legislativa necessari per il pieno sviluppo dell’IA in Europa. Non un buon risultato per un Paese fondatore dell’Unione, e che mostra una rinnovata vocazione a presentarsi come attore importante e costruttivo sui tavoli delle istituzioni europee.

Il ritardo è, peraltro, ancor più preoccupante se si considera che il lavoro di definizione della strategia è in gran parte già stato completato, e a tempo debito. Il precedente governo (“Conte 1”) si era premurato di costituire una task force, che conta trenta esperti indipendenti con competenze multidisciplinari: un gruppo che si è distinto per spirito di iniziativa e capacità di lavoro, arrivando a presentare un documento completo e ambizioso già ai primi di giugno del 2019, dunque in tempo per consentire al governo di tradurre le proposte in una strategia concreta entro la scadenza europea. Il documento è però rimasto dormiente fino alla fine di agosto, quando il governo ormai uscente ha deciso di pubblicarlo insieme a una prima bozza di strategia, sottoposta a consultazione fino al 13 settembre.

Il lavoro della task force italiana sull’AI

Il documento predisposto dalla Task Force propone l’adizione di un quadro etico e normativo sull’IA sostanzialmente omogeneo rispetto al tracciato comunitario, ma più dettagliato rispetto ai profili di responsabilizzazione dell’intera filiera, dunque persino pionieristico nell’elaborazione giuridica. Inoltre, la Task force propone una visione innanzitutto antropocentrica, ma anche e soprattutto planet-centric dell’IA, ponendola come strumento di affermazione e potenziamento dell’intelletto umano, nonché come volano di sostenibilità sociale e ambientale. La strategia si articola lungo fattori abilitanti come l’economia dei dati, le infrastrutture e la Pubblica Amministrazione come vero soggetto catalizzatore degli sforzi di trasformazione digitale a vantaggio del cittadino e dell’ambiente, in una visione che richiama la necessità di sviluppare e promuovere, accanto all’IA e alle competenze e regole ad essa afferenti, anche le tecnologie complementari come il 5G, l’Internet delle Cose, il supercomputing, le architetture edge/cloud e l’IA “distribuita” o “embedded”. Tutto questo all’insegna di una politica industriale da dipanare in filiere chiave per il nostro Paese come l’industria, i servizi, l’agrifood, l’energia, la PA, i beni culturali e le digital humanities.

Ma dove la proposta della task force si fa ancor più incisiva è nella governance del sistema. Per poter sfruttare a pieno l’IA come strumento di competitività e sostenibilità, L’Italia ha bisogno di coordinare in modo armonico e sinergico la ricerca, l’innovazione e le politiche pubbliche in un disegno unico, di riorganizzazione della macchina di governo. La Task Force propone a tal fine la creazione di una cabina di regia interministeriale in grado di coordinare gli sforzi dei vari dicasteri orientandoli verso un percorso di sviluppo sostenibile. L’IA viene dunque presentata non già come tema a sé stante, ma come fluido vitale di un Paese riformato e in grado di governare al meglio la propria trasformazione industriale e sociale.

Incidentalmente, l’istituzione di una cabina di regia, alla quale si affiancherebbero un Istituto Italiano per l’IA (I3A) e una piattaforma specifica per l’High Performance Computing/Edge Computing, consentirebbe al nostro Paese di riallinearsi alle migliori pratiche europee e internazionali su vari fronti: quello della better regulation (sul quale l’Italia non è ancora riuscita a dotarsi di una vera e propria autorità di supervisione regolatoria); quello dei c.d. productivity board (l’Italia si è impegnata nel contesto europeo a crearne uno entro il marzo 2018, ma non ha mai dato seguito all’impegno preso); e quello del rapporto tra innovazione, politica industriale e regolazione (sul quale ora il Paese può contare su un Ministro competente, ancorché senza portafoglio).

Non a caso, la strategia nazionale proposta dalla Task Force richiama esempi come France Stratégie e Acatech, e le strategie in tema di IA più orientate alla sostenibilità, come quella francese. Alcune di queste idee hanno trovato una prima collocazione nella “Strategia per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese” presentata a dicembre dal Ministro Paola Pisano, che correttamente pone l’enfasi sul ruolo della PA e del coordinamento delle politiche pubbliche come elementi chiave per rimettere in moto un Paese che da due decenni soffre di una produttività industriale a dir poco asfittica, e di un crescente disallineamento rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile. Nonostante l’ambizione del Piano, è però necessario avere ancora più coraggio nel metter mano alla governance. In particolare, manca ancora all’appello una strategia concreta per l’IA come strumento di trasformazione profonda del Paese.

Lo scenario futuro

Nelle ultime settimane, la Commissione europea ha intensificato la pressione nei confronti del Governo italiano, affinché quest’ultimo comunichi la strategia nazionale sulla IA. Una strategia attesa anche dal Parlamento, nel quale un Intergruppo dedicato all’intelligenza artificiale sembra nutrire intenti ambiziosi per il Paese. Nelle ultime settimane, qualcosa in effetti si è mosso, e la task force indipendente si è nuovamente riunita per iniziare ad apportare alcune modifiche per tener conto dei commenti ricevuti a settembre 2019.

La speranza è che la strategia nazionale possa vedere la luce entro la primavera. Nel frattempo, l’Italia sta perdendo clamorose opportunità: non solo l’IA può rappresentare motore di profondo cambiamento per l’intero Paese; per di più, il nostro Paese ha la possibilità di ottenere che uno dei futuri poli di ricerca europei sull’IA sia collocato sul territorio nazionale (magari a Genova, dove il nostro IIT è eccellenza della robotica; o a Bologna, dove si sta allestendo uno dei computer più potenti al mondo).

Ma vi è di più: sembra prospettarsi all’orizzonte la creazione di un centro per la prevenzione dei grandi rischi che utilizzi il supercalcolo e l’IA per la protezione del territorio, dell’ambiente e delle comunità più fragili (possibilmente a Bagnoli). Inutile aggiungere che il nostro Paese, con il suo territorio fragile martoriato da terremoti e alluvioni, la sua stagnazione economica e produttiva e il deterioramento progressivo della coesione sociale, non può e non deve voltare lo sguardo di fronte a prospettive di tale portata.

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