La pandemia della povertà: i tre nodi da affrontare per un mondo diverso | Agenda Digitale

dopo il covid-19

La pandemia della povertà: i tre nodi da affrontare per un mondo diverso

La pandemia in corso potrebbe portarci alla fine della democrazia e a un governo eterodiretto da Big Data e algoritmi. Oppure essere un cancello tra un mondo e un altro, da attraversare con un bagaglio più leggero, pronti a immaginare un mondo diverso

22 Apr 2020
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria


In Lombardia quasi la metà delle imprese ha riaperto, il 40% in provincia di Bergamo dove pure il contagio italiano è nato per l’irresponsabilità anche del mondo imprenditoriale. Più della metà delle attività ha riaperto in Veneto. Eppure, siamo ancora in una fase critica e servirebbe maggiore prudenza.

Ha detto il presidente della Toscana, Enrico Rossi: “con una semplice comunicazione alle prefetture stanno riaprendo centinaia di migliaia di aziende senza protocolli per la sicurezza, che solo in pochi casi sono stati elaborati”

Molti, troppi vorrebbero ripartire subito e “come prima”. Allo scopo “usando” magari gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale che ha previsto per il 2020 una recessione “senza precedenti” e il Pil mondiale in discesa del 3%, con un rimbalzo del 5,8% nel 2021. Tra le economie messe peggio c’è l’Italia per la quale il Fmi stima un crollo del 9,1% quest’anno. Male anche Francia e Germania, con un -7%, mentre per gli Usa si parla di un -5,9%.

Intanto, pure nella ricca Milano – modello massmediatico virtuoso di economia digitale e (apparentemente) immateriale ma insieme precarizzata – è in aumento la povertà, proprio tra quelli che avevano lavori precari e non regolari. Papa Francesco chiede un “reddito universale” che somiglia molto a un ‘reddito di base’ per tutti, ma ricorda soprattutto che “nessun lavoratore deve essere senza diritti” (ma togliere diritti ai lavoratori è stato proprio il mantra neoliberale e tecnico degli ultimi 40 anni che tutti, destre e sinistre del mondo, hanno praticato e continuano a voler praticare perché anche la ripartenza – dicono – richiederà “ovviamente” nuova precarizzazione).

Lo smart working diventerà per molti mesi “obbligatorio” (e forse per sempre, per molti lavoratori), mentre nessuno cerca di capire se la famosa e glorificata Industria 4.0 fosse/sia davvero il nuovo che avanza o solo la riverniciatura digitale del vecchio taylorismo (e se l’obiettivo è solo quello di intensificare/accelerare i tempi-ciclo di lavoro, il pluslavoro di molti e il plusvalore di pochi, la seconda è la risposta esatta).

Tre grandi questioni. Più una

In realtà, tre grandi questioni incombono su di noi, complice la pandemia: quella della libertà e della democrazia; il rischio di dimenticare la crisi da cambiamento climatico e le cause che la producono; quella della povertà, delle disuguaglianze e della crisi del lavoro. Su tutto, il prepotere incontrollato di tecnica e macchine (algoritmi/IA, robot, Industria 4.0, eccetera) e della razionalità solo strumentale/calcolante-industriale che le domina e ci domina (e che vuole la “ripartenza subito”). Diventate – noi tutti dimenticando che la vera razionalità è quella che ha l’uomo e la Terra come “fine” (Kant) – la forma e la norma di vita egemone, ma irresponsabile e nichilistica, delle nostre società.

Partiamo dalla prima questione. Ammettiamolo: per il sistema neoliberale tecno-capitalista l’occasione è ghiotta.

Ha scritto Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale: “Tra gli effetti collaterali del Covid-19 c’è quello di avere spento di colpo qualunque forma di protesta [nel mondo]. Con grande sollievo per i regimi autoritari e i governi impopolari, ma non solo per loro. Il sociologo francese Geoffroy de Lagasnerie parla di una “sottomissione nazionalista”: il sentimento di appartenenza a un corpo [politico] nazionale nei cui confronti ognuno sente di avere degli obblighi, con tutti i pericoli di scivolamento autoritario che ne derivano. L’emergenza di queste settimane fornisce il pretesto per alimentare il controllo sociale, rafforzare i poteri di polizia, ridurre al silenzio le voci critiche, mettere a rischio intere categorie di lavoratori in nome di un interesse nazionale. La risposta a tutto questo non può che essere creativa e prevedere la sperimentazione di nuovi modi di esprimere il dissenso”.

Social non è società e non è socialità, e non è democrazia

Giusto, ma come fare dissenso ed evitare che i controlli sanitari, doverosi, siano l’ultimo pezzo che percorriamo del piano inclinato su cui stiamo scivolando, cedendo sempre più potere, libertà, sovranità e ‘capacità’ e ‘possibilità’ di essere e di ‘restare umani’ alle macchine/dati/algoritmi, e nuovamente fuggendo dalla libertà non verso i totalitarismi politici, come nel ‘900 (si rilegga Fuga dalla libertà di Fromm), ma verso una autocrazia industriale/tecnologica/algoritmica – tanto simile però (se non è peggio) ai vecchi totalitarismi? Come evitare che il controllo capillare del potere si accresca ancora di più su di noi, noi accettandolo come necessità e come ineluttabile (non lo è, ma siamo indotti a crederlo), auto-alienandoci dalla libertà (parafrasando Freud) in nome di una presunta sicurezza sanitaria?

Se molti guardano con attenzione e favore alla Cina e al suo sistema di contenimento del coronavirus, dovremmo ricordare piuttosto, come ha scritto il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, che “la Cina ha già introdotto un sistema di punteggio sociale impensabile per l’europeo medio, che consente una valutazione a tutto tondo dei cittadini. Ciascun individuo deve essere costantemente valutato in base al proprio comportamento sociale. Nessun momento della quotidianità passa inosservato. Si controlla ogni clic, ogni acquisto, ogni contatto, ogni attività sui social. Chi passa col rosso, chi frequenta persone critiche nei confronti del regime o posta commenti critici sui social perde punti. (…) In pratica non vi è alcuna protezione dei dati personali. Il concetto di privacy non rientra nel vocabolario dei cinesi”.

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È questo il futuro distopico (un Panopticon non solo sanitario) verso cui stiamo appunti scivolando – o a cui siamo forse già arrivati, l’unica differenza è che da noi a fare controllo e a darci un punteggio sono soprattutto social/imprese private?

“L’esperienza che viviamo” – ha scritto il filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag, denunciando il rischio altissimo che stiamo correndo, dopo esserci già abituati da 15 anni alla profilazione di massa – “offre al potere un terreno di sperimentazione senza precedenti: la possibilità di disciplinare e controllare le popolazioni di interi paesi e continenti. È sempre sorprendente (e allo stesso tempo inquietante) osservare con quale rapidità gli individui si lascino disciplinare quando la bandiera della sopravvivenza viene agitata. La ‘servitù volontaria’ è al suo apice quando il braccialetto elettronico del prigioniero diventa un telefono acquistato a caro prezzo”.

Come esprimere dissenso, dunque?

In primo luogo, facendo in modo che soprattutto le app di tracciamento sanitario restino un’eccezione, non siano integrate con altre banche dati e siano gestite da un soggetto pubblico democraticamente controllabile; evitando quindi di usare, per lo scopo quelle stesse imprese private che hanno fatto profitti in questi anni appunto spiandoci in massa (altrimenti sarebbe come se, per ridurre la criminalità informatica e tutelare la privacy nominassimo Ministro degli interni Mark Zuckerberg).

In secondo luogo, non illudendoci che i social ci abbiano salvato dalla solitudine e dalla tristezza/depressione del confinamento in casa; la pandemia ha piuttosto offerto l’occasione per averci ancora più connessi con essi social, offrendosi come intrattenimento, svago, divertimento, torte fatte in casa, grigliate condivise via Zoom (un dispositivo ulteriore di tracciamento e vendita di dati personali), lezioni sul pc e palestre fai da te. Ovvero: i social sono stati ancora una volta una potentissima “industria culturale 2.0” o una fonte perfetta di “arma di distrazione di massa” per produrre profitti altissimi e non certo per aiutarci a socializzare. Farci socializzare via rete – illuderci di socializzare e di partecipare – è solo il mezzo usato dal capitalismo per estrarre valore/profitto ‘anche dalla vita’ (e non più solo dal lavoro e dal consumo) di ciascuno e per portarci/sussumerci ancora di più ‘piacevolmente’ nel sistema.

Quando la pandemia sarà finita (una pandemia che non è stata un “cigno nero” secondo la metafora di Nassim Taleb – un evento non previsto, che ha effetti rilevanti e che, a posteriori, viene razionalizzato e giudicato prevedibile – perché gli scienziati l’avevano in realtà prevista da tempo, ciò che è mancata è la nostra capacità di essere lungimiranti), dovremo non solo uscire di casa e incontrare gli altri e ritrovare forme vere di partecipazione/condivisione (per ‘restare umani’), ma soprattutto fare una cura disintossicante disconnettendoci dalla rete e dai social. Che sono appunto la nuova forma del controllo e di organizzazione del lavoro/consumo nel “capitalismo delle piattaforme” e nella rete diventata una “fabbrica integrata globale” di “lavoro in forma di folla”, di “lavoro diffuso”, di “lavoro a domicilio/mobile” e soprattutto – appunto – di incessante “estrazione di pluslavoro e quindi plusvalore” dalla vita di tutti noi. Ci torneremo più avanti, ma fin da subito affermiamo che la pandemia potrebbe essere appunto la ‘grande occasione’ – se non contrastata con forza da tutti noi – per arrivare alla fine della democrazia e a un governo eterodiretto da Big Data e algoritmi; dove il bisogno di “uomo forte” espresso/rappresentato da populismi e sovranismi viene tradotto in un “algoritmo forte” che decide per noi.

Ancora Benasayag e il gruppo “Malgré tout”, nel loro “Piccolo manifesto in tempi di pandemia”: “Di fronte alla complessità del mondo, la tentazione reazionaria ci invita a delegare il nostro potere di agire ai tecnocrati, quando non direttamente alle macchine algoritmiche. In questa visione oligarchica, gli scienziati sanno, i politici seguono e il buon popolo obbedisce” (in www.micromega.net).

Realizzandosi così, “grazie” alla tecnica, anche il sogno/obiettivo di un neoliberale come von Hayek: “meglio uno stato autoritario favorevole al mercato che una democrazia contraria al mercato”; un modello neoliberale – non dimentichiamolo, perché questo ne definisce la forma e l’essenza profondamente anti-democratica e illiberale – sperimentato per la prima volta nel Cile della dittatura fascista di Pinochet (dopo il colpo di stato del 1973) e poi “esportato” in tutto il mondo con le “riforme strutturali” imposte dagli ordo-liberali in Europa e dal Fmi e dalla World Bank nel resto del mondo. Applicando dal 1989 (guarda caso lo stesso anno della caduta del Muro di Berlino, del trionfo del capitalismo globalizzato e dell’inizio delle tecnologie di rete), il cosiddetto Washington Consensus imponendo ai paesi in difficoltà economica un pacchetto standard di azioni e di riforme strutturali pro-mercato e finanza e contro i diritti del lavoro e dei lavoratori.

La pandemia dell’impoverimento

Seconda questione, quella del lavoro e della povertà. Perché se la pandemia sembrava inizialmente “cosa” da paesi ricchi (Der Spiegel), ora si calcola che ad esempio in India potrebbe contagiare 400 milioni di persone. Per non parlare di altri paesi, soprattutto poveri. Dove le misure di contenimento diventano quasi impossibili e le strutture sanitarie di terapia intensiva sono ridotte ai minimi termini (per non parlare del resto). Economie dove – come in Africa – l’85% della popolazione vive di economia informale/di sopravvivenza, priva quindi non solo di quello che in occidente chiameremmo welfare, ma di qualsiasi rete di protezione sociale; e dove non avere un reddito, anche minimo o incerto significa morire non di Covid-19 ma di fame. Paesi dove diminuiscono le rimesse degli emigrati; dove cala il prezzo delle materie prime; che avranno difficoltà enormi a rinnovare i loro debiti a condizioni non-capestro (e i paesi creditori dovrebbero sospendere o cancellare tutto il debito pregresso, pena una possibile catena di insolvenze); paesi per i quali i 50 miliardi di dollari di aiuti previsti ora da Fmi e BM sono solo poche gocce contro un gigantesco tsunami di povertà annunciata.

Lavori informali e poveri – svolti da lavoratori poveri e informali – che dilagano tuttavia anche nel ricco occidente, in Europa come in America, perché questo richiedeva nei decenni scorsi il tecno-capitalismo. E anche negli Usa è diventata ancora più fragile la situazione post-coronavirus dei gig economy workers, di tutti quei lavoratori che ciascuno di noi contribuisce a sfruttare usando – come parte ormai della nostra vita di tutti i giorni – quelle piattaforme/app che li considerano freelancers e non, come dovrebbero essere perché tali sono, lavoratori dipendenti a tempo pieno – loro sotto-proletari al nostro servizio per avere la cena a casa – e sono 15 milioni gli americani che dipendono dai lavori della gig economy come loro principale fonte di reddito. E pensare che solo pochi anni fa il modello di Uber era considerato una bellissima novità, capace di rovesciare il vecchio e ingessato mercato del lavoro rendendo ciascuno non lavoratore ma imprenditore libero e autonomo: “Finalmente sei il boss di te stesso”, titolava trionfalisticamente Affari & Finanza di Repubblica, mentre l’uberizzazione del lavoro era considerata come il “nuovo che avanza” e “che non si può e non si deve fermare”, perché “la diffusione dell’innovazione è maggiore di qualunque reazione” (scriveva ad esempio Massimo Bergami, della Bologna Business School, nel 2016 sul Sole 24 Ore); salvo poi oggi accorgerci che abbiamo creato una massa di proletari iper-sfruttati, non imprenditori di se stessi ma lavoratori quasi servili, senza tutele, paria tra i lavoratori – altro che ‘il nuovo che avanza’, piuttosto “l’Ottocento che ritorna” riverniciato di nuove tecnologie.

E ancora: nel primo report dopo le misure di distanziamento sociale, il Department of Labor degli Usa annunciava che 3,3 milioni di persone si erano dichiarate disoccupate; alle quali, appena una settimana dopo, se ne aggiungevano altri 6,6 milioni, senza per altro tener conto dei lavoratori part-time, dei self-employed e appunto dei gig workers. E si stima che il Pil americano crollerà tra il 30 e il 50 % la prossima estate, per cui il dilemma del capitalismo sarà scegliere tra: “kill the economy or kill more people”.

Ripartire, sì. Ma verso dove? E come?

Tutti chiedono: “facciamo ripartire l’economia”. Al più presto. Ma ripartire “come prima” sarebbe un errore drammatico e una ulteriore fuga dalla responsabilità, cioè dalla libertà. Pure ammettendo di risolvere la crisi determinata dalla pandemia, se non cambiassimo nulla del nostro modello tecno-capitalista andremmo comunque a sbattere – è la terza questione – contro la crisi ambientale e climatica, i cui effetti sono e saranno ben maggiori di Covid-19. E se la pandemia non è stata determinata dal sistema capitalistico (ma la sua velocità di diffusione/contagio, sì), quella ambientale lo è sicuramente.

Quindi dobbiamo cogliere l’occasione della pandemia, come abbiamo scritto su queste pagine

Il mondo prima e dopo il coronavirus: come restare umani disubbidendo al sistema

per uscire da un modello economico e tecnologico, di produzione e di consumo socialmente destabilizzante e disruptivo e soprattutto di insostenibilità sistemica rispetto alla biosfera. Concorda Miguel Benasayag: “Viviamo tutte e tutti nell’ombra di una minaccia grave e generalizzata: quella di una deregolamentazione ecologica globale i cui effetti sempre più massicci (riscaldamento climatico, massacro della biodiversità, inquinamento dell’aria e degli oceani, esaurimento delle risorse naturali) già colpiscono l’insieme del vivente e delle società umane. È certo che oggi una maggioranza di persone ne sia toccata e percepisca (in senso neurofisiologico) questa realtà. Tuttavia, per la maggior parte di noi tutto si svolge come se la catastrofe annunciata, non domani ma già da oggi, non sia identificata come concreta e immediata. La percezione è ben reale ma sembra rimanere a un livello soffuso, senza che sia vissuta direttamente”. Oggi poi rischia di essere rimossa dall’emergenza pandemica. Eppure, “da quando siamo confinati, ci siamo resi conto che siamo esseri territorializzati, incapaci di vivere esclusivamente in modo virtuale, mettendo da parte ogni elemento di corporeità. Milioni di individui fanno oggi l’esperienza nei loro corpi che la vita non è qualcosa di strettamente personale. Le virtù tanto lodate del mondo della comunicazione e dei suoi strumenti (…) nella migliore delle ipotesi riescono a mantenere l’illusione di riunire i separati in quanto separati. (…) In questo momento in cui i legami sono ridotti alla pura virtualità comunicativa, ci sembra [invece] fondamentale pensare i limiti di questa astrazione”.

Se non ora, quando?

E allora, cambiamo modello economico (sfruttatore, estrattivo, proprietario, appropriativo, totalitario/totalizzante), prima che questo modello – il virus del tecno-capitalismo e la sua pandemia globale fatta di cambiamento climatico, disuguaglianze sistemiche, competizione di tutti con tutti, morte della privacy e dell’uguaglianza, spionaggio di massa come nessun altro totalitarismo precedente – cancelli noi e l’ambiente.

E la democrazia e la libertà. Qualcosa che continua in realtà da almeno due secoli. Scriveva l’allora presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, certo non accusabile di ‘complottismo’: “Le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà, di un esercito in armi”. Circa un secolo dopo il presidente Woodrow Wilson diceva: “Una grande nazione industriale [appunto, gli Stati Uniti] è controllata dal suo sistema creditizio. (…) Perciò la crescita della nazione e tutte le nostre attività sono nelle mani di pochi uomini. (…) Noi siamo giunti ad essere uno dei paesi peggio guidati, uno dei più completamente controllati e dominati del mondo civile – non più un governo della libera opinione, non più un governo della convinzione e del voto della maggioranza, ma un governo dell’opinione e del dispotismo di un piccolo gruppo di uomini in posizione dominante”. Oggi dobbiamo aggiornare queste citazioni mettendo accanto alla finanza l’oligopolio tecnologico della Silicon Valley e soprattutto la razionalità strumentale/calcolante-industriale che ci domina e omologa. Ingenuo è allora chi crede che i social possano ‘rifarsi una credibilità’, oggi, in tempi di pandemia, dopo che sono stati per anni e anni espressione del peggiore “capitalismo di rapina” (dei nostri dati, dalla nostra privacy/individualità, cioè della nostra vita, e della democrazia e della conoscenza) mai apparso sulla terra.

Questa crisi, ha scritto Arundhati Roy “è un cancello tra un mondo e un altro. Possiamo attraversarlo trascinandoci dietro le carcasse del nostro odio, dei nostri pregiudizi, la nostra avidità, le nostre banche dati, le nostre vecchie idee, i nostri fiumi morti e i cieli fumosi. Oppure possiamo attraversarlo con un bagaglio più leggero, pronti a immaginare un mondo diverso. E a lottare per averlo”. Magari riattualizzando un famoso detto talmudico che dice: “Se non sono per me stesso, chi sarà per me? Se sono per me stesso soltanto, che cosa sono? Se non ora – quando?” E dunque, ancora Benasayag: “Solo una chiara opposizione al mondo neoliberista della finanza e del puro profitto, solo una rivendicazione dei corpi reali non sottomessi al puro virtuale del mondo algoritmico possono oggi essere i nostri obiettivi”.

E soprattutto quello di volere noi tutti de-coincidere, distanziarci, uscire dal tecno-capitalismo come sovrastruttura totalizzante che vuole imporre il suo ‘ordine’ e la sua “razionalità disumanizzante” sulla nostra vita intera. Per restare umani. E sociali.

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