RECENSIONI GIOVANI

La relazione uomo-macchina vista da un fumetto

Incontro e riflessioni con Alberto Ostini, sceneggiatore di Nathan Never. Esempio di come la letteratura popolare si può interrogare sul futuro del nostro rapporto con il digitale

13 Giu 2014
Nicola Strizzolo

docente sociologo Università di Udine

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Nathan Never, così come altri prodotti dell’industria culturale che ambientavano le loro storie nel post modernismo e avevano come ambientazione scenari fantascientifici o post apocalittici hanno spesso sollevato la questione delle relazioni tra uomo e macchina.

Tendenzialmente la realizzazione di questi prodotti culturali ha avuto grande diffusione fino alla fine degli anni ’90.

A cavallo dei due secoli, complice la diffusione dei cellulari e dell’uso di internet su larga scala, la produzione che fino a quel periodo affronta le relazioni tra umani e tecnologia nelle maniere più variegate si ridimensiona, lasciando spazio a prodotti più realistici e meno fantasiosi.

Dal pessimismo di vedere l’umanità distrutta dalle macchine all’ottimismo della rivincita dell’uomo sulla tecnologia, questo argomento è stato affrontato sotto ogni sfacettatura e con la creazione di centinaia di scenari diversi.

Resta interessante interrogarsi su un fumetto come Nathan Never, che nonostante abbia superato la soglia critica degli anni 2000, continui felicemente ad essere pubblicato mantenendosi coerente con le prime uscite degli anni ’90.

Evidentemente l’umanità che traspare dal protagonista, rispetto alla sua ambientazione in un mondo fantascientifico, riesce a conciliare le esigenze di un pubblico che da un lato immagina un futuro popolato da navicelle e robot, ma dall’altro lato vuole essere rassicurato sulla centralità dell’essere umano (e verosimilmente, in ultima battuta, sulla imprescindibilità e sulla dominazione dell’essere umano sulle macchine ).

Ce lo spiega Alberto Ostini, sceneggiatore di Nathan Never. 

La Laurea in Filosofia, la passione per la satira politica e la cinematografia, sono questi i bagagli con cui Alberto Ostini intraprende la via dello sceneggiatore, infaticabile costruttore delle avventure di Nathan Never, primo fumetto tecnologico. Siamo nel 1994 quando la fortunata amicizia con Stefano Piani permette l’incontro con uno dei genitori della storia fumettistica, il grande Antonio Serra: il gioco è fatto. Una prova di sceneggiatura e subito scatta la scintilla fra Alberto e Nathan o meglio, con il “musone” come lo chiamano affettuosamente i suoi creatori. Passano vent’anni e ad oggi il fuoco non sembra essersi ancora spento. All’epoca, approdato alla Bonelli, Ostini inizia subito a lavorare fitto sul personaggio di Never, figlio delle matite di Medda, Serra e Vigna e del connubio fra ispirazione cinematografica e letteraria. Il personaggio di Nathan sintesi di un mondo che già guardava alla tecnologia in modo curioso racchiudeva fin dalle origini, benchè in maniera poco sistematica,  una sintesi di ansie e speranza per il futuro. “Da un lato i viaggi interstellari e le città fruibili” – racconta l’autore – “dall’altra gli sconquassi dovuti alle discriminazioni razziali o la paura di una catastrofe ecologica causata da un uso irresponsabile della tecnologia”. Ed è a questo punto che Ostini si inserisce con la sua forte sensibilità e la propensione all’intimismo, lontano da quel prototipo di eroe invincibile: “Il mio Nathan Never è molto poco avventuroso bensì è più coinvolto negli aspetti umani, psicologici delle vicende che affronta”. La volontà dello sceneggiatore è quella di “dare attenzione alle molteplici e a volte inesplicabili sfumature dell’animo umano”.

Il protagonista del fumetto con le sue vicissitudini “vive in anticipo un mondo che noi immaginiamo ancora lontano ed affronta i dilemmi anche morali con cui facciamo i conti ogniqualvolta abbiamo a che fare con una innovazione tecnologica”. Il fumetto inteso come metafora della realtà permette di rendere Nathan Never anche estremamente attuale. Una attualità digitale che non deriva dal vivere in un mondo nuovo bensì dalle scelte non semplici e scontate che esso presuppone bensì sempre problematiche. Un esempio fra i tanti ne è la storia dal titolo Vita Artificiale che induce alla riflessione sul mondo delle intelligenze artificiali. Ostini si domanda: “Possono considerarsi forme di vita se pur diverse? Noi sappiamo che l’elemento base della vita è il carbonio ma recentemente sono state scoperte forme organiche elementari a base di silicio: lo stesso elemento che sta alla base dei robot”.

Questi dati rendono il discrimine molto meno netto su cosa possa considerarsi vivo e cosa no. Il binomio uomo – macchina pare quindi inscindibile all’interno del processo di rivoluzione digitale inarrestabile che sta inghiottendo la nostra società “a impatto globale credo abbia solo due uguali nella storia dell’uomo: l’invenzione dei caratteri a stampa di Gutenberg e la scoperta dell’elettricità” dice lo sceneggiatore lombardo. In merito poi al rovescio della medaglia, al tecnoscetticismo, all’accusa di peggioramento dei rapporti umani causa freddi schermi la risposta è secca: “Sarebbe questo che rischia di renderci delle monadi incapaci di relazionarci? Credo invece la tecnologia abbia prodotto uno straordinario miglioramento della qualità della vita”. E Ostini ha ragione quando parla di progresso a favore dell’uomo ma un limite nell’utilizzo di questi nuovi mezzi potrebbe pur esistere, magari quello bioetico. Allora aggiunge: “Credo il limite debba essere sempre il valore della vita in tutte le sue forme, quella umana ma anche quella animale e quella dell’ecosistema in cui viviamo e che non ci appartiene. Anche se questo spesso tendiamo a dimenticarlo…”.

Nathan Never quindi si dimostra non un semplice fumetto ma una produzione capace di spingerci a ragionare su un mondo d’evoluzione tecnologia sempre più sofisticata che permette di sfruttare al massimo le potenzialità del cervello umano, il computer più flessibile e complesso ci sia.

La giovane co-autrice di questo articolo è Valentina Bernardinis, 24 anni, laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Udine con una tesi intitolata “Alberto Greco e Carmelo Bene. Patologie ed Arte”. Uno studio sospeso fra l’arte e la medicina psichiatrica. Da diverso tempo attiva in campo giornalistico con diverse collaborazioni già in curriculum che spaziano dal mondo della cultura a quello dello sport, è il volto e la voce della Web Radio Universitaria di Udine.

La rubrica è a cura di Alice Gregori, 31 anni, laureata in comunicazione integrata per le imprese e le organizzazioni all’università di Udine. Per lavora si occupa di web, grafica, comunicazione e video. Per passione di politica (è portavoce in regione FVG per il Movimento Cinque Stelle), cinema e Milan. Da qualche anno è finita nel tunnel delle serie tv, che studia con meticolosa precisione. Al momento non intende uscire da quel tunnel. Scrive saltuariamente su un giornale locale di approfondimento, la Gazzetta Giuliana.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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