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Lavoreremo con i robot: rischi e vantaggi di un futuro inevitabile

Certamente il nostro modo di lavorare nei prossimi 15 anni cambierà in maniera significativa ma se l’uomo vorrà mantenere il suo ruolo centrale è questo il momento di creare le condizioni migliori. Ecco come, i possibili benefici e i pericoli da evitare

08 Ago 2019
Davide Giribaldi

Governance, risk and Information Security Advisor

intelligenza artificiale e lavoro - transumano

L’intelligenza artificiale ed i robot stanno cambiando il nostro modo di lavorare e stanno diffondendo il timore di situazioni drammatiche dal punto di vista occupazionale. Anche se la situazione non è priva di rischi, AI e robot difficilmente sostituiranno completamente l’uomo se non in situazioni del tutto particolari.

Certo, bisognerà vedere come ricollocare o sostentare quelli tagliati fuori dai robot; ma dato che il futuro vedrà sempre più persone e intelligenza artificiale lavorare assieme, la sfida sarà soprattutto un’altra: far sì che la collaborazione uomo-macchina sia quanto più proficua possibile, aumentando la produttività, la sicurezza e la qualità del lavoro; schivando il rischio non di sostituzione del lavoro umano quanto piuttosto di una sua meccanizzazione/automazione (per effetto delle routine imposte dalla maggiore diffusione dei robot).

E’ su questo equilibrio che i principali esperti si stanno interrogando in questa fase.

Come cambierà il nostro modo di lavorare

Certamente nei prossimi 15 anni cambierà in maniera significativa il nostro modo di lavorare, il 70% degli adolescenti di oggi farà lavori che al momento non esistono, l’AI avrà fatto progressi oggi non immaginabili, l’uomo continuerà a lavorare sicuramente attraverso nuove forme di collaborazione, ma una cosa è certa: se vorrà mantenere un ruolo centrale è questo il momento di creare le condizioni migliori, riqualificando le professioni meno specializzate, puntando sulla formazioni continua dei dipendenti e soprattutto cambiando radicalmente il sistema scolastico ad oggi molto poco preparato alla velocità con cui sta cambiando il mondo che ci circonda e non è solo un problema italiano.

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Anche se le statistiche dicono che soltanto il 15% delle professioni nei prossimi 10-15 anni potrà essere automatizzato, è bene ricordare che la tecnologia pervade già ogni ambito professionale con esiti diversi a seconda delle situazioni, dalla medicina dove si stanno sperimentando nuovi strumenti supportati dall’AI come i guanti robotici in grado di ricevere impulsi direttamente dal tessuto muscolare per poi indirizzare i movimenti degli arti, all’agricoltura dove è possibile ad esempio stabilire la quantità di fertilizzante per ogni singolo centimetro di terreno, passando per il settore assicurativo, in cui ad esempio, una compagnia giapponese ha sostituito di recente 34 dipendenti con un software in grado di svolgere il loro lavoro di definizione delle polizze e dei risarcimenti.

I “robot” già ora rendono insomma il lavoro più efficiente e al tempo stesso esonerano le persone da compiti ripetitivi, poco qualificanti e usuranti, permettendo loro di occuparsi di mansioni più gratificanti (e produttive).

Ottimizzare la collaborazione tra uomo e macchina

E’ chiaro che le percentuali di penetrazione della tecnologia siano molto diverse a seconda del settore ed è quindi inevitabile pensare che in alcune situazioni ci sarà comunque un prezzo da pagare in termini occupazionali, soprattutto per quelle attività che possono essere totalmente automatizzate ma esistono delle soluzioni, magari non perfette ma già immediatamente percorribili. E’ il caso degli addetti alla logistica di una sede Amazon a Minneapolis negli Stati Uniti che durante il Prime day hanno scioperato per le condizioni disumane in cui sono stati costretti a lavorare.

Il sistema parzialmente automatizzato di Amazon è governato da sistemi di intelligenza artificiale in grado di analizzare i picchi di lavoro e di dirottare su magazzinieri meno impegnati le attività in eccesso, ma il carico di lavoro durante i due giorni del Prime day è stato tale per cui alcuni addetti si sono trovati a preparare fino a 600 pezzi per ogni ora di lavoro e la cosa è stata doppiamente frustrante proprio perché erano le stesse macchine a decidere di smistare i pacchi verso gli umani. Per evitare queste situazioni di disagio Amazon si è impegnata a rivedere i propri modelli lavorativi cercando di ottimizzare la collaborazione tra uomo e tecnologia ed investirà 700 milioni di dollari nella riqualificazione di un terzo dei propri dipendenti USA entro il 2025. Il finanziamento si concentrerà sulla formazione di persone con e senza competenze tecniche esistenti, nel primo caso addestrando i dipendenti verso il machine learning e nel secondo caso puntando molto sulle opportunità derivanti dall’ingegneria del software.

Di segno opposto è invece l’esperienza di una serie di aziende nel Regno Unito che hanno iniziato ad utilizzare l’intelligenza artificiale per monitorare l’attività dei lavoratori attraverso l’utilizzo di Isaak, un sistema di analisi a supporto dei responsabili delle risorse umane in grado di monitorare il comportamento del personale raccogliendo dati ed informazioni sulle singole attività svolte durante la giornata lavorativa, creando non poche preoccupazioni alle organizzazioni sindacali che temono pressioni psicologiche sui dipendenti ma che i più ottimisti vedono invece come un’opportunità per evitare i pregiudizi da parte dei datori di lavoro.

L’intelligenza artificiale nella selezione del personale

Comunque la si pensi è opportuno considerare che oltre ai meccanismi del lavoro stanno cambiando velocemente anche i criteri di assunzione.

Sempre più aziende stanno usando sistemi di intelligenza artificiale nella fase di recruiting, tra queste ad esempio Unilever che ha introdotto un particolare criterio di assunzione che prevede l’uso della tecnologia in maniera spinta.

Un algoritmo analizza i dati inseriti dai candidati con quelli richiesti dalla posizione e fa una prima selezione.

Nella seconda fase i candidati devono superare una serie di 12 giochi che sono in grado di evidenziare le singole capacità, dopodiché si arriva all’intervista video tra i cui scopi ci sono soprattutto quelli di monitorare il tono della voce, la rapidità delle risposte e la mimica facciale. Soltanto chi supera questi tre step fortemente impattati dalla tecnologia, arriva all’incontro con il recruiter.

Possibili scenari

L’affidamento sempre più importante nei confronti della tecnologia, passata da un mero strumento di supporto a parte determinante del processo di assunzione del nuovo personale, è sicuramente l’aspetto più delicato nell’analisi di scenari futuri nel mondo del lavoro soprattutto per coloro che hanno una visione negativa dell’impatto tecnologico sull’occupazione nei prossimi 10-15 anni, ma volendo approfondire ulteriormente, quest’analisi parte dal presupposto che gli schemi contrattuali ed occupazionali rimangano immutati nel tempo, mentre la tendenza porta a considerare che stia cambiando anche lo scenario dal punto di vista delle aspettative dei lavoratori.

Tanto negli USA quanto nella UE 1/3 dei lavoratori è formato da liberi professionisti che nell’86% dei casi utilizza la formula del freelance e la percentuale è destinata ad aumentare nei prossimi anni; il 70% dei millenials, la nuova generazione nel mondo del lavoro, è molto attenta alla ricerca di un buon equilibrio tra vita privata e professionale, in poche parole si sta andando verso la flessibilità del lavoro sia dal punto di vista organizzativo che occupazionale e chi sarà in grado di intercettare al meglio, attraverso l’uso della tecnologia, le aspettative della forza lavoro umana rispetto alle esigenze del mercato diventerà leader nel proprio settore. Non è forse quello che sta accadendo ad esempio ai dipendenti di Google, Apple e Facebook che lavorano con la massima flessibilità possibile in ambienti di lavoro decisamente accoglienti?

Certo, attraverso l’uso sempre più intensivo della tecnologia, il rischio di ridurre a pura analisi numerica l’intero processo lavorativo è elevato cosi come è altrettanto chiaro che gli algoritmi daranno forma a nuove modalità di conoscenza, ma come sempre emergeranno alcuni aspetti che tenderanno a rimodulare l’equilibrio e ad eliminare la ridondanza tra uomo e macchina; il primo tra questi sarà la fiducia sia che questa venga riposta nei rapporti tra esseri umani (datore di lavoro/collaboratore-dipendente) sia che questa sia esplicitata dai numeri e dalle metriche analizzate dai sistemi di AI che non dimentichiamolo, sono comunque addestrati con le informazioni fornite dall’uomo. Il livello di confidenza con il quale realizzerà questo equilibrio dipenderà a sua volta da diversi fattori come la capacità di fare interagire la tecnologia anche nei confronti dei clienti dai quali dipenderà la reputazione aziendale e di conseguenza la capacità di attrarre investimenti, tutti fattori che a loro volta saranno analizzati da sistemi d’intelligenza artificiale in una specie di cerchio in cui la stessa AI sarà arbitro e parte in causa del destino delle aziende e dei loro collaboratori.

Il possibile recupero di produttività dato dalle macchine, laddove le condizioni di mercato lo permettano (questione finora tutt’altro che scontata), consentirebbe di migliorare salari e condizioni lavorative.

Dovremmo quindi essere fiduciosi? Io credo di si ma a condizione di essere disposti a cambiare radicalmente il nostro modo di pensare al lavoro, per farlo abbiamo bisogno di tre elementi: cultura, formazione e regole.

Servirà tempo per fare maturare la nostra consapevolezza, ma non possiamo sottrarci, la sfida riguarda tutti e la responsabilità di affrontarla nel migliore dei modi è solo della nostra generazione. Ci vorranno coraggio, determinazione e appunto fiducia, non abbiamo molte scelte, dobbiamo cambiare passo se non vogliamo subire il nostro futuro ed a pensarci bene, 10-15 anni dal punto di vista tecnologico trascorrono in un battito di ciglio.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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