Limitiamo il potere delle élite tecnologiche per salvare libertà e democrazia - Agenda Digitale

la riflessione

Limitiamo il potere delle élite tecnologiche per salvare libertà e democrazia

Dall’accordo sindacale in Amazon Italia, passando per il progetto Metaverso di Facebook, per arrivare al reddito minimo universale e alle parole di Papa Francesco: sono molti gli spunti su cui riflettere fin da ora e con lungimiranza per garantire un futuro libero e democratico alle prossime generazioni

04 Nov 2021
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Interessanti davvero, queste ultime settimane. Ricche di spunti per fare qualche ulteriore riflessione a freddo. Cioè fermando o almeno rallentando la macchina del tempo: non quella fantascientifica di H. G. Wells, nel suo romanzo del 1895, o la DeLorean di “Ritorno al futuro” e molte altre ancora – macchine per andare avanti e indietro appunto nel tempo; ma quella macchina invasiva e alienante che ci porta incessantemente ad accelerare i nostri tempi ciclo di lavoro e soprattutto di vita[1], facendoci perdere il passato (travolto da un presente incalzante e a mobilitazione crescente) e impedendoci di guardare avanti esercitando quella buona pratica che abbiamo totalmente dimenticato e che aveva nome di lungimiranza – e che in sé contiene pensiero riflessivo, capacità di immaginare, responsabilità verso le future generazioni.

Partiremo allora – scegliendo alcuni di questi spunti – dall’accordo sindacale in Amazon Italia, apriremo una parentesi su Metaverso, per arrivare al reddito minimo universale e a Papa Francesco che non smette di stupirci – e se i media lo mettessero in prima pagina (detto da un non-credente o da un diversamente-credente come chi scrive) invece di nasconderlo tra le ultime notizie, forse capiremmo di più del mondo e perché funziona così male.

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Amazon e il sindacato

Ciò che ad Amazon era riuscito facilmente in America nell’aprile scorso – far fallire un referendum indetto tra i lavoratori per provare a costituire un sindacato aziendale nel magazzino di Bessemer in Alabama – non è riuscito in Italia e Amazon ha dovuto accettare che la democrazia entrasse nei suoi luoghi di lavoro. A Bessemer per la Retail, Wholesale and Department Store Union (RWDSU) – il sindacato che i lavoratori avevano appunto contattato per provare ad aprire una sezione sindacale nei capannoni di Amazon – su 3.215 voti, quelli contro la sindacalizzazione sono stati 1.798, mentre quelli a favore sono stati solo 738. Il potere di ricatto e la (im)moral suasion di Amazon hanno portato i lavoratori a negarsi un diritto che dovrebbe essere normale in ogni democrazia (ma sappiamo che gli Usa sono una democrazia molto sui generis…). Ed è altresì vero – ce lo ricorda la storia, cioè il passato che tendiamo invece a dimenticare credendo che tutto sia un eterno presente – che da Ford a Taylor passando per Marchionne e Jobs e arrivando oggi a Bezos l’imprenditore non ha mai amato e non ama il sindacato, lo considera un intralcio alla libertà d’impresa, un rallentamento dell’efficienza dell’organizzazione (e del suo comando e del suo controllo sui lavoratori) e un ostacolo alla massimizzazione della produttività e quindi dei profitti.

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In Italia, invece, dopo una lunga lotta, si è arrivati – lo scorso 15 settembre, al Ministero del lavoro – a siglare un contratto collettivo di lavoro e ad ottenere un po’ di democrazia anche nella antidemocratica e antisindacale Amazon – in questo ben allineata con tutto il capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza, ma anche con l’industria classica e finanziarizzata, come nel caso della Gkn di Campi Bisenzio in Toscana o della Whirlpool di Napoli.

Modello italiano virtuoso e partecipativo contro modello americano neoliberista, per Amazon. Democrazia economica e sindacato contro autocrazia d’impresa, per Gkn e Whirlpool.

Dunque, Amazon – dopo cinque anni di resistenza autocratica e antidemocratica alla sindacalizzazione e alla contrattazione – ha infine accettato il confronto sindacale ed ha sottoscritto un accordo nel quale riconosce la rappresentanza collettiva, il ruolo del sindacato e il Contratto collettivo nazionale della Logistica e Trasporto Merci, nonché il confronto con il sindacato nei vari livelli di contrattazione nazionale e territoriale; impegnandosi inoltre concretamente per il miglioramento generale delle condizioni dei lavoratori. Un risultato non da poco anche se dimostra che le nuove tecnologie non sono il nuovo che avanza e che non si deve fermare, ma ci fanno tornare indietro di decenni quanto a democrazia dell’impresa e nell’impresa, e dunque vanno fermate e riportate a normalità democratica.

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Pandora papers e global tax

Secondo spunto, i “Pandora Papers”. L’indagine è stata realizzata dall’ICIJ, il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi che ha mobilitato 600 di loro – in rappresentanza di 151 media di 117 paesi diversi – per indagare sull’evasione/elusione fiscale nel mondo. Dall’analisi di ben 12 milioni di documenti fiscali è così emerso un autentico e ben strutturato sistema di evasione fiscale e riciclaggio a livello mondiale. Se i precedenti “Panama Papers” del 2015 provenivano dai files di un singolo fornitore di consulenza per servizi legali-finanziari come appunto lo studio legale panamense Mossack-Fonseca – con più di 500 impiegati ed oltre 40 uffici in tutto il mondo – oggi i “Pandora Papers” hanno rivelato (lo si sapeva, mancavano le prove provate – e fortunatamente esiste ancora un giornalismo investigativo) che il sistema è ancora più ampio e dove avvocati e intermediari finanziari e false imprese come meri recapiti legali sono la struttura di una globale industria del riciclaggio e dell’evasione/elusione fiscale creata al servizio di politici, miliardari, imprese hi-tech, attori e allenatori di calcio e molto altro ancora.

D’altra parte, è stata l’Ocse, in uno studio pubblicato nel 2020, ad avere quantificato – ma molto per difetto, per ammissione della stessa Organizzazione – in almeno 11,3 trilioni di dollari la ricchezza scomparsa dai sistemi fiscali statali; non solo illegalmente ma spesso e volentieri, aggiungiamo, con la complicità degli stessi stati, che chiamano però questa forma particolare di evasione/elusione fiscale legalizzata e concessa dallo stato, attrattività per le imprese e i loro investimenti.

È davvero quindi poca cosa – risibile – la global minimum tax del 15% decisa nelle scorse settimane dal G20: uno specchietto per le allodole, pur esaltato come assolutamente nuovo e buono e giusto dalla gran parte dei media e dai politici mainstream, ma che ha fatto dire a Oxfam che quello che avrebbe potuto essere un accordo storico per mettere fine ai paradisi fiscali è in realtà un rabberciamento tra i paesi ricchi, che andrà a svantaggio dei più poveri e aumenterà le diseguaglianze.

Eppure, i recenti premi Nobel per l’economia – in realtà premi in scienze economiche della Banca di Svezia, in memory of Alfred Nobel – David Card, Joshua D. Angrist e Guido W. Imbens hanno dimostrato, come scrive l’economista svizzero Silvano Toppi, che “non è vero né dimostrato, come invece sostiene il neoliberismo (ad esempio la votazione in Svizzera del 2014 sull’introduzione del salario minimo, rifiutata dal 76 per cento dei votanti, sotto minaccia padronale di un crollo generale dell’economia) che l’introduzione di un salario minimo ha un effetto negativo sul lavoro, sull’occupazione, sull’attribuzione del reddito (il salario minimo aumenta i redditi dei lavoratori a basso salario), sulla crescita. Risulta anzi vero il contrario”[2]. Eppure, il neoliberismo “ha sempre preteso che ciò che è favorevole al lavoratore è negativo per l’economia e, in generale, per il benessere” di un paese; e in questo dogma ancora viviamo, nonostante il suo più che evidente fallimento. Colpa della egemonia della filosofia (sic!) neoliberale, per cui, dagli anni Ottanta in poi, il mantra condiviso da tutti, anche a sinistra, continua Toppi, “è stato quello di attribuire ogni colpa di uno squilibrio economico ai salari o al lavoro (ridotto solo a un costo che gonfia i prezzi). Ed è da lì che la cosiddetta moderazione salariale è diventata dogma e costante ricatto dottrinale e politico. E cioè: moderazione (!) come unica condizione per lavorare, essere competitivi, crescere”. In Svizzera, come in tutta Europa. E non solo[3].

Quello stesso neoliberalismo per cui occorreva anche e allo stesso tempo (è il secondo mantra della filosofia neoliberale da recitare ogni giorno) detassare i ricchi in modo che la loro ricchezza potesse naturalmente gocciolare verso il basso della società, facendo salire la marea del benessere di tutti – una autentica fake news. Si è prodotto infatti esattamente il contrario[4], questo processo affiancandosi alla parallela eterogenesi dei fini legata alle nuove tecnologie, che appunto negli anni ’90 promettevano di farci lavorare meno, fare meno fatica, poter avere più tempo libero e garantivano una nuova era di crescita infinita/illimitata. Praticamente il Paradiso in terra. E ci abbiamo creduto. Ma è appunto accaduto il contrario.

Il Metaverso di Mark Zuckerberg

Parentesi su Metaverso, la novità di Facebook arrivata (con classica tecnica – usata con tempismo perfetto – di distrazione di massa) giusto pochi giorni dopo le accuse al social di massimizzare i profitti attivando deliberatamente odio, antagonismo e fake news. Qualcosa di ancora sconosciuto nei suoi dettagli, però Metaverso è già un nome fascinoso, evoca qualcosa di insieme metafisico e di universale, di reale e di utopistico, di qui e oltre e attira il feticismo mediatico – che diventa propaganda subliminale – per l’innovazione tecnologica. Ha commentato Christian Rocca: Metaverso “è soltanto cosmesi per nascondere il fatto che Zuckerberg non ha alcuna intenzione di cambiare rotta, anzi pensa di modellare la società del futuro sui principi del gaming e di passare al nuovo livello di controllore unico dell’ambiente virtuale e fisico collegato a Internet. Questo è il metaverso di cui parla Zuckerberg. Una prospettiva spaventosa, visti i precedenti. Sui giornali americani il dibattito è partito con grande intensità. L’editoriale di apertura dell’ultimo numero dell’Atlantic lo scrive senza giri di parole: Facebook [è molte cose insieme], ma in realtà è anche una potenza straniera ostile. E come una potenza ostile andrebbe affrontato, perché a una potenza straniera ostile non si può consentire che si costruisca un suo ecosistema virtuale e alternativo a quello reale, dentro il quale intrappolare e manipolare miliardi di utenti. […] Il problema è che le piattaforme digitali non esercitano solo una forma di sovranità sugli utenti e sui cittadini, ma ne determinano anche i comportamenti. Le ricerche, riportate da Bloomberg, dimostrano per esempio che l’algoritmo di Facebook tende a indirizzare gli utenti più anziani verso contenuti cospirazionisti e i teenager sui temi legati al proprio corpo”[5].

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Salario minimo e riduzione dell’orario di lavoro

Chiusa la parentesi, arriviamo al tema del salario minimo – per legge o per accordo sindacale. Ne scriviamo richiamando le riflessioni di Papa Francesco, espresse a metà ottobre, ragionando sul post-pandemia. Che è una sfida tra tornare come prima o costruire un percorso politico, economico, sociale e ambientale veramente nuovo. Perché è evidente che non si può “ritornare agli schemi precedenti”; perché farlo, scrive Francesco “sarebbe davvero suicida e, se mi consentite di forzare un po’ le parole, ecocida e genocida”. Ma cosa fare in pratica? “Io non ho la risposta, perciò dobbiamo sognare insieme e trovarla insieme”. Tuttavia, ha insistito, “ci sono misure concrete che forse possono permettere qualche cambiamento significativo”. Come il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa”.

Un reddito minimo e universale affinché “ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita”. Ed è quindi “compito dei Governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità […]“. E insieme al reddito minimo “la riduzione della giornata lavorativa è un’altra possibilità” che “occorre analizzare seriamente”. Nel XIX secolo “gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno”. Quando riuscirono a ottenere la giornata di otto ore “non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto”. “Allora” – prosegue Francesco – “lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con una certa urgenza”. Pur sapendo che proprio le nuove tecnologie e il digitale spingono invece in direzione contraria, quasi volendo dare ragione a Marx per il quale è tendenza del capitalismo l’estensione della giornata lavorativa alle 24 ore e dello sfruttamento del pluslavoro, arrivando oggi al lavoro gratuito.

Di fatto, per Francesco l’urgenza è quella di “mettere l’economia al servizio dei popoli”. E non viceversa, come sta accadendo invece da quarant’anni a questa parte, da quando abbiamo cioè abbandonato le politiche keynesiane di redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso per l’azione diretta dei governi e quindi in nome di quel concetto-base di ogni società – senza il quale una società non esiste e non può esistere – quello cioè della giustizia sociale.

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In nome della Ragione

Francesco ha rivolto poi un appello forte al cambiamento, ovviamente “in nome di Dio”, rivolgendosi a chi ha il potere di decidere. Noi riprendiamo parti del suo appello, ma lo facciamo in nome della Ragione o in nome (ma è la stessa cosa) della responsabilità nostra, oggi, verso le future generazioni.

“A tutti voglio chiedere, in nome di Dio” dice Francesco – in nome della Ragione, dell’umanità, della giustizia sociale e oggi anche o soprattutto ambientale, noi chiediamo: ai grandi laboratori e alle imprese farmaceutiche, che liberalizzino i brevetti sui vaccini anti-Covid; ai gruppi finanziari e agli organismi internazionali di credito di permettere ai Paesi poveri di garantire i bisogni primari della gente e di condonare quei debiti tante volte contratti contro gli interessi di quegli stessi popoli; alle grandi compagnie estrattive, forestali, agroalimentari, di smettere di distruggere i boschi, le aree umide e le montagne, di smettere d’inquinare i fiumi e i mari, di smettere d’intossicare i popoli e gli alimenti; ai fabbricanti e ai trafficanti di armi di cessare totalmente la loro attività; ai giganti della tecnologia di smettere di sfruttare la fragilità umana, le vulnerabilità delle persone fomentando per proprio profitto i discorsi di odio, le fake-news, le teorie cospirative, la manipolazione politica; ai mezzi di comunicazione di porre fine alla logica della post-verità, alla disinformazione, alla diffamazione, alla calunnia e a quell’attrazione malata per lo scandalo e il torbido. E altro ancora[6].

Un programma utopistico? Troppo ambizioso? A noi sembra il minimo necessario, doveroso e dovuto. Per restare umani.

Ai governi e ai politici di tutti i partiti, Francesco ha chiesto soprattutto di “evitare di ascoltare soltanto le élite economiche”. E noi aggiungiamo: di evitare di ascoltare soltanto le élite tecnologiche. Perché la nostra capacità di regolamentare questo potere e di democratizzarlo salvando la democrazia e la libertà – è la tesi anche di Kate Crawford[7] – dipende dai limiti che sapremo porre e imporre al loro potere.

Note

  1. H. Rosa, “Accelerazione e alienazione”, Einaudi, Torino 2018; L. Demichelis, “La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo”, Jaca Book, Milano 2018
  2. S. Toppi, “Nobel per il Ticino” del 20 ottobre 2021 – in https://naufraghi.ch/nobel-per-il-ticino/
  3. E sul tema della povertà e della ricchezza, rimandiamo al recentissimo libro di Pierluigi Ciocca, “Ricchi-Poveri. Storia della diseguaglianza”, Einaudi, Torino 2021
  4. J. Stiglitz, “I ruggenti anni Novanta”, Einaudi, Torino 2004, pag. 3
  5. Ch. Rocca – https://www.linkiesta.it/2021/10/facebook-metaverso-zuckerberg-totalitarismo/
  6. Papa Francesco, in https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-quarto-incontro-mondiale-dei-movimenti-popolari
  7. K. Crawford, “Né intelligente, né artificiale. Il lato oscuro dell’I.A.”, il Mulino, Bologna, 2021
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