STRATEGIE

Quale politica digitale per una società migliore: ecco le scelte da fare

Ecosistemi di innovazione, uso della robotizzazione in un modello centrato sulla persona, reale sharing economy e non gig economy, nuovo modello di lavoro, “smartness” per lo sviluppo del territorio. Ecco alcuni degli ingredienti necessari per un progetto politico dove il digitale migliori davvero la società

19 Feb 2018
Nello Iacono

Esperto processi di innovazione

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I temi del digitale e dell’innovazione tecnologica non sono molto presenti nel dibattito di queste settimane. E il rischio è che entrino nella discussione come fossero temi di settore, e che si perda di vista il loro ruolo fondamentale per determinare quale società stiamo costruendo.

La retorica dell’innovazione tecnologica

L’innovazione tecnologica certamente influisce sulle dinamiche socio-economiche e, come strumento potente, può farlo in molti modi, anche negativi rispetto agli obiettivi che ci si pone di raggiungere a livello sociale.

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Innovazione tecnologica non si coniuga necessariamente (se questo è il modello sociale che si vuole realizzare) con innovazione sociale, qualità della vita e riduzione delle disuguaglianze sociali. Perché lo sia, deve essere concepito un modello organico che tenga insieme cittadinanza attiva, amministrazione aperta, modello di sviluppo economico, politica di procurement pubblico, politica industriale, modello del lavoro, sviluppo del territorio. Un modello, in altri termini, che definisca le politiche dell’innovazione tecnologica nel contesto globale ottimamente rappresentato dai 17 Goal dell’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030) definita dall’ONU.

Soltanto così possiamo evitare, tanto per fare alcuni esempi, che “sharing economy” venga associato con sfruttamento dei lavoratori, “e-commerce” con magazzini gestiti secondo metodi che ricordano troppo da vicino le condizioni dell’operaio Charlot di “Tempi Moderni”, “smart city” con la desertificazione delle montagne e delle campagne, “start-up” con il set di prova delle grandi aziende prima dell’assunzione.

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Modello sociale ed etica dell’innovazione

Il modello sociale, dunque, viene prima della tecnologia. E non è determinato da questa, che ha una evoluzione non necessariamente utile al miglioramento della qualità della vita. Questo significa, ad esempio, che è specifica responsabilità politica l’individuazione del modello sociale che si vuole realizzare beneficiando delle opportunità offerte dalla tecnologia. Perché non tutte le forme di utilizzo della tecnologia conducono a contesti socialmente “virtuosi” e di conseguenza le competenze di “e-leadership” sono fondamentali per amministratori e politici.

Questa riflessione ha molti punti in comune con quelli espressi da Riccardo Staglianò nell’interessante libro “Lavoretti”, e la sintesi estrema è il titolo “con la tecnologia, contro la retorica” da cui prende avvio il testo. La retorica che Staglianò mette in evidenza riguarda quella che si è affermata come “sharing economy”i e che soprattutto per le grandi piattaforme si sta manifestando sempre più come “gig economy”, l’economia dei lavoretti.

Una retorica, più in generale, come meglio descritto da Staglianò, che narra l’evoluzione della “sharing economy guidata dagli operatori di piattaforma” come una naturale evoluzione verso il carattere sempre più autonomo e indipendente dei lavori e dei lavoratori e della condivisione delle risorse, in una logica win-win-win (operatore, collaboratore, fruitore) tipica del nuovo modello sociale. Trascurando il fatto che il primo ha un modello di business a basso rischio, il terzo accede al servizio solo perché più economico e il secondo entra nel circuito solo perché in grado di offrire un servizio a costo ridotto e assumendosi, di fatto, tutti i rischi.

Per questa ragione, non è indifferente il modello di business e la strategia di un’impresa rispetto all’utilizzo del digitale e delle tecnologie in genere, dall’e-commerce all’automazione dei processi. Le politiche governative di innovazione tecnologica dovrebbero, ad esempio, intervenire per favorire le imprese che operano in un contesto di sostenibilità sociale, rispetto a quelle la cui sostenibilità economica dell’approccio digitale passa da una riduzione della qualità del lavoro del suo personale (non sempre formalmente dipendente). Come ho scritto qualche mese fa, partendo dal caso di uno stabilimento di logistica di stile tayloristico connesso a un sistema avanzato di vendite online, “non possono esistere trasformazioni digitali e smart city basate sulla riduzione della qualità del lavoro e quindi benessere della popolazione. E gli approcci che in quest’ottica possono essere definiti “non etici” devono essere sfavoriti, contrastati, combattuti, perché siano cambiati”.

Procurement della PA e politica industriale

Un altro tema che tocca da vicino il modello di sviluppo economico a cui si tende è quello dell’approccio alle Pmi, oggi particolarmente deboli nell’approccio al digitale, dato che solo l’8% delle Pmi italiane effettua vendite online, secondo la Digital Agenda Scoreboard. Pensiamo che questa caratteristica del tessuto imprenditoriale italiano sia da sostenere, perché, ad esempio, in questo modo si sviluppa una capacità di flessibilità rispetto alle innovazioni e anche alle esigenze del mercato, ma anche la specializzazione e l’eccellenza in settori specifici? Pensiamo che imprese piccole (ma non troppo) riescano meglio a sviluppare innovazioni d’avanguardia e anche a soddisfare l’offerta (di competenze) e la domanda (di servizi) dei territori?

Se è così, è necessario procedere in modo determinato verso la costruzione di ecosistemi territoriali di innovazione (importanti per connettere Pmi, università, ricerca, finanza e amministrazione) favorendone lo sviluppo delle caratteristiche chiave di funzionamento, come l’open innovation (e quindi, in stretta correlazione, sw libero e open data), ma tenendo anche conto delle debolezze strutturali, relative ad esempio alla capacità e alla struttura economica, alla flessibilità sui costi. Se, invece, la Pubblica Amministrazione viene vincolata sempre più, come sta avvenendo, sui percorsi degli accordi quadro e dei contratti quadro Consip, che di fatto prevedono la competizione tra pochi soggetti forti (e qualche piccolo soggetto aggregato), la PA sarà costretta a investire le proprie risorse su un versante del tutto opposto da quello degli ecosistemi di innovazione e delle reti di impresa.

La scelta del modello economico non può che prevedere un approccio coerente anche nell’ambito del procurement.

Modello territoriale e smart city

Un altro esempio è quello legato alla retorica delle smart city. In altri termini, è vero che si assiste a livello mondiale al fenomeno sempre più intenso di trasferimento della popolazione verso le città (per il 2050 la prospettiva è che le città ospitino il 70% della popolazione mondiale), ma è anche vero che questo fenomeno non è ineluttabile né neutro.

Almeno, è ineluttabile se non vengono posti in essere interventi in senso contrario, che indirizzino una scelta diversa, di de-urbanizzazione. E poiché il danno sociale dell’urbanizzazione incontrollata è rilevante (solo per citarne alcuni: incremento dei problemi ambientali, abbandono dei paesi e dei territori, incremento della divaricazione tra richiesta di servizi in città e capacità di soddisfarli), ecco che la “smartness” può avere concettualizzazioni e declinazioni diverse. Ad esempio, può essere concepita come miglioramento delle condizioni di vita dei territori, favorendo il ripopolamento dei paesi, delle campagne e delle montagne. Come? Spingendo verso lo sviluppo di tecnologie e piattaforme che sostengano proprio le attività economiche non in città (e quindi per piccole unità di produzione/coltivazione, per la banda ultralarga mobile, per e-commerce di piccole realtà), anche a livello normativo, favorendo e incentivando le reti di piccoli comuni. Decentrando e riducendo il flusso verso le città.

L’Italia è anche, non a caso, uno dei paesi europei con più bassa percentuale di popolazione che vive in città (69% contro l’80% di Francia e Spagna) e il decentramento produttivo è, d’altra parte, una delle opportunità più interessanti e rivoluzionarie risultato dell’innovazione tecnologica. Anche qui, è necessario scegliere un modello di sviluppo territoriale, e non farsi portare dalla corrente.

Giovani, lavoro, divari

Tutto quanto ho cercato fin qui di tracciare brevemente, dal ripopolamento dei territori al decentramento produttivo, dagli ecosistemi dell’innovazione all’integrazione della robotizzazione in un modello organizzativo aziendale che non includa le persone come “macchine flessibili” ma ne riconosca un ruolo cognitivo, al riportare la sharing economy nell’alveo della condivisione di risorse (e quindi innovazione sociale, non opportunità di business o integrazione di reddito), fa parte naturalmente di un progetto sociale di cui l’innovazione tecnologica è un formidabile abilitatore. La definizione del modello di lavoro che si vuole sviluppare è parte integrante di questa strategia e scegliere un nuovo modello (adeguato alle esigenze dell’economia della conoscenza) richiede cambiamenti radicali dal punto di vista normativo, organizzativo e culturale nel mondo delle imprese e delle amministrazioni. Su questo fronte la legislatura è trascorsa con poche novità e senza interventi in grado di invertire una tendenza negativa, già pienamente visibile nel 2013, in cui i lavori ad alto contenuto di conoscenza sono irregimentati in schemi organizzativi e normativi inadeguati, non riconosciuti e non valorizzati.

L’opportunità italiana è di coniugare competenze di eccellenza, grande attrattività dei territori e alcune caratteristiche chiave di flessibilità e innovazione, ingredienti tutti naturali per ecosistemi integrati, per reti di conoscenza e produzione.

Perché questa opportunità si sviluppi e non si correli a fenomeni di divaricazione e disuguaglianza, l’investimento prioritario è sulle competenze (soprattutto digitali, ma non solo naturalmente) diffuse, per un sistema educativo che abbracci anche il mondo degli adulti in coerenza con quello scolastico ed universitario.

E quindi, pensare a una PA digitale o a uno sviluppo Imprese 4.0 non può prescindere da un programma nazionale per lo sviluppo delle competenze.

Dalla prossima legislatura ci si attende un approccio finalmente organico a tutti gli elementi necessari per uno sviluppo sostenibile, nella piena consapevolezza che non è possibile perseguire risultati positivi e duraturi continuando ad agire per nicchie e settori, senza strategia.

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In realtà la sharing economy dovrebbe riguardare soltanto la condivisione effettiva delle risorse, e quindi non dovrebbe prevedere, per chi le condivide, che una sorta di “rimborso spese”, come ad esempio nel caso di BlablaCar.
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