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Direttore responsabile Alessandro Longo

COMPETENZE DIGITALI

Perché il governo deve accelerare l’alfabetizzazione digitale

22 Giu 2015

22 giugno 2015

La raccomandazione della Commissione della Camera dei Lord al governo UK è di assumersi la piena responsabilità del superamento del gap digitale. In Italia, l’Istat evidenzia che puntare sulle competenze è un investimento. L’AgID ha promosso la Coalizione Nazionale per le competenze digitali. Ma nella strategia e nei fatti il tema rimane marginale e di nicchia. E il cambio di marcia ancora non si vede

Riteniamo che il governo abbia la responsabilità di accelerare la realizzazione dell’alfabetizzazione digitale per tutta la popolazione. I governi futuri devono avere l’ambizione di raggiungere questo obiettivo per realizzare il potenziale economico del Regno Unito. Non bisogna fermarsi qui; le tecnologie in evoluzione richiedono un costante aggiornamento delle competenze.  Il governo è responsabile di assicurare che la popolazione del Regno Unito vada di pari passo con i migliori del mondo”. Così la Commissione sulle Competenze Digitali della Camera dei Lord nel suo rapporto finale di febbraio 2015 come raccomandazione al nuovo governo UK.

Questo il clima nel Regno Unito, dove (secondo i dati della Commissione UE), le persone che possiedono competenze digitali di base o superiori sono il 72,8% (in Italia il 46,5%), chi non è mai andato su Internet è il 5,5% (in Italia il 31,5%), e gli utenti “frequenti” di Internet sono all’81,5% (in Italia al 58,5%).  Regno Unito che con la sua iniziativa “Go-on-UK” è un riferimento europeo e internazionale come impegno verso il superamento del gap nella popolazione rispetto alle competenze digitali.

La sensibilità sul tema delle competenze digitali

Forse è perché la sensibilità di un Paese va di pari passo con il suo sviluppo culturale, ma il tema della cultura digitale, delle competenze necessarie per una società evoluta in Italia non è al centro del dibattito. Anche il dibattito attuale sul ddl scuola non è centrato intorno ai contenuti e ai metodi didattici, sull’innovazione necessaria. E neppure, come ha rilevato Tullio De Mauro, sull’emergenza enorme dell’analfabetismo funzionale che coinvolge i due terzi della popolazione italiana e che è una delle principali zavorre per la crescita sociale ed economica.

Nell’ambito di un circolo vizioso sempre più consolidato, le evoluzioni dell’e-government non diventano occasioni di maggiore disintermediazione, partecipazione e crescita per i cittadini, ma al contrario si trasformano in spinte all’aumento dell’intermediazione, del divario, del consolidamento della separazione tra chi è dentro e chi è fuori, escluso digitalmente e sempre più socialmente. L’esempio più recente, quello del 730 pre-compilato. E anche altri virtuosi switch-off digitali, come la fatturazione elettronica e, a fine anno, i pagamenti elettronici, rischiano di essere processi non adeguatamente accompagnati, occasioni non sfruttate appieno per lo sviluppo delle competenze digitali di individui e organizzazioni pubbliche e private.

In questo contesto si inserisce anche la recente presentazione del report annuale Istat che, se forse non evidenzia abbastanza questo problema, comunque, nella sintesi del Presidente Alleva, lo include tra le aree di investimento prioritario suggerendo che bisogna “puntare sulle competenze per competere” in quanto “anche l’investimento in conoscenza e in competenze è, in senso lato, una forma di investimento (l’investimento in capitale umano) e un motore del cambiamento. Le trasformazioni rapide e profonde che si stanno sperimentando rendono infatti necessarie, per imprese e lavoratori, nuove strategie che permettano di competere e adeguarsi ai nuovi modi di operare dei mercati”.

In altri termini, è chiaramente evidente che il tema della crescita non si può separare da quello dello sviluppo delle competenze digitali e che questo è a sua volta indissolubile dal tema della crescita dell’alfabetismo funzionale, con obiettivi evidenti e chiari sui livelli di istruzione. Difficilmente può essere efficace una politica sul sistema educativo che si rivolga solo a una parte della popolazione o affronti solo un versante del problema. Da qui deriva la necessità di considerare il tema delle competenze digitali come uno dei temi chiave dell’agenda politica nazionale.

Le competenze digitali nella Strategia per la Crescita Digitale

Non credo che la convinzione di questa emergenza nazionale sia presente in modo sufficiente nel documento Strategia per la Crescita Digitale. Certamente sono da evidenziare degli elementi molto positivi, come la costituzione della Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali, che oggi ha superato il centinaio di organizzazioni aderenti e inizia a disporre della versione beta di una piattaforma di knowledge management, con la possibilità di condivisione delle iniziative in corso da parte dei membri.  Oppure l’evoluzione coerente delle indicazioni strategiche e operative del 2014, oggi declinate in preliminari linee guida per i progetti, con un’enfasi specifica sulla misurazione dei risultati, base per un vero e proprio sistema di indicatori.

D’altra parte sembrano da rimarcare come punti di necessario miglioramento

  • l’esiguo finanziamento previsto (e tra l’altro distribuito equamente negli anni della programmazione 2014-2020),
  • la mancanza di obiettivi misurabili da raggiungere (che però è un tema trasversale a questo documento)
  • la scelta di considerare lo sviluppo della cultura digitale come acceleratore e non come precondizione indispensabile (una carenza forse culturalmente centrale);
  • la mancata esplicitazione delle sinergie tra questo tema e tutti gli altri, come se non fosse “l’infrastruttura soft” dell’intera strategia.

Se, come sottolinea il piano per la Banda Ultralarga, una delle condizioni di successo è legata alla domanda (e quindi all’adeguato livello di competenze oltre che all’accessibilità e all’usabilità dei servizi online), l’attenzione marginale che a livello governativo si riserva al tema delle competenze digitali è uno degli errori principali da correggere.

Rafforzare il Programma Nazionale per le Competenze Digitali

La condizione indispensabile è certamente di natura politica. La raccomandazione della Commissione UK è utile anche per l’Italia: il governo deve assumere pienamente la “responsabilità di accelerare la realizzazione dell’alfabetizzazione digitale in tutta la popolazione”. Questa è una vera “emergenza nazionale”, tanto più grave quanto più viene sottovalutata. Credo che debba essere affrontata in modo organico e con interventi pubblici. Sapendo che, a differenza della campagna di alfabetizzazione del secolo scorso, questa  alfabetizzazione digitale e informativa ha bisogno di presìdi e risorse permanenti per tutte le fasce di età. Presìdi e risorse che oggi esistono solo su alcuni territori, spesso legati a progetti specifici. Valorizzando appieno le energie e le convergenze anche dal mondo privato, favorendo l’iniziativa sui territori, ma nell’ambito di un coordinamento e una rete di supporto, di cui la Coalizione Nazionale costituisce un perno importante. Forse uno strumento di accelerazione potrebbe essere la costituzione di un fondo nazionale co-finanziato pubblico-privato di supporto alle iniziative per lo sviluppo delle competenze digitali.

Bisogna però fare in fretta, e far sì che la consapevolezza digitale diventi l’ossessione di tutti gli attori istituzionali, di tutto il sistema educativo, con il governo che si assume esplicitamente e concretamente la responsabilità del necessario cambio di marcia, sapendo che il percorso è lungo e complesso, e che il programma nazionale per le competenze digitali deve avere obiettivi chiari e misurabili, disponendo di risorse coerenti con l’obiettivo. Perché anche l’Italia deve avere l’ambizione di andare “di pari passo con i Paesi migliori del mondo”. 

  • Attilio A. Romita

    Il tormentone del “digital divide: cause e soluzioni” agita da qualche anno tutti noi che in qualche modo siamo coinvolti nell’argomento e che pensiamo che una innovazione reale passa anche attraverso l’uso diffuso che gli strumenti digitali mettono a disposizione.
    Sino ad un paio di anni fa moltissimi esperti sottolineavano il fatto che il digitale divide era strutturale, cioè dipendeva dalla mancanza di una rete, fissa o mobile, che permettesse si usare Internet.
    Personalmente ho sempre ritenuto che il vero digital divide italiano era ed è essenzialmente culturale, cioè circa metà dei miei connazionali non usa Internet perché non ne conosce le potenzialità e di conseguenza non è interessato a conoscerla.
    Le nuove generazioni, da zero a 15 anni, hanno imparato da soli a “navigare in rete”. Purtroppo è stato quasi sempre un apprendimento “contro” in quanto genitori e docenti, o almeno quel 50% di ignoranti, ritenevano la “navigazione in rete” una perdita di tempo, diseducativa e talvolta anche pericolosa.
    Come sottolinea nel suo articolo Nello Iacono, ora la situazione è maledettamente triste e le statistiche ci pongono tra le nazioni che pensano che “la ruota forse è una invenzione utile da esaminare”.
    Io credo che, come si fa per tutte le costruzioni, occorre cominciare dal basso e cioè dalla scuola che deve prendersi l’incarico di “riformattare” la mente dei digital native indirizzandola ad un uso della rete che non sia soltanto ludico. Chiaramente la “riformattazione” può avere effetti positivi se è informazione ed indirizzo e non coercizione.
    Purtroppo anche per il nostro corpo docente vale la legge del 50%: metà dei nostri docenti non conoscono Internet e molta parte di questo 50% che ignora vede Internet come luogo di perdizione.
    Forse dovremo cominciare a fare prove INVALSI “digitali”, sia nei contenuti che negli strumenti di effettuazione, dedicate ai docenti e poi assegnare punteggi positivi e negativi per i bravi e per i meno bravi.
    Forse metodi simili dovremo usarli per politici, amministratori, operatori della cosa pubblica.
    Chissà se lo stimolo ad ottenere miglioramenti di posizione non ci faccia salire di qualche gradino la scala delle statistiche.

  • Attilio A. Romita

    Giustamente il prof. Carugo sottolinea la disponibilità di percorsi di apprendimento “digitale”.
    Conoscendo alcuni aspetti della pigrizia dell’animo umano, io penso che se non ci sarà qualche incentivo o qualche punizione molte poche persone si avvieranno su que quei percorsi.

  • Gabbariele

    Digital Divide è il nome che ho dato alla mia rubrica su Il Giornale delle PMI. Cerchiamo di dare il nostro apporto per l’alfabetizzazione digitale degli imprenditori:http://www.giornaledellepmi.it/category/tecnologia/digital-divide-tecnologia/

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